I MIEI PRIMI QUARANT’ANNI

Quello che vedete nella foto qui accanto sono io, e oggi compio quarant’anni. Che non sono pochi e, per certi versi, non sono nemmeno tanti. E che, soprattutto, non sono stati per niente male.
Non ho mai tenuto troppo in considerazione il mio compleanno. E non per vezzo, ma per forza di cose: a parte la data che mi ha sempre fatto vivere questo giorno come un trascurabile incastro in un delirio di feste ben più importanti, una di quelle assurde giravolte del gioco del caso e del destino ha fatto sì che nascessi lo stesso giorno di mio padre. Perciò anche in famiglia, non è mai stata solo la mia festa.
Eppure “quaranta” è una cifra tonda piena zeppa di simbologia, che un poco ti impressiona e sempre ti costringe a rifletterci sopra.
Così in qualche modo oggi mi tocca pensare e, soprattutto, ricordare.
Ricordare la casa enorme in collina di mia nonna, dove sono nato in mezzo alla neve e dove ho passato una splendida infanzia solitaria.
Ricordare la casa sopra la ferrovia a due passi dal lago, dove sono cresciuto e dove ancora vivono i miei, il teatro d’infanzia e adolescenza, binari merci, piazzale infuocato, prefabbricato, palme immense che oggi hanno tagliato senza pietà e giochi e sogni e partite di pallone con quelli che ancora oggi sono i migliori amici che la vita potesse regalarmi.
Ricordare questo paese sul lago che è la mia terra e che ancora amo e odio con la disperazione dei grandi amori.
Ricordare Firenze che accolse i miei diciotto anni folli e inquieti, tutte le case di questa città che ho abitato, ricordare come non ci sia altro luogo al mondo che abbia sentito così mio e sapere che non c’è altro luogo in cui io, oggi e domani, potrei vivere.
Ricordare tutti i luoghi che in qualche modo mi hanno fatto fremere e palpitare, Dublino e Parigi e Berlino e Roma e Cortona e una spiaggia adriatica dove ho speso sogni e amori e albe e viaggi e adolescenza.
Ricordare tutti i miei sbagli, tutte le mie cadute, ogni mio piccolo grande delitto, ogni mio piccolo grande tradimento.
Ricordare tutti i periodi brevi o lunghi di fango e merda, i tempi delle medie quando avevo addosso macigni di inadeguatezza a tutto l’esistente e non mi interessava altro che non fosse l’irrealtà della mia fantasia. E ricordare che ne venni fuori solo quando capii come trasformare quelle menzogne in letteratura.
Ricordare quell’infinito momento buio intorno ai trent’anni, dove per nascondere fragilità che non riuscivo ad accettare ho mentito e tradito, taciuto e abbandonato, tagliato e reciso. Pensare che vorrei chiedere scusa a tutti quelli che mi hanno vissuto in quegli anni, a tutti quelli cui non ho mai dato le spiegazioni che meritavano. Pensare che vorrei abbracciare forte tre o quattro persone importanti che ho perso per stupide incomprensioni e per le follie di quegli anni.
Ricordare tutte quelle ferite che nessuno potrà mai curare, le persone che non ci sono più e soprattutto pensare a mia sorella, a come darei tutto quel che ho e tutto quello che non ho per rivederla un solo istante. E dirle due cose che non le ho mai detto.
Ricordare tutte le cose belle, le grandi imprese, i successi, le scalate vincenti.
Pensare che da ragazzo volevo insegnare e che oggi ho la fortuna di insegnare.
Pensare che da ragazzo volevo scrivere e inventare storie e che oggi ho la fortuna di scrivere ed essere letto ogni giorno. Che ho alle spalle tre libri e un quarto in arrivo. E che non mi basta, che vorrei pubblicare con una grande casa editrice e conquistare le librerie di mezzo mondo. E che per provare a farlo c’è ancora tempo. Tanto tempo.
Ricordare il teatro, ogni splendida avventura che mi ha regalato, l’odore del palco, la frenesia che ancora provo quando inizio a provare uno spettacolo, l’adrenalina che ancora oggi sento quando si apre il sipario, proprio come fosse la prima volta. Ricordare ogni spettacolo, una tournée lunga cinque anni in ogni angolo d’Italia e quella volta davanti a cinquemila persone impazzite. E pensare che continuerò finché sentirò quei brividi e quell’adrenalina.
Ricordare il sogno sfiorato del cinema, ai video e ai corti girati, a quando scrissi una sceneggiatura che con un’impossibile capriola e un mazzo di rose misi in mano a un’attrice importante, che la lesse e disse che era bella e che lo avrebbe voluto fare questo film. A come poi mi diedero consigli importanti e strade da seguire per provarci, ma ero troppo giovane e immortale e presuntuoso per ascoltare. E naufragò ogni cosa. E infine pensare che oggi non mi pare così bella quella sceneggiatura, ma se qualcuno mi chiedesse di farla la farei al volo, senza nemmeno pensarci.
Pensare agli anni pieni e meravigliosi del liceo e dell’Università, la scoperta di ogni cosa e diluvio di libri e sogni e poesie e ragazze e viaggi e vacanze e gambe e cosce e baci e Kerouac e Rimbaud e Pavese e Pasolini.
Ricordare le lotte, la politica, la passione, i cortei, le botte, il fumo e quei giorni a Genova in cui rischiai la vita e quei giorni a Genova in cui finì di schianto la mia giovinezza.
Ricordare tutto questo e chissà che altro.
E poi smettere di ricordare.
Guardare la mia compagna, Teresa, e sentire come ogni giorno la ami di più.
Guardare mia figlia Antonia e capire che no, non potevo ricevere regalo più grande per questi miei quarant’anni.
Guardare fuori e scoprire che c’è il sole e sentire quanto tutto sia bello e non volere altro che continui a essere così straordinariamente bello.
Uscire di casa e sentirmi vivo, io, il professor Lestini, scrittore e blogger, un quarto libro in arrivo, uno spettacolo in cantiere e una figlia e una compagna bellissime.
E sentirmi ancora il vecchio Lesto, come mi chiamano da una vita gli amici più veri e cari.
Prendere il sole in faccia, sentirmi i miei splendidi quarant’anni e sentire che sì, la vita comincia oggi.
Adesso.

#storieRiccardoLestini

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