Giuditta e Oloferne

Prendete l’arte, la storia dell’arte, lo studio delle opere d’arte, il loro senso più autentico e profondo.

Prendete tutto questo, fatene un sacco e gettate ogni cosa nella monnezza.

Potrebbe essere la sintesi della storia di questo “Giuditta e Oloferne” che vedete qui accanto.

Ritrovato, a quanto si dice, in maniera del tutto fortuita in una soffitta di Tolosa durante alcuni lavori di ristrutturazione, il quadro con una fretta così frenetica da essere quanto meno sospetta, è stato immediatamente associato a Michelangelo Merisi, ovvero al Caravaggio, e gli studiosi incaricati di effettuare le perizie, Spinosa su tutti, con la stessa fretta di cui sopra, ne hanno confermato l’attribuzione.

Il tutto nonostante i più eminenti storici e critici d’arte, Montanari in testa, non ravvisino nella tela alcun elemento riconducibile a Caravaggio: non la posizione dei corpi, non i caratteri, non i colori, non le pennellate. Non la regia della scena.

Allora perché questa fretta, perché questa smania di attribuzione anche quando l’attribuzione appare improbabile? Proprio Montanari, all’argomento, ben prima del ritrovamento di “Giuditta e Oloferne”, ha dedicato un libro illuminante dal titolo molto più che eloquente: “La mamma di Caravaggio è sempre incinta”. Nell’epoca della spettacolarizzazione a ogni costo, del sensazionalismo d’accatto a ogni angolo, dove ogni cosa deve essere tradotta e quantificata in termini di marketing e mercato, Caravaggio, spiega Montanari, è l’artista perfetto: famoso, bello e maledetto, una vita avventurosa e piena di misteri. Tutti gli ingredienti per renderlo uno show.

Il che spiega questo assurdo proliferare di ritrovamenti caravaggeschi negli ultimi anni. Ritrovamenti che, quasi sempre, si rivelano bufale clamorose. E di cui questo “Giuditta e Oloferne” è l’ultimo esemplare in ordine di temporale.

Che tuttavia ha fatto molto più rumore degli altri, per via dei soggetti coinvolti.

Se infatti a strombazzare in pompa magna nuove clamorose scoperte che poi si rivelano panzane micidiali sono i privati, per quanto sgradevole e criminale, è un conto. Altra storia se entrano in gioco i musei di stato, come è successo in questo caso.

Giuditta e Oloferne” è infatti finito dritto dritto nella mostra “Attorno a Caravaggio”, inaugurata il 7 novembre scorso a Milano, accademia di Brera. Il quadro è indicato e codificato come opera di CARAVAGGIO.

Certo accanto al nome del pittore c’è un asterisco che sottolinea un’attribuzione ancora dubbia e incerta, ma basta un asterisco a informare i visitatori che pagano per vedere Caravaggio e non un “forse Caravaggio”? È giusto scrivere il nome di Caravaggio accanto a un’opera che secondo il 90% della critica non è dell’artista? Non è che quesra attribuzione facilona e frettolosa sia stata fatta proprio per aumentare gli introiti di mostre come quella di Brera? È giusto, soprattutto, che un museo pubblico finisca per fare da trampolino per un mercato d’arte in cui, il semplice nome di Caravaggio, il semplice dubbio può far lievitare il prezzo della tela fino a 120 milioni?

No, non è giusto.

È solo tristemente inevitabile, in questo mondo dove i valori più alti dell’arte – sia essa un quadro, un libro o una canzone –, ovvero il silenzio e il tempo smisuratamente lungo in cui viene concepita e contemplata, sono sistematicamente disprezzati e distrutti. Dove vince la logica del turismo urlante, cannibale e globalizzato, dove i musei sono supermarket e le opere perenni 3×2 in accattivante offerta.

Dove ogni cosa è truce esibizione e spettacolarizzazione.

Appunto: prendete l’arte, la storia dell’arte, lo studio delle opere d’arte, il loro senso più autentico e profondo.

Prendete tutto questo, fatene un sacco e gettate ogni cosa nella monnezza.

Che non è solo la sintesi della storia di “giuditta e Oloferne”.

Ma una triste, tristimma, sintesi dei nostri tempi.

#storirRiccardoLestini

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