Goodbye America

I SEGRETI DI JIM – nona puntata

“Il tour che seguì ‘Morrison Hotel’ prevedeva quasi sempre concerti nel fine settimana…il venerdì Jim era in gran forma, e riuscivamo a dare un grande spettacolo…il sabato era un’incognita…e la domenica Jim stava in piedi a fatica, si reggeva tutto il tempo al microfono e già al quarto pezzo non ce la faceva più…e il concerto era un disastro…”.
Così Robbie Krieger ricorda l’attività live dei Doors nel 1970.
Anche se il Morrison poeta e il Morrison autore di canzoni continuavano a sfoderare perle di rara bellezza, Jim non sembrava più in grado di esibirsi con regolarità dal vivo: l’alcolismo stava prosciugando la sua energia fisica.

Oltre all’imminente inizio del processo per i fatti di Miami, altri problemi personali turbavano Jim all’inizio di quel 1970, tali da far passare in secondo piano il successo sempre crescente di “Morrison Hotel” e del suo fulminante singolo “Roadhouse blues”.
La sua compagna, Pamela Courson, ormai completamente schiava dell’eroina, era scappata a Parigi con un sinistro personaggio che, vedremo poi, tornerà alla ribalta in maniera inquietante negli ultimi giorni di vita di Jim: il conte francese Jean de Bruteiles, noto a Los Angeles come spacciatore di eroina per personaggi famosi.
Nonostante gli innumerevoli tradimenti, Jim amava sinceramente Pamela, e stando a quanto sostengono i suoi amici più intimi, non si dava pace per la sua tossicodipendenza.
Pare anche si sentisse profondamente in colpa per averla iniziata alle droghe, nell’ormai lontano 1966, facendole provare l’acido lisergico.

Sta di fatto che tra la fine di marzo e l’inizio di aprile di quel frenetico 1970 Jim, approfittando di una pausa del lunghissimo ed estenuante tour di “Morrison Hotel”, sparì improvvisamente. Andò a Parigi a cercare Pam, ma non la trovò.
Era la prima volta che si trovava nella capitale francese: vi sarebbe tornato un anno dopo, trovandoci la morte.
Pam, assieme al sordido conte, era andata in Marocco. Convinto di trovarla a Tangeri, andò a cercarla nella città africana, ma lei, sempre col conte, si trovava a Marrakesh. Fallito quel folle inseguimento, Jim tornò a Parigi solo, e raggiunse la regista Agnès Varda, esponente di spicco della nouvelle vague, conosciuta da Jim l’anno prima durante il lungo soggiorno della cineasta ad Hollywood, e con lei partecipò ad alcune importanti prime cinematografiche e visitò il set del film che stava girando Jacques Demi, a sua volta regista e marito della Varda.
Ci sono due documenti molto importanti relativi a quei giorni: una fotografia che ritrae Jim assieme a Truffaut durante la prima di un film di Godard e, soprattutto, il backstage del film di Demi girato in super8 dalla Varda in cui si vede Morrison, con la barba più lunga che avesse mai avuto, conversare per alcuni minuti con Catherine Deneuve.
Salutata la Varda, Jim vagabondò per alcuni giorni nelle strade parigine, facendo vita di strada e bevendo e dormendo assieme ai clochard del lungosenna. In questi giorni si riaffacciò la polmonite cronica, e Morrison riprese a tossire sangue.

Tornò a Los Angeles in condizioni spaventose: grassissimo, sporco, occhi liquidi, capelli stopposi e striati di grigio, con una tosse da polmonite cronica spaventosa. Fu il suo peggiore periodo. Alcolizzato e depresso, dedito come sempre ai suoi pericolosi passatempi (il più celebre era appendersi al cornicione del motel in cui viveva e dondolarsi nel vuoto, oppure sfasciare macchine a ripetizione per guida in stato di ubriachezza), divenne una sorta di pena ambulante, un deprimente e grottesco cimelio del mondo dello spettacolo californiano.
Una donna ricorda: “era la scopata umanitaria più in voga a Hollywood…faceva pena a tutte”.
E ancora Krieger ricorda: “Sì, era una pena vederlo ridotto così…cazzo, lui era…era Jim Morrison! Non era possibile vederlo in quello stato!”.
Eppure in quello stesso periodo riempì taccuini di versi straordinari. Fu, poeticamente parlando, senza dubbio il suo momento migliore.
Prima di tutto, stampò in proprio il suo terzo libro di poesie. Dopo “The Lords” e “The New Creatures” pubblicò in un elegante sedicesimo la lunga elegia “An American Prayer”.
E poi arrivò finalmente il primo riconoscimento editoriale: una casa editrice decise di pubblicare in un unico volume le due raccolte precedenti, “The Lords” e “The New Creatures” appunto.
Poteva essere l’inizio della svolta, la prima rottura del muro di pregiudizi attorno al Morrison poeta. Fu, invece, un’altra delusione. Il libro vendette moltissime copie (caso unico per la poesia di tutti i tempi), ma ad acquistarlo furono sostanzialmente i fans dei Doors, attratti anche dalla furba immagine di copertina, che ritraeva il “primo” Morrison, il politico erotico in pelle nera, il Re Lucertola, e non, come Jim avrebbe voluto, un’immagine recente in jeans e barba lunga. Così, il libro fu sostanzialmente ignorato dai critici e dai letterati.

A questi mesi dobbiamo far risalire le splendide poesie che Jim, alla fine del 1970, registrò su nastro agli studi dei Village Records.
Tra queste, la fresca, irresistibile e frizzante “Awake”:

“Svegliati/ Scrolla i tuoi sogni dai capelli/ Mia deliziosa bambina, mia dolce/ Scegli il giorno e scegli il segno del tuo giorno/ Una spiaggia immensa in una fredda luna imperlata/ Coppie corrono nude nella pace di questo luogo/ E noi ridiamo come bambini, folli e leggeri/ Persi nel cotone lanoso d’una mente infantile/ Musica e voci ci circondano ovunque/ Scegliete, fa la cantilena degli antichi/ Quel tempo è tornato/ Scegliete adesso, fa la cantilena/ Sotto la luna/ Vicino a un lago antico/ Rientrate nella dolce foresta/ Rientrate nel sogno bollente/ Tutto è in frantumi/ E danza”.

Accanto a questa elegia elettrica, ancora sulla celebrazione di un caos divino dominato dal corpo e dall’istinto, a questo spumeggiante inno alla vita, Jim scrisse pezzi disperati e strazianti. Penso soprattutto al celebre “Lamento per la morte del mio cazzo”. In molti presero, e prendono tuttora, la sfacciata impudicizia di questi versi come una provocazione. In realtà è un’accorata, tristissima e potente confessione di un uomo tragicamente prigioniero del suo ruolo di “dio del sesso”; suo malgrado, Jim era diventato un’icona mondiale anche e soprattutto grazie a quel corpo seducente e longilineo che nel 1970, devastato da alcolismo, droga, depressione e invecchiamento precoce, non gli apparteneva più. E la morte del cazzo, diventa la morte di tutto il corpo:

“Lamento per il mio cazzo/ Piagato e crocefisso”.

Un corpo metaforicamente morto, perché l’immagine del nuovo Morrison non interessa più nessuno. Ecco allora quel secco, tremendo e lapidario verso finale assumere i contorni di un pianto agghiacciante:

“Io sacrifico il mio cazzo sull’altare del silenzio”.

In altri versi, Morrison sembra ricercare ossessivamente se stesso, rievoca episodi della propria vita passata, adolescenza e infanzia che si mescolano in un concentrato di simboli, metafore, sogni e immagini reali. È in “Ghost Song” che troviamo i celebri versi che rievocano il famosissimo episodio dell’infanzia di Morrison in cui l’anima dello sciamano morente balzò prepotente nel suo corpo di fanciullo:

“Indiani sparsi sulle carreggiate all’alba sanguinanti/ Spettri affollano la mente del bambino fragile/ Indiani, indiani, perché siete morti?”.

In pochi seppero cogliere, e sempre in pochissimi sanno cogliere anche oggi, il reale significato di questi versi e di quell’episodio. Si preferisce vederci gli echi mistici di una rockstar visionaria che gioca a impressionare, oppure si preferisce a cercare il seme divino di un genio. Niente di tutto questo. Con queste parole, Morrison si stava brutalmente confessando, stava disperatamente cercando di farci capire la sua vita e il suo essere. E cioè: un “bambino fragile” travolto da qualcosa di troppo immenso.
Era, implicitamente, anche la richiesta di un aiuto. Che nessuno seppe ascoltare.
In “The movie” troviamo senz’altro i versi migliori del Morrison poeta visivo, in una grande riflessione sul senso dell’esistenza e sull’importanza dello sguardo come indagine su se stessi:

“Avete visto questo spettacolo ancora e ancora/ Avete visto la vostra nascita, la vostra vita e la morte/ Potete ricordarvi tutto il resto?/ Avete avuto un buon mondo morendo?/ Abbastanza da farci un film?”.

Infine, l’apice del Morrison “messianico” e rivelatore, arriva nei versi conclusivi di “Stoned Immaculate”:

“Vi racconterò dell’angoscia e della perdita di Dio/ Del vagare e del vagare senza speranza/ Là fuori nel perimetro non ci sono stelle/ Là fuori noi siamo strafatti, immacolati”.

Sono i versi di un poeta ormai maturo, che dichiara metaforicamente la natura stessa della sua poesia, gli argomenti principali, le ossessioni ricorrenti.

Nell’estate del 1970 i Doors dovevano tornare in studio per registrare il loro sesto album. L’ultimo che li vincolava ancora, per contratto, alla Elektra Records che li aveva scoperti nel 1966.
Sui concerti abbiamo già detto: il penoso stato psicofisico di Jim rendeva ormai la maggior parte delle esibizioni assolutamente improponibili.
Ma come autore, Morrison aveva dimostrato con “Morrison Hotel” di avere ancora qualcosa da dire. Fu quindi con fiducia che i Doors si rimisero al lavoro per concepire un altro album.
L’idea che si trattasse dell’ultimo disco che li vincolava a un contratto, e che dopo la sua ultimazione sarebbero stati liberi da qualsiasi legame, piaceva molto a Jim.
Questo è un punto assai controverso della sua biografia, eppure in molti (soprattutto gli amici più intimi) assicurano che Morrison avesse già deciso di chiudere per sempre, dopo quell’album, la sua esperienza con i Doors. Stanco, impossibilitato a reggere il ritmo dei tour e desideroso di dedicarsi esclusivamente alla poesia (e al cinema). Molto probabile che questo corrisponda al vero. Probabile anche che nei pensieri di Jim ci fosse un qualche futuro musicale, ma senza dubbio legato esclusivamente a una attività in studio.
Di sicuro, voleva chiudere in qualche modo un capitolo della sua vita.

I Doors si misero al lavoro sui nuovi pezzi pochi giorni dopo la deludente (soprattutto per loro stessi) esibizione al festival dell’Isola di Wyght.
Poche settimane dopo, morì Jimi Hendrix per un cocktai mortale di alcol e barbiturici. Ancora qualche giorno e lo avrebbe seguito Janis Joplin, per overdose di eroina.
Entrambi ventisettenni, come Brian Jones l’anno prima. Tutte morti che impressionarono e depressero spaventosamente Jim, che proprio nel dicembre 1970 avrebbe compiuto 27 anni. Quell’autunno così tragico per la storia del rock, Paul Rotchild, il “quinto door”, colui che aveva prodotto i cinque album precedenti della band, mollò improvvisamente il gruppo.
Riteneva il nuovo materiale troppo scadente, e non aveva alcuna intenzione di produrlo. Fu il più grande errore della sua carriera.
Perché l’album che i Doors di lì a pochi mesi avrebbero partorito fu un capolavoro di straordinaria bellezza, una pietra miliare della storia del rock e del blues, assieme ai primi due dischi senz’altro il loro vertice artistico.

Il disco, “L.A. Woman”, portò alle estreme conseguenze il discorso iniziato dai Doors con “Morrison Hotel”: musica senza troppi fronzoli, R&B delle origini, schietto, graffiante, travolgente, testi energici che incitavano alla gioia di vivere.
Svincolatisi da Rotchild, i Doors autoprodussero il disco, tornando all’atmosfera scanzonata delle loro origini: improvvisarono una sala d’incisione nei loro uffici, con Jim che cantava seduto sulla tazza del cesso e gli altri tre che suonavano tra sedie e divani.
Si divertirono come pazzi (pare che Morrison, mentre registravano il pezzo che dà titolo all’album, abbia stabilito il suo record personale scolandosi ventinove bottiglie di birra).
E fu, col senno di poi, un modo splendido per dirsi addio.
Robbie Krieger sfoderò un pezzo che, in quanto a freschezza e capacità di travolgere, poteva competere con “Light my fire”, vale a dire “Love Her Madly”.
Morrison invece, servì sul piatto almeno tre pazzeschi e ruggenti capolavori.
Prima di tutto “The WASP”, una micidiale satira del fanatismo religioso dei bianchi protestanti del Texas, uno degli stati americani più razzisti e conservatori.
E poi, la splendida e irresistibile “L.A. Woman”; questo blues indemoniato, più complesso ma senz’altro superiore a “Roadhouse Blues”, è prima di tutto un canto d’amore di Morrison per la sua città, Los Angeles, una celebrazione appassionata e, ovviamente, anche uno struggente canto d’addio alla sua terra, alla California e all’America:

“Donna Los Angeles/ Guido per i tuoi sobborghi/ Nel tuo malessere/ Vedo che hai i capelli in fiamme/ Le colline stanno bruciando/ Se dicono che non ti ho mai amata/ Lo sai, stanno mentendo”

e poi il fantastico, geniale anagramma del proprio nome, ripetuto come un mantra nel ritornello:

“Mr Mojo Risin”, che tradotto letteralmente vuol dire “Signor Coso Magico che si alza”. Ma il testamento musicale di Morrison, non a caso il pezzo che chiude l’album, è “Riders On The Storm”, un’altra, ennesima sintesi e confessione. Bastano pochi versi a dire tutto:

“Cavalieri nella tempesta
è in questa casa che siamo nati
è in questo mondo che ci siamo gettati
come cani senza un osso
attori dati a prestito…
Cavalieri nella tempesta
C’è un assassino sulla strada…”

È ovvio che in questi versi Morrison racconta e sintetizza ciò che è stata la sua vita da rockstar, di “attore dato in prestito”. E, ovviamente, la chiusura non poteva che essere data al personaggio ricorrente dell’assassino viaggiatore e autostoppista. Chi è? È Morrison se stesso. Che voleva uccidere il vecchio e rinventare un mondo nuovo. Niente male per un cantante già dato da anni per “finito”.

La fine dei Doors, già nell’aria da molto tempo, divenne realtà nel dicembre 1970, quando ancora stavano ultimando le sessioni di registrazione di “L.A. Woman”.
“Quella sera vidi la forza vitale di Jim evaporare dal suo corpo”. Con queste parole Ray Manzareck ricorda la sera dell’11 dicembre 1970, data in cui Jim Morrison si esibì per l’ultima volta davanti a un pubblico.
Durante quel triste concerto, Jim riuscì a cantare quattro canzoni, poi si bloccò. Non gli usciva più la voce. Si sedette accanto alla batteria di John Densmore, pallido, sguardo assente, una specie di inquietante morto vivente. Per scuoterlo, Densmore gli diede un calcio nel sedere, Jim si rialzò e provò a ricominciare a cantare. Ma la sua voce era un soffio labile.
Dalla rabbia, frantumò il microfono a terra.
Scendendo dal taxi che li riportava a casa dopo il concerto, Manzareck commentò: “Ok. È finita”. Era finita davvero. Il Morrison cantante non esisteva più. Cosa sarebbe successo a questo punto?

Tutti, amici, Doors, staff dell’Elektra, erano d’accordo su una cosa: Jim doveva staccare e riposarsi. Furono così annullate tutte le date e l’attività live della band fu sospesa a tempo indeterminato.
Il manager Bill Siddons e gli altri Doors comunque, speravano ancora che sarebbe tornato a cantare. Tuttavia c’era un altro enorme problema. Il processo di Miami si era concluso, e andava inevitabilmente verso una condanna spropositata: il carcere, per almeno due anni.
Per evitarlo, c’era un solo sistema, andarsene via. Via dall’America. La destinazione più ovvia, sembrava la Francia, rifugio naturale di molti esuli americani, disertori della guerra del Vietnam.
La legge francese infatti non prevedeva estradizione per reati quali la diserzione e, come era nel caso di Morrison, gli atti osceni in luogo pubblico. Parigi inoltre era una destinazione particolarmente amata da Jim: la patria della poesia e dell’esistenzialismo.
Infine Pamela, che nel frattempo era tornata da lui per l’ennesima volta, conosceva bene la città, e al suo uomo non chiedeva altro che ricominciare una nuova vita e farla finita con i Doors.
Uno dei primi giorni del febbraio del 1971 Pamela partì per Parigi per trovare un appartamento per lei e Jim. Lui l’avrebbe raggiunta qualche settimana dopo. Morrison fece ancora in tempo a procurarsi una contusione abbastanza seria a una gamba cadendo da un cornicione, a prendersi disperate sbronze colossali per le vie di Los Angeles e a vedere gli ultimi ritocchi di mixaggio al nuovo disco.
E, soprattutto, a scrivere una lunga, disperata poesia in cui faceva un bilancio della sua vita e sanciva il suo definitivo addio all’America, come se già sapesse che non sarebbe mai più tornato. La poesia è “Se guardo indietro”:

“Se guardo indietro alla mia vita
A colpirmi sono cartoline, foto rovinate,
Manifesti sbiaditi di un tempo che non riesco a ricordare […]
Figlio d’una famiglia di militari…
Mi sono ribellato alla Chiesa dopo fasi di fervore
A scuola mi arruffianavo la stima e attaccavo gli insegnanti
Ero un matto e il ragazzo più sveglio della classe […]
La biblioteca e le librerie, i libri e la magia dei poeti
Poi il sesso ti dà stimoli maggiori di quanto avessi mai immaginato […]
Venni a Los Angeles, scuola di cinema
Estate a Venice e visioni di droga
Canzoni in cima al tetto grazie alle ragazze che mi han dato da mangiare […]
E d’improvviso divento uno sciamano con l’anima di un pagliaccio
Che ci faccio nell’arena dei tori con tutti i personaggi pubblici
In corsa per il comando? Essere ubriachi è un buon travestimento […]
Dopo 4 anni mi ritrovo con una mente come un martello sbrindellato
Rimpianto per le notti sprecate e gli anni sprecati
Finale con saluto appassionato
Quale dei miei io sarà ricordato?
Ciao America, ti ho voluto bene”

Salutò i Doors senza troppe parole. Gli chiesero quanto sarebbe stato via e lui rispose che non lo sapeva. E capirono che difficilmente sarebbe tornato.
Gli amici più cari, Frank e Katherine Lisciandro, Babe Hill e Paul Ferrara, lo accompagnarono all’aereoporto una sera di marzo.
In un’epoca senza internet e senza controlli telematici era possibile lasciare gli Stati Uniti in clandestinità, con una condanna al carcere sulla testa, senza dare troppo nell’occhio.
Qualche settimana dopo usciva “L.A. Woman”, conquistando immediatamente la vetta della classifica. Jim Morrison era già a Parigi.
E non sarebbe più tornato.

(continua…)


NON PERDERE, LUNEDI PROSSIMO, 5 DICEMBRE, LA DECIMA E ULTIMA PUNTATA DE “I SEGRETI DI JIM”:

IN MORTE DI UN POETA”, TUTTA LA VERITA’ SULLA MORTE DI JIM MORRISON

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