An American Poet

I SEGRETI DI JIM – settima puntata
Non raccontiamoci balle: i pregiudizi, come c’erano allora, ci sono ancora oggi. Ce li abbiamo tutti, anche noi, io che scrivo e voi che leggete. Nel senso che ci è difficile considerare davvero Morrison prima di tutto un poeta. Per noi resta, anzitutto, una rockstar, il cantante dei Doors. Eppure, prima o poi, occorrerà farsi forza e liberarci da questo preconcetto ingombrante. Prima o poi dovremo riuscire a parlare della poesia di Morrison a prescindere dai Doors. Prima o poi toccherà pur ammettere che Morrison è stato, assieme a Ginsberg, Corso e Ferlinghetti, uno dei poeti americani più importanti del secondo novecento.Eppure, anche e soprattutto quando era ancora in vita, della sua natura di poeta sembrava esserne consapevole solo lui. Da quando aveva 17 anni, più o meno dal 1960, si riteneva un poeta. E continuò a farlo anche nelle stagioni più fortunate dei Doors.
Ho parlato a lungo, forse troppo, dei molteplici motivi che portarono Morrison all’autodistruzione. Ora è arrivato finalmente il momento di affrontare quella che fu la sua più grande frustrazione, e cioè l’essere imprigionato nel ruolo di rockstar, l’essere ritenuto un cantante, l’impossibilità di trovare credibilità come poeta nel panorama letterario.
E a escluderlo non furono solo i rigidi ambienti accademici, ma anche i variopinti, rivoluzionari, da lui amatissimi, circoli della poesia beat.
L’unico a dargli credito sostanziale fu Micheal McClure, di dieci anni più anziano, poeta beat della prima ora.

Procediamo con ordine.
Con il delirio di Miami Jim aveva, volutamente o no, distrutto la sua immagine e quella dei Doors. All’indomani di quella serata surreale negli Stati Uniti si scatenò una campagna contro i Doors, e soprattutto contro Morrison, senza precedenti.
Nel giro di ventiquattr’ore Morrison e i Doors erano diventati l’incarnazione stessa del male, e non solo per l’establishment, ma anche per riviste musicali alternative e di tendenza come “Rolling Stone” (proprio “Rolling Stone” pubblicò la celebre copertina con il ritratto di Morrison accompagnato dalla didascalia “Wanted”). Le stesse copertine che due anni prima l’avevano osannato trasformandolo in un idolo mondiale, adesso procedevano a farlo scientificamente a pezzi.
I danni del post Miami furono a dir poco incalcolabili.
Di colpo fu cancellato l’intero tour negli Stati Uniti e in Europa programmato e progettato come il più grande rocktour di tutti i tempi. Le stazioni radio cancellarono le loro canzoni dalle scalette, il già mediocre “The soft parade” ebbe un calo vertiginoso di vendite, gli articoli contro Morrison si moltiplicarono.
E poi, paradosso dei paradossi, i Doors furono esclusi dal festival di Woodstock: in quella leggendaria tre giorni passata alla storia come l’apoteosi dell’amore libero, del trionfo del corpo nudo, furono banditi i Doors perché Morrison, il loro cantante, era accusato di aver mostrato a una platea i propri genitali.
E “accusato” è proprio la parola più calzante, visto che Morrison per i fatti di Miami finì sotto processo, un processo ancora in piedi al momento della morte dell’artista.
Jim a Miami aveva senza dubbio oltrepassato ogni limite immaginabile, aveva scatenato una bolgia infernale, simulato una fellatio, invitato gli spettatori alla rivolta e al sesso libero, favorito il crollo dell’intero palcoscenico e, forse, mostrato il proprio organo sessuale.
Ma nonostante questo, le proporzioni delle accuse nei suoi confronti raggiunsero livelli di esagerazione e parossismo difficilmente immaginabili.
Non era la prima volta che Morrison si trovava nei guai con la legge: due anni prima ad esempio, a New Haven, fu arrestato sul palco per aver insultato le forze dell’ordine. Altri concerti dei Doors, nel corso degli anni, furono interrotti per disordini d’ogni sorta.
Ma stavolta Jim rischiava seriamente la prigione.
Le cose stavano così: non era tanto per il fatto in sé (tra l’altro, a tutt’oggi indimostrabile), quanto perché, nel 1969, il mondo rispetto a qualche mese prima era realmente cambiato. Era finito per sempre il tempo felice della libertà, l’esercito della restaurazione e della normalizzazione avanzava inesorabile. Abbiamo già parlato di come il potere capitalista riuscì abilmente a “riassorbire” il ’68 al proprio interno. Nei confronti dei personaggi più sfuggenti e irriducibili (leggi Jim Morrison, Jimi Hendrix, John Lennon), fu dichiarata una guerra strisciante e implacabile. L’FBI aprì fascicoli nei loro confronti, la CIA si preoccupò di stabilire quanto il loro potenziale sovversivo potesse realmente incidere nei mutamenti sociali. Il messaggio era molto più che chiaro: o riassorbire, o eliminare. Ed è in questo contesto che occorre leggere il processo di Miami.

Non ci è davvero possibile stabilire quanto e fino a che punto Morrison volesse realmente scatenare tutto questo. Di certo, almeno da un certo punto di vista, sfruttò in pieno quella tempesta mediatica che si scatenò nel 1969.
Visse quella pausa forzata dall’attività dei Doors (tour americano sospeso, e in quanto imputato non poteva lasciare il paese e suonare in Europa) prima di tutto approfittandone per sbarazzarsi della sua immagine. Lasciò crescere la già folta barba con cui si era presentato in scena a Miami e buttò via per sempre i pantaloni di pelle.
In due parole: uccise Re Lucertola e tornò a essere James Douglas Morrison. Barba, pantaloni di velluto o jeans, larghe camicie fuori dai pantaloni per nascondere il ventre gonfio di alcol. E si tuffò anima e corpo nella poesia.

Per prima cosa ordinò i suoi taccuini e i suoi appunti sparsi, dando forma a due raccolte di poesie distinte, “The Lords. Note on vision” (“I signori. Note sulla visione”) e “The new creatures” (“Le nuove creature”).
Il primo lettore importante di Jim fu, appunto, il poeta Micheal McClure, che ne rimase assolutamente impressionato. Insieme, affrontarono l’aspetto più spinoso della questione.
Il fatto che Jim fosse una rockstar gli avrebbe senza dubbio creato dei problemi di credibilità letteraria. Su consiglio di McClure, Morrison stampò i due volumi in proprio, in tiratura limitata, senza quindi proporle a un editore che le avrebbe passivamente accettate in quanto opera di uno dei personaggi più famosi d’America.

“The Lords” è una raccolta di lampi e bagliori, fulminanti meditazioni sulla potenza dello sguardo, come sottolinea lo stesso sottotitolo. Difficile stabilire quando furono composte da Jim (secondo Frank Lisciandro potrebbero risalire addirittura ai tempi dell’UCLA). Il tema è la potenza dello sguardo, la magia del cinema, antico e mai dimenticato amore di Morrison. Indipendentemente da quando siano stati composti questi versi, è di per sé eloquente il fatto che Morrison li abbia voluti ordinare e pubblicare proprio nel 1969, quando cioè riprese a coltivare l’idea di girare un film. In questo stesso periodo infatti cominciò a lavorare su un soggetto tratto da un romanzo di McClure, ma soprattutto scrisse una sceneggiatura originale, “The Hitchker” (“L’autostoppista”), da girare assieme alla troupe di amici composta da Lisciandro, Babe Hill e Paul Ferrara (sempre più facile comprendere come i Doors, in quel 1969, fossero davvero l’ultimo dei suoi pensieri).
“The Lords” per quanto composto da brevi annotazioni che si susseguono come tanti frammenti, va letto come un unico poema poetico/visivo, dove il poeta Morrison usa la penna come una macchina da presa tramite cui ci conduce per le vie della città, ovviamente Los Angeles, di cui con piglio voyeristico ce ne svela la vita notturna, stradaiola e maledetta, dove peccato e redenzione, rogo e beatitudine, si mescolano senza soluzione di continuità alcuna.
Eccoci allora “ciechi come nell’utero di una caverna”, per poi vedere “la nostra cecità guarita dallo sputo di una puttana”.
L’arcaica e celebre ossessione morrisoniana di sempre, il superamento del limite, l’abbattimento della parete, è qui realizzata attraverso il solo uso del linguaggio, vera e propria suprema anarchia dal potere incantatorio e trascendente, unica arma – assieme all’occhio – capace di costruire “un universo dentro il cranio che rivaleggi con la realtà”.

Con “The New Creatures” entriamo invece in una dimensione poetica più classica (ove il termine classico è, usato a proposito di Morrison, puramente indicativo e di comodo).
In questa seconda raccolta, le cui composizioni sono quasi certamente databili al biennio 1968-1969, troviamo la concreta definizione dello stile poetico maturo di Morrison. Vale a dire una poesia che procede, memore della lezione di Rimbaud, Mallarmé e Celine, per balzi immaginifici, tramite un processo di accumulazione, analogie e corrispondenze.
E la protagonista indiscussa è proprio lei, la poesia, celebrata in tutta la sua potenza sovversiva; e, aggiungiamo, non poteva essere altrimenti, visto che l’autore è un poeta impegnato disperatamente a reclamare il suo ruolo più autentico nel mondo.
“The New Creatures” è una tappa fondamentale, imprescindibile nel percorso del Morrison poeta. In un certo senso questo libro si configura come un punto d’arrivo, una summa di tutto l’universo immaginario più caro all’autore, una raccolta di suggestioni e ossessioni già ripetutamente incontrate nei primi album dei Doors.
La natura è dipinta come un tempio di oracoli: “Consulta l’oracolo/ amaro ruscello, striscia/ essi esistono nell’acqua piovana/”, dove giganteggia l’idea ricorrente del sacrificio, della catarsi: ancora echi nicciani, per cui il nuovo ordine si raggiunge attraverso caos e disordine.
Nell’idea di caos ricorre l’immagine dell’omicidio. Nei tempi delle stragi brutali di Charles Manson, tutto questo può apparire persino come un’inutile provocazione. In realtà, l’omicidio secondo Morrison rimanda a un mondo ancestrale e presocratico (è chiaro che la seduzione di Nietzsche fu sempre presente), dove la morte diventa atto magico e di trasformazione in qualcos’altro.
Più che un mondo rinnovato, c’è un mondo osservato – come in Rimbaud – attraverso le irritate pupille di satana. Come “The Lords”, anche “The New Creatures” è da leggersi come un continuum, un unico intero poema.
Ed è proprio nella forma della “poesia lunga” che Morrison sembra trovarsi particolarmente a suo agio. In “The New Creatures”, forse per l’ultima volta, assistiamo al campionario completo dei feticci del primo Morrison: serpenti, sciamani, lucertole, oracoli, tutti gli infiniti richiami al mondo primitivo.

Un approfondimento, e al tempo stesso una chiusura e un superamento, del poema che più di ogni altro aveva sintetizzato questo approccio, vale a dire “Celebration of Lizard”.
Come già ricordato, quel lungo poema inizialmente progettato come “teatro/rock”, non era mai riuscito a trovare una sua forma musicale definitiva.
Sarà pubblicato nel 1970 nell’album live della band “Absolutely Live”, catturato durante un concerto. Ma si tratta di un’esecuzione provvisoria, e non del tutto soddisfacente. Per questo, “Celebration of Lizard”, resta essenzialmente una poesia.
Il poema inizia con un’evocazione indimenticabile di un immenso, vuoto, spaventoso e primordiale deserto:

“Leoni per strada e cani/ randagi in calore, rabbiosi, bavosi/ Una bestia ingabbiata nel cuore della città/ Il corpo di sua madre/ Marcisce sulla terra ardente”.

Il futuro Re Lucertola abbandona il corpo di sua madre, una morte simbolica che è anche rinascita e, soprattutto, inizio del viaggio:

“Fuggì dalla città/ Andò al sud e varcò il confine”.

Fin troppo chiari, gli echi autobiografici. La prima “stanza” del poema si chiude con un invito mistico-sciamanico alla schiera di lettori-spettatori-uditori:

“Ci siamo tutti? Siete riusciti a entrare?/ La cerimonia sta per cominciare….”.

Nella seconda stanza, il poeta-vagabondo si sveglia sudato in una stanza d’albergo, il serpente gli è appena apparso in sogno:

“Il serpente era d’oro pallido/ Vitreo e attorcigliato/ Avevo paura di toccarlo/ Le lenzuola erano mortali prigioni ardenti”.

Il sogno è una rivelazione: il serpente è il Segreto, la sua pelle millenaria è il segreto per tornare alle origini. E questo gioco di ritorno all’alba dell’umanità, avviene attraverso la follia purificatrice.
La terza stanza infatti recita:

“Facevo un giochino una volta/ Mi piaceva strisciare all’indietro nel mio cervello/ Credo tu sappia che gioco intendo/ E’ quel gioco chiamato ‘impazzire’….”.

Il volle e vorticoso viaggio all’indietro porta, nella quarta stanza, a una quiete inattesa:

“Indietro nel profondo del cervello/ Dove non c’è mai nessun dolore…./ Tutto dorme adesso/ Tappeti silenziosi, specchi vuoti…”.

Poi, quinta stanza, la visione di un “massacro”: ancora l’omicidio rituale e purificatore, come già visto in “The New Creatures”. La sesta stanza è la celebre “Not To Touch The Earth”, presente nel terzo album dei Doors. Il viaggio di Re Lucertola, dal deserto si sposta sulla strada: il dio-poeta-veggente, ormai iniziato, porta sulla strada caos e rivolta, contro i divieti imposti dalla società:

“Non si può toccare la terra/ Non si può vedere il sole”.

Ma il sole e la terra sono forze della natura che Re Lucertola può evocare per scatenare la rivolta, che puntualmente, avviene:

“Il cadavere del presidente morto nella macchina dell’autista/ La figlia del ministro si è innamorata del serpente”.

L’autorità costituita è stata eliminata, la rivolta è compiuta. Re Lucertola è il superuomo, padrone del mondo, e tiene la sua appassionata e celeberrima orazione che chiude l’opera:

“Sono Re Lucertola io,
Posso fare ogni cosa.
Posso fare in modo che la terra smetta di girare,
Ho cacciato le auto della polizia.
Per sette anni ho abitato in un palazzo
In esilio volontario
Facendo strani giochi
Con le ragazze dell’isola.
Ora sono tornato
Nella terra dei giusti, dei saggi e dei forti.”

Ancora una struttura circolare, ancora un ritorno, un cerchio che si chiude come in “The end” e in “When the Music’s Over”. Gli ultimi versi di “Celebration of Lizard” sono assolutamente stupendi:

“Fratelli e Sorelle della pallida foresta,
Figli della notte,
Chi di voi partecipò alla battuta di caccia?
Scende ora la notte con la sua legione porpora,
Rifugiatevi nelle vostre tende e nei vostri sogni,
Domani si va nella città della mia nascita
E voglio essere pronto.”

Con Miami, Morrison aveva ucciso il Re Lucertola “rockstar” e “sex symbol”, non certo il suo autentico significato. Ma con “The New Creatures” si chiude e si apre una nuova fase di scrittura, ancora più matura, intensa e sconvolgente.
Re Lucertola “sex symbol” in pelle nera apparve per l’ultima volta in una trasmissione televisiva nel 1969. Sbarbato e longilineo, ma gli occhi vitrei e le gambe malferme. Canta “Touch me”, e buca clamorosamente il secondo attacco. Dopo quell’apparizione, Re Lucertola non comparirà mai più. Nasceva un nuovo Morrison, nascevano nuovi Doors e nasceva una nuova poesia.

(continua…)

NON PERDERE LUNEDI PROSSIMO, 21 NOVEMBRE, L’OTTAVA PUNTATA DE “I SEGRETI DI JIM”:
“AN AMERICAN PRAYER”

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