In morte di un poeta

I SEGRETI DI JIM – ultima puntata

Hervé Muller, fotografo parigino, conobbe Jim Morrison una mattina della primavera del 1971, quando l’ex cantante dei Doors, dopo una sbronza colossale, svenne nel suo letto.

Alain Ronay, ex compagno di corso di Morrison all’UCLA, era tornato in Francia all’inizio del 1970, e fu il principale punto di riferimento di Jim a Parigi.

Agnès Varda, regista, aveva conosciuto Jim durante il suo lungo soggiorno a Los Angeles, e quando Morrison si stabilì a Parigi anche lei, come Ronay, rappresentò per il poeta un fondamentale appoggio.

Jacques Demi, marito della Varda, anch’egli regista, fece parte stabilmente della ristretta cerchia di Morrison durante tutta la sua permanenza a Parigi.

Bernardo Bertolucci, il celebre regista italiano, trascorse tutta l’estate del 1971 a casa della Varda e di Demi, visto che proprio assieme alla Varda stava scrivendo la sceneggiatura del suo prossimo film: “Ultimo tango a Parigi”.

Elizabeth Larivière, attrice e modella, meglio nota come Zozo, affittò a Jim Morrison e a Pamela Courson il suo appartamento sulla rive Gauche al numero 17 di rue de Beautreillis, dove i due vissero durante quasi tutta la loro permanenza a Parigi.

Gilles Yeprémian, nel 1971 appena diciottenne, conobbe Morrison una sera all’equivoco locale del Rock ‘n’ Roll Circus, e da allora fu un compagno quasi inseparabile delle perigrinazioni parigine di Jim,

Yvonne Fouqua, compagna di Hervé Muller, anche lei costantemente presente nella cerchia parigina degli amici di Morrison.

Philip Dalecky, ospitava spesso a casa sua Morrison al termine di sbronze spaventose; e proprio nella sua casa, Jim lasciò alcuni preziosi taccuini contenenti la maggior parte delle poesie scritte a Parigi.

Pamela Courson, compagna storica di Jim, sognava di rifarsi una vita assieme al suo uomo nella Ville Lumière, ma contemporaneamente continuava a frequentare il suo amante di sempre, lo spacciatore Jean de Breteuil.

Jean de Breteuil, conte parigino, spacciatore d’eroina del bel mondo del cinema e del rock, amante di Pamela Courson.

Marianne Faithfull, cantante, modella e attrice, ex compagna di Mick Jagger, nel 1971 a Parigi, schiava dell’eroina e amante del conte Jean de Bretueil.

Sono queste le uniche persone ad aver avuto contatti diretti o indiretti con Jim Morrison nei suoi ultimi giorni di vita, le uniche persone in grado di ricostruire quelle ultime, drammatiche ore. Quando nel 1991 uscì il film di Oliver Stone consacrando definitivamente il mito di Morrison alla storia, nessuna di queste persone aveva detto una sola parola sulla morte di Jim, ostentando anzi un fermo e impenetrabile silenzio su qualsiasi dettaglio relativo a quell’episodio così oscuro e misterioso.

Così, a vent’anni di distanza, quando grazie alle edizioni curate da Frank Lisciandro la poesia di Morrison entrava finalmente anche nelle università, ancora sulla sua morte giravano (ed erano accreditate come possibili) le ipotesi più fantasiose e stravaganti.

Ancora a vent’anni di distanza giravano pessimi libri che sostenevano l’ipotesi che Jim potesse aver inscenato la sua morte, e che fosse in realtà ancora vivo (anche la biografia “ufficiale” e più venduta, “Nessuno uscirà vivo da qui”, del resto ventilava come possibile questa soluzione).

È solo in questi ultimi anni che il muro di silenzio ha preso lentamente a sgretolarsi e che, complice l’enorme distanza cronologica, forse il bisogno di fare finalmente giustizia e rendere onore alla verità, alcune di queste persone hanno cominciato a raccontare.

Ovviamente, nei dettagli e nelle dinamiche, la verità assoluta non la sapremo mai (anche perché le uniche due persone che videro Jim morire e subito dopo la morte, morirono a loro volta pochi anni dopo), ma oggi è finalmente possibile fare piazza pulita di tutte le leggende e fornire una versione di massima su ciò che realmente accade in quella maledetta notte tra il 2 e il 3 luglio 1971.

Ed è ciò che cercheremo qui di raccontare, con una premessa fondamentale: la morte di Morrison fu anzitutto una spaventosa tragedia di abbandono e solitudine, ma ciò che accadde nelle ore successive al suo decesso fu uno scandalo in piena regola di silenzi cinici, omissioni, coperture frettolose aiutate da una legge sbrigativa e disinteressata.

La versione ufficiale, vale a dire il certificato di morte firmato dal medico legale, parla di “decesso per arresto cardiaco”. La cosa più surreale è che questa versione ufficiale sia stata ritenuta credibile. Non si muore per infarto a 27 anni, nemmeno con un fisico mitragliato dagli eccessi come quello di Morrison. Se accade, alla base vi sono problemi cardiaci congeniti. In quel caso, Morrison sarebbe morto molto prima. Altra ipotesi più volte ventilata è stata quella del suicidio. Che Morrison giocasse pericolosamente con la vita, non c’è nemmeno bisogno di dirlo o scriverlo. Ma che quella notte abbia cercato volontariamente la morte non sembra minimamente probabile. Così come sembra poco probabile che Morrison potesse essere un potenziale suicida, stando almeno a quanto ci dicono gli amici e i conoscenti più intimi.

Ad ogni modo, come andarono le cose quella notte?

Nel primo pomeriggio del 2 luglio Alain Ronay raggiunse Morrison a casa. Lo trovò al buio, pallido, le gambe malferme. Non era una novità. Se durante le prime settimane a Parigi Morrison era riuscito a ridurre drasticamente il consumo di alcol, poi le cose erano precipitate vertiginosamente. Era almeno un mese che le condizioni di Jim apparivano assolutamente spaventose: litri quotidiani di alcol ingerito, la tosse cronica a livelli insostenibili, sangue copioso sputato continuamente.

Eppure secondo Ronay quel giorno Jim era particolarmente depresso e ansioso, spaventosamente preoccupato, come se in qualche modo presagisse la propria fine. Sempre Ronay ricorda come ogni suo gesto fosse accompagnato da un tremore pauroso.

Per distrarlo, Ronay propose di andare fuori a mangiare qualcosa. Mentre passeggiavano nel quartiere del Marais, Jim si accasciò su una panchina in preda a spasmi pettorali che gli fecero assumere un tremendo colore paonazzo. Ronay, preoccupato, propose di chiamare un’ambulanza. Ma Jim si oppose e una volta ripresosi andarono a mangiare.

Dopo pranzo tornarono in rue de Beautreillis, a casa di Morrison. Lui ebbe una nuova crisi per le scale. Una volta in casa, Alain annunciò all’amico che non poteva trattenersi: Agnès Varda, da cui viveva, lo aspettava per le cinque e mezzo. Jim lo supplicò di non lasciarlo solo, inventò qualsiasi cosa pur di prolungare la sua permanenza.

Alla fine Morrison riuscì a convincere Ronay ad accompagnarlo a spedire un telex negli Stati Uniti. Trovarono l’ufficio chiuso. Subito dopo Jim ebbe una terza crisi, ancora più violenta. Passata anche questa, Jim chiese a Ronay di andare con lui e Pamela al cinema a vedere un film western, “Notte senza fine”. Ronay declinò gentilmente: Agnès Varda lo stava aspettando e lui era già in ritardo. Alla fine se ne andò.

Alain Ronay è, a quanto ci risulta, l’ultima persona ad aver visto Jim Morrison vivo in grado di poter fornire ancora informazioni.

A vederlo dopo furono soltanto Pamela e, forse, il conte, ma entrambi morirono qualche anno dopo. E visto che proprio Pamela Courson e il conte Jean de Breteuil giocarono un ruolo fondamentale negli avvenimenti di quella notte, è praticamente impossibile ricostruire con esattezza cosa accadde tra le ventuno di sabato 2 e le sette e trenta di domenica 3 luglio.

Nei pochi anni che separarono la sua morte da quella di Morrison, Pamela ha fornito decine di versioni differenti dei fatti, omettendo e aggiungendo particolari in continuazione, e finendo ovviamente per creare una confusione incredibile.

Stando a quanto dice Pamela, lei e Jim andarono effettivamente al cinema alle ventuno. A quale cinema e a vedere cosa? Non possiamo saperlo. Anche in questo, le informazioni fornite da Pamela cambiano continuamente, facendo di lei, testimone principale e forse unico, un’informatrice assolutamente inattendibile, se non proprio la principale responsabile dell’offuscamento della verità. Dopo il cinema, sempre secondo Pamela, andarono a mangiare cinese in un ristorante di rue Sant-Antoine, ma nessun altro testimone è stato in grado di confermarlo.

Poi., tra le undici e la mezzanotte, avrebbero preso un taxi e sarebbero tornati a casa.

Il fotografo Hervé Muller nei mesi successivi, in assoluto segreto e senza chiedere aiuto a nessuna istituzione, condusse delle indagini personali.

A forza di domande venne a conoscenza di una storia molto torbida e per niente chiara che girava nell’ambiente degli spacciatori d’eroina parigini. In sostanza si diceva che Morisson avrebbe acquistato al Rock ‘n’ Roll Circus una potente dose d’eroina cinese (la “rosa”, com’era chiamata nell’ambiente), che l’avrebbe consumata nel bagno del locale e che poi, colto da overdose fulminante, sarebbe stato trascinato fuori dalle due persone (chi erano?) che l’accompagnavano, riportato a casa in tutta fretta, gettato nella vasca da bagno e lì abbandonato e lasciato morire.

Ma in questa storia troppe cose non tornano. Tutto questo sarebbe accaduto il 30 giugno, e non il 2 luglio. Basta la testimonianza di Ronay sul pomeriggio trascorso assieme a Jim a far perdere di credibilità a questa versione.

Eppure, come spesso accade in molte leggende metropolitane, raschiando bene, una qualche verità di fondo esiste. Prima di tutto Morrison era un assiduo frequentatore del Circus: indipendentemente dal fatto che Jim consumasse o meno abitualmente eroina, se c’era una persona che amava i locali equivoci (fossero essi frequentati da gay, prostitute, eroinomani), quella era Morrison, e il Circus era in assoluto il locale più equivoco e losco di Parigi.

Inoltre, l’eroina cinese, la “rosa”, sembra essere veramente la tragica protagonista della sua morte.

Andiamo avanti con il confuso racconto di Pamela.

Intorno alla mezzanotte i due tornano a casa, e si mettono a guardare vecchi filmini in super8. Prima Jim avrebbe anche tentato di scrivere qualcosa, ma i dolori al petto sempre più forti per la tosse cronica gli avrebbero impedito di farlo. Tra un filmino e l’altro, Morrison ascolta anche vecchi dischi dei Doors.

La storia dei dischi e dei filmini è praticamente l’unico dato presente in tutte le versioni dei fatti fornite da Pamela. E in effetti, il giorno dopo, quando Ronay e la Varda entrarono nell’appartamento, trovarono un proiettore super8 puntato contro una parete bianca da cui era stato staccato un quadro.

Un altro particolare invece, Pamela lo omette in tutte le sue versioni, ed è la loro vicina a raccontarlo alla padrona del loro appartamento, l’attrice Zozo. La donna che viveva al piano di sotto sostiene di aver sentito un gran trambusto in casa di Jim e Pam intorno alle due del mattino. Morrison, furioso, sarebbe uscito nel pianerottolo seminudo e poi qualcuno lo avrebbe trascinato di nuovo dentro casa. Chi? Pamela o qualcun altro? C’era una terza persona in quell’appartamento? Non possiamo saperlo, era buio e la vicina ha visto solo ombre.

Il giorno dopo a Ronay e alla Varda (ma non alla polizia) Pamela racconterà che lei e Jim, guardando i filmini, avevano sniffato eroina. E si trattava, appunto, della potentissima droga cinese. Pam era eroinomane da anni, e in casa aveva sempre una robusta scorta di eroina. Perché Pamela permise che Jim, nonostante dal pomeriggio fosse devastato da lancinanti dolori polmonari, nonostante avesse bevuto un’immensa quantità di whisky, tirasse eroina a ripetizione?

E, soprattutto, qual era il rapporto di Morrison con l’eroina?

È arcinoto come Morrison non amasse l’eroina, e come si disperasse della dipendenza di Pam da quella droga. Morrison prediligeva gli stimolanti. Inoltre, possiamo tranquillamente affermare che Jim fosse dipendente esclusivamente dall’alcol. Benché consumasse abitualmente cocaina, benché fosse stato un entusiasta consumatore di LSD, non era schiavo di nessuna di queste droghe. Ma Jim era uno sperimentatore, e quindi non è da escludere che, saltuariamente, si facesse anche di eroina. Così come non è da escludere che Morrison fosse completamente estraneo al consumo di eroina.

E siccome a questo punto è praticamente certo che la morte che lo raggiunse poche ore dopo fu overdose da eroina mescolata ad alcol e a spasmi polmonari, i casi sono due: o Jim tirò coscientemente eroina, oppure chiese cocaina e Pam gli fece sniffare (forse con la complicità del conte che forse a quell’ora si trovava con la coppia nell’appartamento) a sua insaputa una dose letale di droga cinese.

Nell’uno o nell’altro caso, la posizione di Pamela Coruson nella morte di Jim Morrison è assolutamente inquietante.

Cosa accadde dopo?

Pamela, strafatta, andò a dormire. Si risvegliò verso le quattro. Accanto a lei nel letto Morrison gorgogliava orrendamente, blu in viso, quasi soffocato dal proprio muco. Lei lo schiaffeggiò e cercò di svegliarlo. Ci riuscì e lo portò nella vasca da bagno sotto il getto dell’acqua fredda (da manuale il primo luogo dove si porta una persona in overdose, per evitare che si addormenti).

Ma perché non chiamò nessuno? Perché non chiamò un’ambulanza per salvare il suo uomo in overdose? E perché, soprattutto, come racconterà a Ronay e alla Varda, dopo averlo messo nella vasca, Pamela tornò a letto lasciandolo solo con un’overdose in pieno corso?

Quindi Pam tornò a letto. Alle cinque si svegliò di nuovo. Dal bagno provenivano agghiaccianti rumori di conati di vomito. Morrison aveva la bava alla bocca, vomitava a ripetizione grumi di sangue rosso acceso.

Pamela lo fece vomitare in una pentola che andò a sciacquare e a pulire, stando ai suoi racconti, almeno tre volte. Questo lo disse anche alla polizia. Ed evidentemente nemmeno la polizia, in pieno luglio e con un caldo asfissiante, aveva troppa voglia di andare a fondo in questa storia, dal momento che non fu ordinata nessuna autopsia e non fu presa in considerazione nemmeno l’omissione di soccorso.

Pamela abbandonò Jim una seconda volta, tornando ancora a letto. Quando si svegliò ancora, alle sei e mezzo del mattino, Jim non rispondeva più e lei chiamò allora Jean de Breteuil.

Perché proprio lui? Prima di tutto, non è da escludere che il conte fosse assieme ai due fino a un certo punto di quella notte d’inferno.

Ma soprattutto, lui era il pusher di Pamela. Per cui, la droga che aveva appena stroncato la vita di Jim Morrison, proveniva dalle sue tasche.

Il conte aveva fama di spacciatore di lusso a Hollywood e dintorni, ma nell’autunno del 1970 era rientrato precipitosamente a Parigi. Perché? Semplice: l’eroina che aveva ucciso Janis Joplin era stato sempre lui a venderla. Questo losco assassino della storia del rock arrivò in tutta fretta all’appartamento di Pam e Jim intorno alle sette del mattino, trovando Pamela delirante e distrutta dai sensi di colpa.

Non c’era molto da fare o da discutere: Morrison giaceva morto in una vasca da bagno, sangue dappertutto e due enormi lividi viola al petto (causati da cosa??).

Bisognava scappare di nuovo. La sera stessa il conte sarebbe scappato in Marocco.

Nella ricostruzione dei movimenti del conte è stata fondamentale la testimonianza di Marianne Faithfull, all’epoca eroinomane e amante fissa di Jean de Breteuil.

La Faithfull scappò da Parigi assieme al conte e racconta come a Marrakesh, qualche giorno dopo, il perfido Jean sostenesse che Pamela fosse la principale responsabile della morte di Morrison.

Abbandonata anche dal pusher (dal suo complice?), Pamela chiamò Alain Ronay.

Lui e la Varda arrivarono intorno alle nove, trovando il cadavere di Jim in condizioni spaventose, e Pamela in preda a un delirio sempre più potente.

A un certo punto prese la mano di Jim e cominciò a parlargli come fosse ancora vivo (e la scena di “Ultimo tango a Parigi” in cui Marlon Brando parla al cadavere della moglie è ispirata proprio a quella mattina). E fu in quelle ore che scattò l’operazione insabbiamento.

Pamela raccontò a Ronay e alla Varda più o meno tutto (omettendo la sfuriata di Jim all’una di notte e il coinvolgimento del conte).

In ogni caso, Pamela avrebbe passato dei guai: dall’omicidio colposo all’omissione di soccorso fino alla detenzione di eroina.

Si fecero allora acrobazie per far sparire la droga, negare qualsiasi pista che portasse all’overdose. Il resto lo fece la superficialità delle istituzioni.

E, per evitare domande, indagini e autopsia, la notizia della morte di Morrison fu tenuta nascosta ai mezzi d’informazione per un’intera settimana.

Se poi qualcuno legittimamente si stesse chiedendo come fu possibile tenere segreta la morte di una delle rockstar più famose al mondo, occorre ricordare che Jim a Parigi era volutamente in incognito. Solo la sua cerchia di amici sapeva chi fosse. Nella cassetta della posta la targhetta recitava semplicemente “James Douglas”. Al medico legale e alle forze dell’ordine l’uomo che giaceva morto nella vasca da bagno fu segnalato come “Douglas Morrison”.

E il fisico martoriato di Jim, lontano anni luce dal seducente Re Lucertola, lo rendeva irriconoscibile a chiunque (il medico legale, esaminando il cadavere, in un primo momento stimò l’età di Morrison in 57 anni).

Indagare su un qualunque cittadino americano di nome “Douglas Morrison” morto in circostanze non chiare a Parigi, davvero non era l’interesse di nessuno.

Il 5 luglio arrivò finalmente il certificato di morte dove si parlava di “arresto cardiaco”. A quel punto fu avvertito lo staff dei Doors. Sulle prime nessuno, Doors compresi, ci credette veramente: erano sei anni che notizie della morte di Morrison arrivavano continuamente in ufficio. Eppure stavolta era diverso: non era un mitomane qualunque a segnalare il decesso, ma la voce angosciata di Pamela.

A Parigi volò il solo Bill Siddons, che appena arrivò trovò una bara già sigillata. E il 7 luglio partecipò ai funerali al cimitero di Pére-Lachaise, in forma strettamente privata, senza nemmeno una lapide da apporre alla tomba.

Il 10 luglio, al ritorno di Siddons a Los Angeles, la notizia fu resa pubblica.

E iniziarono le speculazioni. Ma questa, è un’altra storia.

Charles Bukowski, che conosceva Morrison, quando scrisse in un celebre racconto che “tutti i grandi poeti muoiono in enormi pitali di merda fumante” di sicuro pensava anche a Jim.

Qualche anno fa è uscito nelle sale uno splendido documentario sui Doors e su Jim Morrison: “When you’re stranger”. Se non lo avete ancora fatto, guardatelo. Subito e assolutamente.

È uno stupendo montaggio di video dell’epoca che, finalmente, ci restituiscono il vero Morrison. L’uomo e l’artista.

Non ci interessano i miti e non ci interessano le leggende. E nemmeno ci interessano le furbe operazioni di sciacallaggio mediatico. A noi interessa un poeta eccezionale che seppe incendiare (e sa ancora farlo) gli animi di centinaia di migliaia di persone dal cuore immenso parlando di rivoluzione, libertà sessuale, antimilitarismo. A noi interessa un uomo sorridente che attraversava deserti e autostrade perché amava disperatamente la vita, amava disperatamente il mondo, così tanto da volerlo cambiare con le parole. Un uomo che suo malgrado divenne la rockstar più amata e desiderata del pianeta. Un uomo che ebbe la disgrazia di morire solo, triste e abbandonato da tutti ad appena 27 anni.

FINE

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