“Uccidi il padre, scopa la madre”

I SEGRETI DI JIM – Terza puntata

All’inizio del 1966 i Doors ottennero il loro primo ingaggio. Per molti mesi furono la band fissa, suonando sei sere alla settimana, al London Fog, un fosco live bar del Sunset Strip il cui turpe proprietario sottopagava i musicisti non garantendogli neppure una minima assicurazione sindacale. Eppure fu proprio in questo minuscolo locale che i Doors affinarono, improvvisazione dopo improvvisazione, esibizione dopo esibizione, le canzoni che li avrebbero di lì a poco rivelati al mondo intero. Fu lì che cementarono il loro affiatamento e fu lì che cominciarono a crearsi il loro primo pubblico di fedelissimi.

Nel loro repertorio c’era una canzone che parlava di un amore sfiorito, composta di un’unica strofa, accompagnata da una musica lenta, ottima per far riprendere fiato a Jim dopo una sequenza di pezzi veloci:

This is the end, beautiful friend…

This is the end, my only friend the end…

Of our elaborate plans, the end…

Of everything that stands, the end…

No safety or suprise, the end…

I’ll never look into your eyes, again…

(Questa è la fine, meravigliosa amica/ questa è la fine, mia unica amica la fine/ dei nostri piani elaborati, la fine/ di tutto ciò che esiste, la fine/ nessuna salvezza o sorpresa, la fine/ non guarderò mai più dentro ai tuoi occhi).

Forse Jim aveva abbozzato questi versi pensando a Mary, una ragazza con cui poco prima aveva chiuso un’importante storia d’amore.

Tuttavia, il tema dell’amore finito lo avrebbe sviluppato splendidamente, come già visto, in quella perla struggente che è “The Crystal Ship”. L’idea della “fine” solleticava in lui ben altre intuizioni e suggestioni.

Tre anni dopo, nel 1969, in uno dei suoi innumerevoli taccuini scriverà quest’appunto: “se la mia poesia cerca di arrivare a qualcosa, è liberare la gente dai modi limitati in cui vede e sente”.

Per liberare, occorreva ritornare alle origini, per un nuovo ordine era necessario passare per il caos, per un nuovo inizio era necessario ritornare alla fine. Con questo vorticoso processo a ritroso in testa, imbevuto di echi dionisiaci e sofoclei, Morrison prese per buona parte di quel 1966 a lavorare incessantemente allo sviluppo di quella prima, apparentemente innocente strofa.

Furono necessari molti mesi e numerosi “viaggi”, forse anche un breve esilio nel deserto a base di peyote, per dare forma definitiva a quell’immensa, straordinaria e irripetibile epopea rock che sarebbe diventata “The end”.

Da amara meditazione sull’amor perduto, la prima strofa divenne un filosofico e meditativo prologo sulla natura intrinseca della fine. La fine è anche il con-fine. Arrivati al confine, varcato il confine, si entra in un’altra dimensione psicofisica, libera e spaventosa.

Can you picture what will be

So limitless and free

Desperately in need

Of some stranger’s hand

In a desperate land

(puoi immaginarti come sarà/ così sconfinato e libero/ con un bisogno disperato/ della mano di qualche estraneo/ in una terra disperata).

Ci siamo. Morrison ci ha condotti dall’altra parte. Puoi immaginarti come sarà? Morrison ci dice che avremo paura, e ci sentiremo soli in quella “terra disperata”, bisognosi dell’affetto di “qualche estraneo”. Si è sempre soli e spaventati quando cerchiamo veramente noi stessi. Continua:

Lost in a Roman wilderness of pain

And all the childrens are insane

Waiting for the summer rain…

(Persi in una landa romana di dolore/ tutti i bambini impazziscono/ in attesa della pioggia estiva).

Siamo nel labirinto delle nostre viscere, dolorosi e spaventati. Visioni terribili, come in un quadro di Bosch. I bambini impazziscono. Regressione e follia saranno altri temi ricorrenti di Morrison: nel processo di liberazione dell’inconscio torniamo alla follia infantile, come l’Ofelia shakespeariana, non a caso personaggio chiave di quella che senza dubbio è la poesia capolavoro di Jim (la struggente “Ode to L.A.”, del 1969).

There’s danger on the edge of town

Ride the King’s higway baby

Weird scenes inside the gold mine

Ride the higway west, baby…

(C’è pericolo ai confini della città/ percorri l’autostrada del re, bambina/ scene misteriose nella miniera d’oro/ percorri l’autostrada dell’Ovest, bambina).

Qui si arriva ad un punto cruciale. Giganteggiano in questa strofa due “topoi” dell’universo morrisoniano: l’ovest e l’autostrada. L’ovest, la California, Los Angeles, è il punto d’arrivo delle peregrinazioni dell’adolescenza di Morrison, ma è anche, e soprattutto, la terra promessa, la capitale del disordine dei turbolenti anni ’60, la speranza del rinnovamento totale. L’autostrada è il luogo preferito dal Morrison autostoppista e viaggiatore, simbolo stesso della ricerca, ma anche non-luogo per eccellenza, terra di nessuno, smarrimento dei sensi e di se stessi.

Ride the snake, ride the snake

Ride the snake, to the lake…

The snake is long seven miles..

He’s old, and his skin is cold

The West is the best

Get here and we’ll do the rest…

The blue bus is calling us…

Driver where you takin’ us?

(“Cavalca il serpente, cavalca il serpente, cavalca il serpente fino al lago/ E’ vecchio, e la sua pelle è fredda/ L’Ovest è il massimo/ Venite qui e noi faremo il resto/ L’autobus blu ci sta chiamando/ Autista, dove ci stai portando?”).

Ed ecco un altro feticcio fondamentale per la poetica di Morrison: il serpente. I rettili, unici superstiti del mondo preistorico, sono il simbolo del mistero delle nostre origini. Questa ricerca mistica in cui Morrison ci sta conducendo sta raggiungendo il suo climax: per conoscerci dobbiamo cavalcare il serpente, toccarlo, sentire la sua storia millenaria sulle nostre mani (“è vecchio”), sentire come nelle sue scaglie sia rappresentata tutta la storia del mondo. Immergerci in questo brodo primordiale e poi andare verso la terra della libertà (“l’ovest è il massimo”), salire dentro “l’autobus blu”, cioè l’autobus di Los Angeles che portava a Venice. “Autista? Dove ci stai portando?”. Dove ci sta portando l’autista-sciamano-Morrison? Ci sta portando al segreto massimo, alla verità più sconvolgente dell’umanità. Nella strofa successiva, quella che più di ogni altra farà la storia dei Doors, Jim abbandona il cantato a favore di un recitativo ipnotico:

“The killer awake before dawn

He put his boots on

He took a face from the ancien gallery

And he walked on down the hall…

He went into the room where his sister lived and….

Then he paid visit to his brother

And he walked on down the hall…

An he came to a door, and he looked inside

“Father?” “Yes, son?” “I want to kill you”

“Mother?…i want you….fuck you all night baby!”

(“L’assassino si svegliò all’alba e si infilò gli stivali/ Prese una faccia dall’antica galleria e camminò lungo il corridoio/ Entrò nella stanza dove viveva sua sorella e poi fece visita al fratello/ E camminò lungo il corridoio/ Arrivò a una porta e guardò dentro/ “Padre?” “Sì figliolo?” “Voglio ucciderti!” “Madre….voglio scoparti tutta la notte bambina!”).

E’ l’Edipo Re di Sofocle, la tragedia delle tragedie: Edipo che uccide suo padre e sposa sua madre. La verità delle verità, la sconvolgente rivelazione: uccidi il padre, scopa la madre. Perché? Ovviamente ci sono ovvi richiami autobiografici. Morrison aveva un fratello e una sorella, citati in questa strofa. L’assassino che si sveglia all’alba è anche e soprattutto egli stesso: più volte, nei suoi versi, si dipingerà come un assassino, un omicida delle convenzioni, dell’autorità, del vecchio. Con la famiglia Morrison aveva da sempre rapporti drammatici: non si sentì mai compreso né amato, finendo per trasformare il padre nel simbolo di tutto ciò che andava ucciso e cambiato. Nel 1965 scrisse per l’ultima volta alla famiglia, informandola dei suoi nuovi progetti circa la fondazione di una rock band. Il padre rispose secco dicendo che la riteneva una “gigantesca cazzata”. Da quel momento non si sentirono mai più, e Jim cominciò a spargere la voce, con gli amici e la stampa, che i suoi genitori erano deceduti in un incidente stradale.

Tornando a “The end”: autobiografia a parte, l’uccisione del padre e la copulazione con la madre è il mistero originario dell’umanità. Uccidere il padre, uccidere l’autorità, ribellarsi; scopare la madre, ricongiungersi con la terra, con le origini. Il viaggio è completo.

Morrison elaborò questo sconvolgente testo senza informarne i Doors. Nel frattempo la band aveva lasciato il London Fog per il più grande, celebre e frequentato Whiskey Go-Go. Così, una sera, dopo la consueta prima strofa del brano, Jim non si fermò e andò avanti con tutto il resto. E gli altri Doors lo seguirono, improvvisando quel sound angosciante e spaventoso che fa di “The end” una delle più grandiose canzoni di tutti i tempi. Chi assistette a quella prima, storica e sconvolgente esecuzione, racconta di come durante la performance si fosse fermato l’intero locale, di come Morrison tenesse tutti in pugno, come ipnotizzati.

Ovviamente furono licenziati dal locale. Poco male. Quella stessa sera Jac Holzman, proprietario dell’Elektra Records presentò alla band il produttore Paul Rotchild, che li avrebbe portati in studio per incidere il primo album.

Rotchild, indicato spesso come “il quinto Door”, produttore di tutti gli album della band tranne “L.A. Woman”, ricorda come Morrison, in quei giorni ripetesse “uccidi il padre, scopa la madre” ossessivamente, come un mantra. Era davvero, per lui, la verità rivelata, il primo punto d’arrivo della sua ricerca poetica. Adesso era pronto a entrare in sala d’incisione, a cantare gli undici pezzi del primo album e a far conoscere al mondo intero la musica dei Doors. Era pronto a volare.

(continua… )

NON PERDERE, LUNEDI PROSSIMO 24 OTTOBRE, IL QUARTO APPUNTAMENTO:

“MORRISON IN VOLO”

#storieisegretidijim

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