Morrison si suicida

I SEGRETI DI JIM – sesta puntata

Il peggior concerto della storia del rock (e, paradossalmente, il più importante) lo tennero i Doors a Miami, in Florida, il 1 marzo 1969.
Cosa successe quella notte? Cosa portò Morrison a quel devastante suicidio artistico senza ritorno? Molti libri affermano, in modo assai sbrigativo, che Morrison prese a disinteressarsi dei Doors e a trasformarsi in uno sconnesso alcolizzato cronico l’indomani di “Waiting for the sun”, nella seconda metà del ’68.
Vero, ma solo in parte. La realtà è molto più complessa.

Come già detto Morrison non riusciva più ad accettare il sistema musicale così com’era diventato, si sentiva imprigionato nel ruolo di rockstar e sex symbol e il terzo album della band lo aveva parzialmente deluso. E l’alcolismo, in cui annegò disperatamente, fu la strada che lo condusse velocemente alla fine. Eppure, nonostante tutto questo, sarebbe riuscito ancora a scrivere canzoni memorabili. E, soprattutto, le sue poesie migliori furono composte proprio in questi anni di vertiginosa caduta.
In piena estate ’68 Morrison andò da Ray Manzareck. L’ex compagno di corso dell’UCLA con cui tre anni prima aveva dato vita ai Doors era l’unico della band con cui si confidasse realmente. Gli disse che voleva abbandonare il gruppo. Ai perché terrorizzati di Ray, Jim rispose: “sto per avere un esaurimento nervoso”. Poi lo ripeté a tutto lo staff dei Doors. Tutti gli consigliarono di dormire e riposare, ma nessuno gli credette fino in fondo. Del resto Jim era famoso per cercare di attirare l’attenzione con annunci clamorosi ed esagerati. Stavolta però era tutto vero: Morrison aveva un esaurimento nervoso da cui non si sarebbe mai più ripreso.

All’alba del 1969 Morrison era depresso, esaurito e alcolizzato. E per i Doors iniziarono i problemi. Perennemente ubriaco, Jim poteva sparire per giorni senza preavviso bloccando le prove e le incisioni del nuovo album, arrivava in ritardo ai concerti, spesso era così sbronzo che per tutta la durata del concerto si teneva aggrappato all’asta del microfono, sbagliando le parole delle canzoni, biascicandole in modo incomprensibile.
In sostanza, la band e tutto lo staff, iniziarono a vivere ogni concerto in uno stato d’apprensione difficile da raccontare: era tutto un’incognita, il concerto poteva andare bene oppure andare completamente a puttane. E quasi la metà delle volte, andava tutto a puttane, il che equivaleva a dire uno spettacolo ai limiti del proponibile.
Il primo serio incidente si ebbe ad Amsterdam, durante il primo (e unico) tour dei Doors in Europa, nell’autunno del ’68. Jim, ubriaco fradicio, irruppe sul palco mentre ancora si stava esibendo il gruppo spalla (erano i Jefferson Airplane di Grace Slick), si lanciò in una danza per poi stramazzare penosamente al suolo. Trascinato dietro le quinte, svenuto e collassato, non fu in grado di andare in scena, e i Doors dovettero esibirsi senza di lui.
Per evitare che incidenti del genere si ripetessero, i Doors assunsero personaggi nerboruti e risoluti, in teoria per motivi di sicurezza, in pratica per fare da balia a Morrison. E per un po’ riuscirono a limitare i danni.

Poi a fine dicembre’68 i Doors si presero una pausa di due mesi dall’attività live per dedicarsi all’incisione del quarto album. Ma proprio il lavoro per il quarto album, “The soft parade”, fece precipitare definitivamente la situazione. Quel disco fu un disastro senza precedenti, il punto più basso di tutta la carriera dei Doors. Morrison non era assolutamente in grado, né aveva la benché minima intenzione, di lavorare all’album. Per la prima volta, Jim se ne disinteressò completamente. Il disco fu così composto per la maggior parte da canzoni scritte da Robbie Krieger, le quali, esclusa “Touch me” (altro hit di successo che bissò le vendite di “Hello i love you”), erano di una banalità sconcertante dal punto di vista dei testi, e lontane anni luce dallo standard dei Doors per quanto riguarda la musica.
In più, la latitanza di Jim e il disorientamento dei tre musicisti, diede potere assoluto al produttore Paul Rotchild, che pensò bene di stravolgere completamente il sound originale della band riempiendo quei pezzi (già debolissimi) di archi e fiati stucchevoli e pomposi.
Esclusa la già citata “Touch me”, di quel disco catastrofico si salvavano soltanto la struggente ballata “Wild Child”, scritta da Morrison l’anno precedente, e il testo della title-track “The soft parade”, una lucidissima elegia funebre degli ideali del’68. Poteva essere, “The soft parade”, l’ideale chiusura di quel cerchio iniziato con “The End” e proseguito con “When the music’s over” e “Five to one”. Ma stavolta la musica dei Doors non riuscì a essere assolutamente all’altezza dei versi di Jim.

In “The soft parade” vomitò tutta la rabbia per la trasformazione del ’68 in una triste collezione trendy. In quella lunga poesia, per prima cosa, Morrison chiede salvezza per se stesso, per la sua anima distrutta come quella di un generale sconfitto:

“Potete darmi un santuario? Devo trovare un posto per nascondermi/ Potete trovarmi un asilo tranquillo? Non posso più sopportare niente”. Poi passava ad elencare il triste campionario di souvenir cui erano ridotti gli anni della contestazione: “Mentine, minigonne, cioccolato/ Un campione di sax e una ragazza di nome Sandy…”.
E poi, l’amara rievocazione dell’esaltazione di quei giorni: “Oh sì, questa è la parte migliore del viaggio/ Mi piace davvero…”.

Ma nel percorso che portò alla rovina di Miami ci fu anche l’episodio della Buick, la celebre marca di automobili.
Erano i primi giorni del 1969, e Jim era scomparso. Forse in Messico, più probabilmente a Londra a riprendersi Pam che si era cacciata in un brutto affare per via dell’eroina. In sua assenza il management dei Doors, con l’assenso di Manzareck, Krieger e Densmore, firmò un contratto pubblicitario con la Buick, che nel suo prossimo spot avrebbe usato, sulle note di “Light my fire”, il jingle “Come on Buick, light my fire”.
Quando Morrison, un paio di settimane dopo, lo venne a sapere, reagì con rabbia inaudita, insultando i tre compagni, accusandoli di essere degli schiavi venduti, di aver svenduto l’anima dei Doors. E chiudendosi in una depressione ancor più tetra. Ma in qualche modo, riuscirono a calmarlo e ripresero a registrare.
Poi, il 1 marzo del 1969, riprese il loro tour, che debuttava, appunto, a Miami.

Dunque: cosa successe quella notte? Raccontiamolo come fosse un film.

Miami, ore 21,30. All’immensa sala da ballo Three Image, sta ancora suonando il gruppo di supporto.
La sala è stracolma. L’atmosfera, dietro le quinte, rovente e tesissima. Prima di tutto, i Doors hanno appena scoperto di essere stati fregati.
Gli organizzatori hanno pagato la band 25000 dollari, ma poi hanno venduto un numero di biglietti spaventosamente superiore alla capienza consentita dal locale, dichiarando un incasso clamorosamente inferiore a quello effettivo.
Poi, cosa più importante, Jim Morrison non c’è. Ha perso l’aereo ed è stato miracolosamente recuperato dal manager Bill Siddons che lo sta portando a Miami su un volo che fa scalo a New Orleans.
Alla band di supporto è stato chiesto di allungare l’esibizione per guadagnare tempo. Morrison, nel frattempo, è ubriaco fradicio e incazzato come una bestia. Non ha alcuna voglia di esibirsi, dentro ribollono tutte le delusioni degli ultimi mesi.

Ore 22,00. Finalmente Siddons e Morrison arrivano a Miami. Appena entrati alla Three Image, Siddons si scaglia sugli organizzatori: vuole i soldi mancanti, minaccia di non far suonare i Doors e di denunciarli. Gli organizzatori rilanciano: se i Doors non si esibiranno gli distruggeranno tutta l’attrezzatura nuova di zecca. Densmore fa un sopralluogo sul palco e con terrore nota che sta scricchiolando: siamo al di fuori delle più elementari misure di sicurezza. Ma Siddons è un ragazzino, e si lascia facilmente intimidire dai minacciosi organizzatori. Il concerto si farà.
Morrison assiste a quella furente discussione, ed è solo l’ennesimo combustibile per la sua rabbia. Soldi, soldi, ancora soldi. La musica era ormai un’enorme macchina da soldi. Nient’altro. Per questo decide di distruggerla, quella sera stessa.
Non bisogna essere dei geni per rendersi conto che Morrison è accecato di rabbia folle, basta guardare il suo look: barba lunga (è la prima volta che si presenta con la barba in pubblico), la pancia gonfia d’alcol, occhiali da sole, completo nero, croce al collo e cappello con teschio e tibie.

Ore 22,45. Con oltre un’ora di ritardo i Doors iniziano il concerto.
Attaccano con “Back Door Man”. Morrison canta (malissimo, come dimostra la celebre registrazione pirata di quella notte infernale) le prime due strofe e poi si ferma: “Ehy!!!”, grida inferocito al pubblico, “Che ne direste di succhiarmelo?? Sono solo, ho bisogno d’amore….avanti: nessuno vuole amare il mio culo??”.
Fischi, risate, scherno, derisione. I Doors provano ad andare avanti, ancora sperano che Jim possa tornare in sé. Densmore attacca “Five to one”. Morrison canta di nuovo le prime due strofe, sbagliando praticamente tutto quello che un cantante può sbagliare. Biascica, rantola, poi si ferma di nuovo: “Siete solo un branco di luridi schiavi, siete solo un branco di luridi idioti!!! Quanto pensate che possa andare avanti così?? Quanto lascerete che vada avanti così??? Per quanto ancora vi lascerete comandare a bacchetta?? Forse vi piace farvi spalmare la faccia di merda???”. Li odia e gli vomita addosso tutto il suo dolore di sconfitto.
Accenna una ripresa di “Five to one”, ma si ferma immediatamente: “Non sto parlando di rivoluzione!! Sto parlando di spassarcela!! Sto parlando di amare il tuo prossimo finché non fa male!! Sto parlando di amore, amore, amore….coraggio, prendete il vostro vicino del cazzo e amateloooo!!!”.
Qualcuno tra il pubblico comincia a spogliarsi, qualcuno comincia a seguirlo come ai vecchi tempi. I Doors attaccano “Touch me”, ma Morrison sembra non sentire nemmeno la musica. Riesce solo a chinarsi su Krieger e a simulare un rapporto orale. Il pubblico si infiamma. Manzareck attacca “Love me two times”, Morrison la canta nella maniera più atroce possibile, replicando la pessima performance per “When the music’s over”.
Alla fine della peggior prestazione canora della sua vita, riprende il monologo: “Anch’io per un po’ pensavo che fosse tutto uno scherzo…ma poi ho conosciuto gente che fa qualcosa, e io voglio unirmi a loro! Voglio cambiare il mondo, capito?? Cambiarlo!!!”.
Applausi. I Doors riprendono a suonare, ma Jim non c’è più, non appartiene più al concerto.
Mentre loro suonano lui dialoga con le prima file, sottovoce. Poi, alla prima pausa, li invita tutti a salire sul palco. L’intero servizio d’ordine, gli organizzatori, lo staff dei Doors, i Doors stessi iniziano ad allarmarsi. Può essere estremamente pericoloso quel che Morrison sta dicendo.
I cordoni di polizia a protezione del palco scattano troppo tardi, le prime tre o quattro file sono già salite sopra. È una bolgia.
Jim grida: “Niente limiti, niente leggi, coraggio!!”. I fan si spogliano, gli versano champagne sulla testa. I Doors, drammaticamente, continuano a suonare. Morrison si afferra il cavallo dei pantaloni di pelle, dalla platea cominciano a gridare l’inevitabile: “Faccelo vedere!”.
Lui non si fa pregare. Si sfila la cintura: stranamente porta dei boxer, cosa mai successa durante la sua carriera. Boxer o meno, i Doors smettono di suonare, Manzareck grida verso le quinte, implora che qualcuno arrivi a fermarlo. Scatta Vince Teanor, il responsabile della persona di Morrison, irrompe sul palco, afferra goffamente i pantaloni del cantante per impedirgli di terminare lo streap tease.
Arriva anche il responsabile dell’organizzazione per fermare il concerto, ormai ridotto a un delirio collettivo. Ma Morrison lo ignora, si divincola da Teanor e strilla nel microfono: “Non ce ne andiamo finché non vediamo godere tutti!!”.
S’infila una mano dentro i pantaloni….e poi…cosa succede? Li abbassa? Non li abbassa? Pare di no, ma nessuno saprà mai dirlo con certezza. Quel che è certo è che Morrison viene afferrato da alcuni spettatori e trascinato giù in platea.
Tutti lo circondano, lui si sfila la camicia e inscena una scatenata danza pagana. Tutti lo seguono, è il delirio, una cosa mai vista nella storia.
Poi il palco, come temuto da Densmore prima dell’inizio, cede e crolla. I Doors fanno appena in tempo a scappare.
Quel che accade dopo è solo urla, concitazione, psicosi. Morrison si divincola dalla folla, raggiunge il piano superiore e si gode lo spettacolo. Poi sparisce nei camerini.
Fine del concerto. E fine dei Doors.

(continua… )

#isegretidijim

NON PERDERE LA PROSSIMA SETTIMANA, LUNEDI 14 NOVEMBRE, LA SETTIMA PUNTATA DE “I SEGRETI DI JIM”:

“AN AMERICAN POET”

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