An American Prayer

I SEGRETI DI JIM – ottava puntata

3 luglio 1969. I Doors e il loro staff sono freneticamente impegnati nella ricostruzione post Miami. A fatica, cercano di rientrare nelle programmazioni radio, di accaparrarsi qualche benevolo pezzo sulla stampa che faccia sterzare l’opinione generale, di tornare a suonare dal vivo.
Inoltre c’è l’incognita del nuovo disco. Viste le condizioni di Morrison, e soprattutto la sua disaffezione verso la band, il pessimismo è quasi d’obbligo.
Eppure Jim sembra relativamente tranquillo. Sebbene libero solo su cauzione e sebbene la spada di Damocle della condanna penda pericolosamente sulla sua testa, la pausa forzata imposta dai fatti di Miami sembra avergli fatto solo bene. È ingrassato a dismisura, il suo viso gonfio è una traccia fin troppo evidente di un alcolismo irreversibile, sembra invecchiato di vent’anni, ma è più libero, libero dall’ingombro dell’immagine insostenibile di Re Lucertola, del dio del sesso, del politico erotico. La barba lunga inoltre, lo rende quasi irriconoscibile, permettendogli di girare liberamente e senza scocciature per le vie dell’amata Los Angeles.
È in questa prospettiva, in questa nuova pelle, che torna a interessarsi dei Doors.

Ma andiamo con ordine.
Quel 3 luglio Morrison è raggiunto da una notizia sconvolgente: a soli 27 anni, a Londra, in circostanze mai del tutto chiarite, è morto l’ex chitarrista degli Stones, Brian Jones, trovato all’alba annegato nella sua piscina.
Per Morrison è uno shock senza precedenti: amava e ammirava Brian Jones, lo riteneva il membro più importante degli Stones. Si chiude allora in un motel, e di getto e senza correzione alcuna scrive quella che è senz’altro la sua poesia più bella, intensa, tragica, sentita: “Ode a Los Angeles pensando a Brian Jones, deceduto”.
Quei versi hanno qualcosa di magico, straziante e terribilmente inquietante. Sono elettrici, ci esplodono negli occhi. Prima di tutto, le assurde e insondabili coincidenze del fato: Jones muore a 27 anni, il 3 luglio, alla stessa età e nello stesso giorno in cui la morte coglierà Jim due anni dopo. Due morti tragiche, premature, due morti nell’acqua: Brian in piscina, Jim in una vasca da bagno.
E poi, Brian Jones, il più bello e seducente degli Stones, distrutto, annientato, sfatto e ingrassato dall’alcolismo devastante. Al di là del sincero amore e della sincera ammirazione, è ovvio che Morrison si rivedeva in lui, che vedeva nel giovane inglese un’identità di destini tragici.

“Povera Ofelia!
Tutti quegli spettri mai visti
Fluttuanti in eterno
Su una candela di ferro
Torna indietro, indomito guerriero
Rifa’ il tuffo su un altro canale”

Ofelia: la triste eroina shakespeariana morta nell’acqua durante uno psicotico processo di regressione infantile. Brian e Jim e poi anche Jimi e Janis, tutti Ofelie, imprigionate nel ruolo maledetto di rockstar eterne bambine, mai prese sul serio, in una tragica ed eterna infanzia perenne. Brian e Jim, come Ofelia morti nell’acqua.

“Hai lasciato il tuo nulla
a competere col silenzio
eri il sole biancheggiante
dei pomeriggi in tv”

E poi, quella strofa meravigliosa di triste e disumana bellezza:

“Spero che tu vada
sorridente come un bambino
nei freschi residui di un sogno….
L’uomo/angelo
in lotta coi serpenti
ha finalmente reclamato
quest’anima benevola…
Ofelia…
Foglie inzuppate di seta…
Pazzo imbavagliato testimone…
Sogno al cloro…”.

Finito di scrivere, Jim dal motel chiamò l’ufficio dei Doors, e per telefono lesse la poesia alla sua segretaria. Lei trovò la poesia bellissima, e disse a Jim che doveva assolutamente farne qualcosa.
Le portò il manoscritto, lei la batté pazientemente a macchina.
Ne fecero stampare qualche centinaia di copie, in carta marrone e inchiostro verde.
Due settimane dopo i Doors tornarono a esibirsi, dopo il lungo silenzio, a Los Angeles. All’ingresso, la poesia fu distribuita agli spettatori. Frank Lisciandro, uno dei più cari amici di Morrison, racconta come al termine del concerto la sala fosse piena di quei fogliettini, spazzati via la sera stessa dagli inservienti dell’auditorium.
Gli spettatori avevano reso quel capolavoro nient’altro che aereoplanini di carta. Proprio vero: era quasi impossibile, per Morrison, farsi accettare come poeta.
Ad ogni modo, quella fu la prima di una lunga serie di poesie, splendide e sbalorditive, le sue migliori, tutte – tranne una – mai pubblicate con Morrison in vita.
Alcune di queste, l’8 dicembre 1970, il giorno del suo ventisettesimo compleanno, le recitò incidendole su nastro. Sette anni dopo la sua morte, i Doors ripescarono quel nastro e ne fecero un disco celebrativo: “An american prayer”, titolo della poesia, fra tutte, senz’altro più rappresentativa.
“An American Prayer” è una lunga, splendida e appassionata elegia sulla società americana, un nuovo sguardo su ciò che è stata e ciò che è la società americana ai tempi di Morrison, senza tuttavia gli accenti messianici e apocalittici di “When the music’s over” o di “Five to one”, ma in modo più lucido, intimo, intenso e incisivo.
L’incipit è un dialogo con un “tu” ipotetico che racchiude l’intera generazione che provò a ribaltare il mondo, un invito ad una elementare e importante presa di coscienza: “Conosci il caldo progredire sotto le stelle?/ Lo sai che esistiamo?/ Le hai dimenticate le chiavi del Reame?/ Sei stato generato e tuttavia sei vivo?”.
L’invito alla presa di coscienza, da sognante ed elegiaco, si allarga a visioni cosmiche tipicamente morrisoniane: “Ci vogliono grandi copulazioni dorate/ Padri a fornicare negli alberi della foresta”. Poi, la poesia scende nella concretezza, un realismo crudo che ancora non avevamo mai incontrato in Morrison: “Lo sai che siamo condotti al macello/ da placidi ammiragli?/ e che grassi lenti generali si vanno facendo osceni/ sul sangue giovane/ Lo sai che siamo governati dalla TV?”.
È ovvio che si sta parlando di Vietnam, ma è particolarmente crudo il riferimento diretto alla figura dell’ammiraglio: ammiraglio di marina, era appunto Steven Morrison, il padre di Jim. Un aspetto che rende particolarmente forte questo passaggio.
E poi, se il grande poeta, se il grande artista è colui che non solo riesce a leggere e a interpretare i suoi tempi, ma a precorrere e a intuire quelli futuri, come ignorare quel verso illuminato e illuminante “Lo sai che siamo governati dalla TV?”. Chi è che nel 1969 scriveva una cosa simile? Chi è che nel 1969 riusciva a vedere il futuro, totale e assoluto dominio dei mezzi d’informazione di massa?
Nella parte centrale la polemica si fa cruda e straziante recriminazione, rimpianto per ciò che poteva essere e invece non è stato: “Dove sono le feste che ci avevano promesso/ Dov’è il vino, il vino novello”.
Poi, con toni quasi nicciani, Morrison chiarisce definitivamente cos’erano gli ideali degli anni Sessanta: una fede, e perduta quella fede si sente la perdita angosciante di dio. Infatti Morrison prosegue: “Dacci una fede/ in cui credere/ Una notte di concupiscenza/ Dacci confidenza nella notte”.
Ma la nuova fede non c’è, dio non ritorna, gli ideali sono morti, e chi continua a sognare è un pazzo in prigione: “Dentro una cella/ Dentro una galera/ Dentro un bianco/ libero protestante Maelstrom/ Stiamo appollaiati a capofitto/ sul ciglio della noia/ Ci sporgiamo verso la morte/ dall’estremità di una candela/ Aspettiamo qualcosa/ che ci ha già trovati”.
La parte, giustamente, più famosa della lunga “An American Prayer” è la strofa finale, l’abbandonata e sviscerale meditazione morrisoniana sulla morte, quasi un testamento lasciato un anno e mezzo prima di morire. Ed è bello riportarlo così, senza ulteriori commenti:

“Stanno aspettando di condurci nel giardino reciso
Lo sai quanto pallida e tesa e pazzamente sospesa
Giunge la morte all’ora strana
Inattesa, imprevista
Come un’orrida compagna che ti sei portato a letto
La morte ci rende tutti angeli
E ci mette ali
Dove avevamo spalle
Lisce come artigli di corvo
Basta coi soldi, basta coi vestiti pazzi
Questo Regno sembra migliore dell’altro
Non ci andrò
Preferisco una Festa di Amici
Che una Famiglia Gigante”

Questa e altre importanti poesie, di cui parleremo più avanti, furono – come già detto – scritte tutte approssimativamente tra gli ultimi mesi del 1969 e la prima parte del 1970. Lo stesso periodo insomma in cui i Doors tornarono in pista.
Una volta tanto lo staff dei Doors aveva lavorato con intelligenza e ragionevolezza. Per prima cosa, invece di pressare un Jim esausto, stufo della musica e della sua immagine, lo lasciarono in pace per molto tempo. Poi, una volta che gli obblighi contrattuali e le necessità di guadagno lo resero indispensabile, non cercarono di riproporre l’immagine pre-Miami di Re Lucertola, ma accettarono il Jim (Jimbo, come presero a chiamarlo gli amici più cari in quei mesi) barbuto, un po’ Ginsberg un po’ motociclista, dall’aria più saggia e riflessiva.
Proprio su questa inedita sobrietà puntò l’ufficio stampa per allontanare gli spettri di Miami e la doorsfobia diffusa tra i benpensanti della società americana.
La strategia di rilancio, funzionò. I Doors tornarono sui palcoscenici e tornarono in radio. Ovviamente, non bastava. Oltre a Miami, c’era stato il disastro – questo dovuto tutto alla qualità musicale – di “The soft parade”.
Per rilanciarsi, i Doors dovevano tornare a essere grandi, e quindi a fare un grande disco. E Morrison, l’artefice di tutti i loro capolavori, non sembrava più esserne in grado.
Ma il tratto comune dei geni che hanno incendiato ogni genere artistico in tutta la storia dell’umanità, è la capacità di stupire.
E Morrison riuscì a stupire, i suoi compagni per primi. Dopo oltre un anno di insofferente disinteresse, riprese a dettare la linea che avrebbe dovuto avere il gruppo: basta con gli archi, con le sovraincisioni, ma ritorno alle origini, rock&blues duro ed energico, prove in libertà.
I Doors lo ascoltarono con speranza (il leader era tornato) e terrore (Jim restava sempre assolutamente inaffidabile).
Ma tutti i dubbi furono spazzati via quando Morrison propose il nuovo singolo, uno scatenato R&B dall’attacco travolgente:
“Ah keep your eyes on the road your hands upon the wheel”, che poi decollava in un irresistibile ed esplosivo ritornello: “Let it roll, baby roll…let it roll, baby roll…let it roll…all night long”.
Dalla penna di Morrison era nata “Roadhouse blues”, il pezzo dei Doors, assieme a “Light my fire”, più celebre e venduto nel mondo.

I Doors intuirono subito l’immenso potenziale di quel pezzo, attorno al quale presero a costruire il nuovo album. Era un registro decisamente nuovo per la band: dalla psichedelia e dal teatro/rock si passava al R&B graffiante e indiavolato.
Anche i nuovi testi di Morrison stupivano in questo senso: con “Roadhouse blues” ci porta in giro a tutta velocità per le strade di Los Angeles, verso una locanda, birra, musica e una bambina con cui spassarsela “all night long”.
Il pezzo divenne, ed è tuttora, l’inno dei motociclisti. Se nella poesia Morrison stava raggiungendo i suoi risultati migliori affinando e approfondendo il suo stile, nella musica riversò un altro se stesso, un altro fondamentale pezzo del suo sentire che ci fa scoprire questo poliedrico personaggio da un’altra, ennesima, angolatura: la celebrazione della vita, della gioia di vivere, del disperato amore per la vita. Alla faccia di chi ha liquidato Jim Morrison come una sexy rockstar depressa e visionaria.

Il nuovo album si sarebbe chiamato “Morrison Hotel”.
L’hotel esisteva davvero, era un alberguccio d’infimo ordine scovato da Manzareck alla periferia di Los Angeles. All’interno della hall fatiscente, scattarono la foto per la copertina.
Quella foto, scattata di fretta senza il consenso dei proprietari per sfruttare un Jim appena sbarbato, è l’ultima fotografia americana che ci mostra Morrison senza barba.
Tuttavia Morrison, sul finire del 1969, appena ventiseienne ma con l’aspetto di un quarantenne, mitragliato da un alcolismo che stava assumendo proporzioni colossali e sempre meno controllabili e aggravato dall’affacciarsi di una polmonite cronica che spesso gli faceva tossire sangue, non aveva certo l’energia per concepire un intero album di canzoni, come tre anni prima.
Così “Roadhouse blues” era l’unico capolavoro del disco. Accanto, Morrison piazzò altri due piccoli gioielli R&B, prima di tutto la splendida “Maggie McGill”, storia divertente e surreale, con quei versi che alludevano ai tanti aborti delle amanti di Jim: “figlio illegittimo di una rockstar/ Mamma incontrò papà sul sedile posteriore di un’auto rock”.
E poi “Queen of the highway”, dedicata alla sua storia d’amore con Pamela: “Lei era una principessa, regina dell’autostrada…/ Lui era un mostro vestito di pelle nera”.
A completare l’album ci fu l’innocente ma irresistibile ritmo di “You make me real”, alcuni pezzi di Robbie Krieger (la più bella è il canto marinaresco “Land Ho!”) e “Peace Frog”, dove lo stesso Krieger scrisse una melodia molto orecchiabile per alcuni versi di Jim ripescati da Paul Rotchild in un taccuino dimenticato in studio.
E, ovviamente, le immancabili canzoni non incluse nei precedenti lavori: “Waiting for the sun” (addirittura scartata dall’album che ne portava il titolo!) e “Indian Summer” (questa presente addirittura nel primo demo dei Doors del 1966).
Un capolavoro, due grandi canzoni, discreti riempitivi e alcune banalità: questo era “Morrison Hotel”, un album certo non ai livelli dei primi due, e leggermente inferiore, nell’insieme, anche al terzo, ma di sicuro un buon album, ottimo se si pensa alla decisa sterzata data dai Doors al loro sound, ottimo se si pensa alla completa resurrezione dalle ceneri che comportò quest’album per il gruppo.
L’equivoco albergo che gli dava il titolo stava a significare proprio questo: abbiamo toccato il fondo, adesso ci prepariamo a risalire.
Funzionò.
All’inizio del 1970 uscì “Morrison Hotel” e con “Roadhouse Blues” l’America, come aveva fatto con “Light my fire”, impazzì di nuovo.
Gli ingaggi ritornarono d’incanto e lo staff dei Doors poté programmare il nuovo live tour. Un tour che però, si apriva sotto un’incognita pesante come un macigno: quanto avrebbe retto Morrison allo stress e alle fatiche della frenetica attività live?

(continua…)

NON PERDERE LUNEDI PROSSIMO, 28 NOVEMBRE, LA NONA PUNTATA DE “I SEGRETI DI JIM”:
“GOODBYE AMERICA”

Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *