Morrison in volo

I SEGRETI DI JIM – quarta puntata

Gli eventi che portarono i Doors e Jim Morrison sulle vette del mondo, ad essere una delle band rock più celebri del pianeta, si svolsero con smisurata rapidità nel corso della prima metà del 1967.
Il loro primo album, intitolato semplicemente “The Doors”, fu subito ben accolto da pubblico e critica. Ma per trasformarli da un’ottima rock band di nicchia apprezzata a un leggendario fenomeno planetario, occorrevano particolari circostanze fortunate ed eventi specifici che cambiassero per sempre la storia della musica. Per prima cosa ci fu l’uscita, un paio di mesi dopo l’album, del singolo “Light my fire”, che in poche settimane scalò inesorabilmente le classifiche fino a diventare la numero uno di Bildboard. E, come la storia ci insegna, il grande successo di un album è sempre determinato da un singolo di successo che fa da traino.
Poi venne New York. I Doors si guadagnarono un servizio fotografico con Gloria Stavers, ex modella, fotografa, direttrice della rivista di musica e moda “16”, arbitro supremo dei gusti e delle tendenze del paese in quell’anno. Dopo diversi scatti di routine ai quattro componenti del gruppo, Gloria chiese di rimanere sola con Jim. Era lui che le interessava, lui, la sua immagine, che avrebbe acceso l’immaginario più sfrenato della nazione.
Le foto universalmente più note di Morrison furono scattate dalla Stavers quel giorno: Jim a torso nudo, il corpo asciutto, il volto scavato incorniciato dalle ciocche dei lunghi capelli, gli occhi azzurri fermi in un’inquietudine penetrante, i muscoli tesi come quelli di una statua greca, un po’ Dioniso un po’ Alessandro Magno, le gambe fasciate di pelle nera. Quel giorno, imprigionato ed eternato dall’obiettivo della fotografa più sexy e trendy degli Stati Uniti (destinata, manco a dirlo, a diventare una delle innumerevoli amanti di Morrison), nacque il mito di Re Lucertola, il dio del rock e del sesso (o, più prosaicamente, per usare le testuali parole di Gloria Stavers, “il dio del rock e del cazzo”). Fu un fulmine: “Light my fire”, Morrison in copertina e l’America impazzì.
 
Quell’esplosione improvvisa fu, per Morrison, la sua fortuna e, paradossalmente, anche l’inizio della fine. Era ovvio che la sensibilità artistica di Morrison, la sua fragilità di uomo, non avrebbero saputo reggere a lungo l’urto di una celebrità così immensa, era ovvio che, presto o tardi, quell’immagine di adone sensuale lo avrebbe invischiato e imprigionato in un tunnel senza uscita.
Ad ogni modo per un po’, specialmente per tutto quello splendido 1967, andò alla grande.
Se le ragazze erano impazzite al solo vedere Morrison in foto, se le groupies che affollavano ogni giorno il backstage della band decuplicavano, se l’America si era scossa, stravolta e sconvolta ascoltando l’ipnotico, sensazionale e allucinante disco, andare a vedere i Doors dal vivo significò per ogni singolo spettatore quello che Jim aveva sempre voluto: assistere a uno sciamanico, elettrico e trascendentale spettacolo dionisiaco di incredibile teatro rock.
Il repertorio comprendeva tutti i pezzi del primo album e buona parte del secondo, che sarebbe stato pubblicato di lì a pochi mesi. Un inciso: degli undici pezzi dell’album d’esordio, due erano cover. Cosa consueta: negli anni ’60 tutte le rock band includevano nelle loro opere prime, accanto ai brani originali, alcune cover.
Ma anche nella scelta delle cover i Doors seppero essere originali e sorprendenti: al posto delle innocenti cover del rock&roll delle origini presenti nei primi 33 giri dei Beatles e degli Stones, i Doors scelsero “Whisky Bar”, un pezzo di Kurt Weill e Bertolt Brecht (Brecht!), e la demoniaca e inquietante “Back Door Man”, di Willie Dixon. Pare che Morrison abbia particolarmente insistito per inserire nell’album “Back Door Man”: con l’urlo primordiale e angosciante con cui era solito aprirla ai concerti, poteva dare libero sfogo a tutta la sua rabbia, una sorta di grido ancestrale e rituale che desse il la alla cerimonia. Inoltre “l’amore dalla porta di servizio” di cui parlava il testo era un chiaro e morboso riferimento al sesso anale, pratica sessuale, pare, particolarmente gradita a Morrison.
 
A dispetto di quanti continuarono a ritenerli esecutori non ineccepibili, i Doors sapevano dare il meglio di sé nei concerti. Basta vedere i tantissimi video a disposizione anche solo per farsi una vaga idea di cosa potesse essere, nel 1967, un concerto dei Doors.
Teatro-rock non era una comoda definizione d’etichetta, era realmente teatro-rock. Jim pareva come cadere in trance, eseguiva vertiginose e sensuali danze sciamaniche per poi stramazzare improvvisamente al suolo e simulare infine una simbolica resurrezione. Tutto era rituale, pazzesco, lisergico e dionisiaco: Morrison era lo sciamano e il pubblico la folla di iniziati. Li ipnotizzava, tenendoli in pugno e conducendoli all’eccesso. Potevano partire anche loro nella danza dello sciamano, potevano urlare, denudarsi, restare per un tempo interminabile in un immobile silenzio (ai Doors piacevano le pause improvvise: di colpo smettevano di suonare, Jim rimaneva immobile al centro del palco, gli spettatori restavano impietriti, silenziosi, percorsi da scosse elettriche di tensione crescente). E niente era una montatura spettacolare, niente era show: tutto accadeva veramente, tutti – musicisti e spettatori – credevano realmente a quel che stavano facendo. A decine di migliaia, dall’Atlantico al Pacifico, in quel fatidico 1967, uscirono dal concerto Doors raccontandolo come l’esperienza più sconvolgente della loro vita.
 
Se il primo album “The Doors” è uno straordinario, perfetto, irripetibile attentato psichedelico al sistema nervoso dell’ascoltatore, il secondo, “Strange Days” è senza dubbio il massimo capolavoro, il prodotto più riuscito della sfolgorante carriera dei Doors.
Non c’è un singolo travolgente come “Light my fire”, né una canzone di definitiva rottura come “The end”, ma nell’insieme l’album ha maggiore compattezza, una migliore amalgama di pezzi per cui ognuno sembra la diretta conseguenza del precedente e il prologo del successivo, in un crescendo quasi insostenibile di tensione. Il mondo allucinato del subconscio, il superamento del limite, il viaggio nella nostra oscurità finisce per salire, rispetto al primo album, ad un livello ancora ulteriore. I testi, di nuovo, sono per la quasi totalità di Morrison (fatta eccezione per qualche lieve contributo di Krieger), e di nuovo sono canzoni nate anni prima nel famoso concerto che si svolgeva nella testa di Jim.
 
In queste nuove canzoni estraneità e alienazione, sembrano prendere il sopravvento. Nell’ipnotica title-track Morrison canta: “Strani giorni ci hanno colti/ Strani giorni ci hanno raggiunti/ Distruggeranno le nostre gioie casuali/ Dobbiamo continuare a giocare o trovarci un altro posto”. Estraneità insieme alla serpeggiante paura (che poi, purtroppo, si rivelerà tragicamente profetica), che tutto questo possa finire, che possa finire il tempo della ribellione, che la magia di quegli anni possa svanire. E a suggello, la frase lapidaria, assolutamente e spudoratamente autobiografica a conclusione della seconda strofa: “Ascoltami parlare di peccato e capirai tutto questo”.
 
Uno dei vertici poetici dell’album lo troviamo nella quinta traccia. Qui non c’è musica, solo effetti sonori inquietanti, dominati dalla cristallina voce di Morrison che recita questi brevi, meravigliosi versi: “Un momento di sospensione/ e il primo animale è gettato in mare/ le gambe galoppano furiosamente/ corrono nel prato verde/ e le teste affiorano improvvisamente dall’acqua/ nella muta agonia delle narici/ attentamente purificate/ e infine sigillate”.
È “Horse Latitudes”, una caustica e fulminante composizione sulla morte, una meditazione stessa, dagli struggenti richiami rimbaudiani, sul momento della morte attraverso l’annegamento di un cavallo. È solo la prima di una impressionante serie di poesie sulla morte in acqua: un’ossessione tragicamente profetica, se pensiamo che Morrison morì in un vasca da bagno.
 
Un’autentica perla è “People are strange”, la più commossa, autentica, quasi sussurrata dichiarazione di Morrison della propria diversità: “la gente è strana quando non ti conosce/ ti guardano con brutte facce quando sei solo/ le donne sembrano cattive quando non ti vogliono/ le strade sono diverse quando ti senti giù/ quando sei uno straniero le facce appaiono dalla pioggia/ quando sei uno straniero nessuno ricorda il tuo nome”.
 
Ma l’album contiene anche struggenti, intime e delicate riflessioni sulla fragilità femminile: “Ragazza infelice, lasciata tutta sola/ Giochi a custodire la tua anima/ Sei rinchiusa in una prigione che tu stessa hai inventato/ E non puoi capire cosa provo/ nel vederti piangere/ Ragazza infelice strappa il tuo velo/ Ti vedo attraverso le tue sbarre/ Sciogli la tua cella oggi”.
 
Se “The Doors” si chiudeva con l’apocalittica “The end”, a conclusione di “Strange Days” c’è un’altra indimenticabile epopea rock: “When the music’s over”, senza dubbio il più grande e veritiero manifesto poetico/musicale di quella generazione.
 
When the music’s over….when the music’s over…when the music’s over…
Turn out dei lights….turn out the lights….turn out the lights…
Where the music is your special friend
Dance on fire as it intend
Music is your only friend….until the end….
 
(Quando la musica è finita/ spegnete le luci/ Perché la musica è la vostra amica speciale/ Danzate nel fuoco come lei vuole/ La musica è la vostra unica amica….fino alla fine).
 
La canzone ha un tono collettivo: è a tutti che si rivolge. A tutti chi? A tutti i protagonisti di quei bollenti anni californiani, dove appunto la musica giocò un ruolo da protagonista nel processo di liberazione. Quel “dance on fire” risuona ancora oggi come simbolo di coraggio di chi ha saputo allargare l’area della propria coscienza.
 
Cancel my subscription to the resurrection
Send my credentials to the house of detentions
I got some friends inside
The face in the mirror won’t stop
The girl in the window won’t drop
A feast of riend, alive she cried
Waiting for me….outside…
 
(Annullate il mio abbonamento per la resurrezione/ Mandate le mie credenziali alla casa di detenzione/ Ci sono degli amici là dentro/ Il viso nello specchio non si fermerà/ La ragazza alla finestra non cadrà/ Una festa di amici, “sono viva”, lei gridò/ Aspettandomi fuori…).
 
Annullare i propositi di resurrezione. È un altro verso epocale quello che apre la seconda strofa: non interessa più l’altro mondo, non interessa più l’attesa, non interessa più vivere per qualcosa che non possiamo vedere. Il nuovo mondo, la rivolta, la nuova coscienza, va vissuta adesso. Chi la vivrà parteciperà a una festa di amici, e potrà rivendicare con forza e orgoglio la propria esistenza: “sono viva, lei gridò”.
Dopo queste forti premesse, la voce di Morrison si faceva un lieve e disperato sussurro:
 
Before i sink into the big sleep
I want to hear
The scream of the butterfly
Come back baby, back into my arms…
 
(Prima di scivolare nel grande sonno/ voglio sentire/ il grido della farfalla/ Torna indietro bambina, qui tra le mie braccia…).
 
Il “grido della farfalla” (quale espressione della rivoluzione fu mai più dolce?) va sentito adesso, in vita, non in un aldilà che non possiamo conoscere. L’urgenza di cambiamento è il vero leit motiv della canzone. La voce di Jim a questo punto sprofonda ancora di più, un mix di cantato appena accennato e un recitativo socchiuso, ipnotico, irresistibile, cadenzato dagli improvvisi colpi di piatto di Densmore.
 
I hear a very gentle sound
Very net, very far
Very soft, yeah, very clear
Come today, come today…
 
(Sento un suono molto lieve/ Molto vicino, molto lontano/ Molto delicato, molto chiaro/ Vieni oggi, vieni oggi…). Ancora un’invocazione all’urgenza della rivoluzione. La rivolta è un suono gentile, “molto delicato e molto chiaro”, al quale si chiede di arrivare oggi, subito, immediatamente. Ma perché? Ecco che Morrison, a questo punto, prontamente si getta nella denuncia:
 
What have they done to the earth?
What have they done to the fair sister?
Ravanged and plundered and ripped her and bit her
Stuck her with knives in the side of dawn
And tied her with fences and dragged her down…
I hear a very gentle sound
With your hear down to the ground…
 
(Cos’hanno fatto alla terra?/ Cos’hanno fatto alla nostra cara sorella?/ L’hanno devastata e lacerata e saccheggiata e spezzettata/ L’hanno dilaniata con i coltelli dell’alba/ E legata con barriere e trascinata giù/ Sento un suono molto lieve/ Assieme al tuo orecchio, giù al suolo…).
 
La terra è stata tradita e stuprata, occorre salvare, cacciare i traditori e scatenare la rivolta. A questo punto Morrison ci invita ad abbassarci, a tendere le orecchie per ascoltare con lui un suono lontano. C’è di nuovo aria di grande messaggio? Quale sarà? Per farcelo ascoltare, i Doors smettono quasi di suonare, resta solo un lieve e quasi impercettibile tamburo di John Densmore.
 
We want the world and we want it….
Now….now? NOWWWWWWWWWWWWW
 
(Vogliamo il mondo e lo vogliamo…./ adesso….adesso? ADESSOOOOOOOOOO).
 
Il terzo “NOW” è un’esplosione che ci entra nelle viscere, Morrison lo urla con rabbia disumana contemporaneamente al riesplodere fragoroso degli strumenti dei Doors. È l’apocalisse. Come “The end” anche “When the music’s over” ha una struttura circolare, e l’ultima strofa ripete la prima.
Il messaggio generazionale è stato lanciato.
“Strange Days” fu pubblicato alla fine del 1967. Di lì a pochi mesi il ’68 sarebbe esploso in tutto il mondo.
 
(continua…)
 
NON PERDERE, LUNEDI PROSSIMO 31 OTTOBRE, IL QUINTO APPUNTAMENTO CON “I SEGRETI DI JIM”:
“IL ROCK E’ MORTO”

One thought on “Morrison in volo

Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *