Muri

Esattamente ventisette anni fa, al termine di una giornata convulsa e già storica nel suo stesso compiersi, veniva giù come un ammasso di cartapesta il Muro di Berlino.

In quell’improvviso e inarrestabile sgretolarsi c’era qualcosa di infinitamente della fine dei regimi comunisti dell’est, della fine della divisione di una città, di una nazione, di un mondo.

C’era l’alba di un’umanità intera che, nel suo progettarsi, nel suo pensare al futuro, voleva sostituire i muri con i ponti, la chiusura con l’incontro. Un’umanità che il proprio territorio, più che pensare a difenderlo, voleva pensare a costruirlo.

Sembrava possibile, in quel crollo liberatorio, realizzare ciò che un illuminato come Altiero Spinelli aveva saputo immaginare decenni prima: un’Europa unita, unita nello scambio culturale e nella circuitazione delle idee.

Sappiamo che non è andata così.

Sappiamo che è andata nella maniera esattamente opposta. E cioè non si è costruito a partire dalle diversità come ricchezza, dall’incontro come risorsa per poi trovare un’identità anche politica. Si sono al contrario cementati patti sulla carta prendendo come punto di partenza denaro ed economia, appiattendo la politica e soffocando e mortificando le diversità, l’incontro, lo scambio, la circuitazione delle idee.

Sappiamo che, ancora una volta, al verbo costruire si è preferito il verbo difendere. Dove difendere non significa proteggere, ma è sinonimo di chiusura, reazione, conservazione, involuzione.

Una strada senza ritorno che ha portato una somma di società endogene e impaurite dove a rappresentare il nuovo è chi vuole raddoppiare le difese e le chiusure, mentre gli altri pensano a conservare difesa e chiusura socialmente accettabili.

E non c’è spazio per crescita, sviluppo, apertura.

Non più.

Specie oggi, che all’involuzione di cui sopra si aggiunge il ritorno dei muri.

Prima mentali. Poi veri e propri. Fili spinati, colate di cemento, cumuli di mattoni a separare, a dividere, a farci ripiombare in un mondo e in una logica che, ventisette anni fa, ci eravamo illusi di aver lasciato definitivamente alle spalle.

Eppure la storia ci insegnerebbe, in maniera splendidamente semplice ed elementare, come i muri portino morte e distruzione, mentre la loro demolizione crescita e sviluppo.

Ma in un mondo di muri non c’è spazio per la storia. Resta muta e intrappolata in un magma di calce.

E quando si perde il proprio passato, all’orizzonte non spunta alcun futuro.

#resistenzeRiccardoLestini

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