Il rock è morto

I segreti di Jim – quinta puntata

Per tutto il 1967 i concerti dei Doors erano stati concreti esempi di rivolta organizzati. Poi arrivò il mitologico ’68, la summer of love, i mesi simbolo della contestazione, l’anno che avrebbe cambiato il mondo (o che almeno ci avrebbe provato).
In quel fatidico e leggendario ’68 i Doors tennero altri epici e memorabili concerti e pubblicarono il loro terzo album, “Waiting for the sun”, un titolo che sembrava, volutamente o no, sposarsi alla perfezione con gli ideali sessantottini.
Ma qualcosa nei Doors, e soprattutto in Morrison, cominciò a cambiare. In peggio.
I motivi, intrecciati e contemporanei fra loro, sono molti e svariati. Sinteticamente e nei limiti del possibile, cercheremo di analizzarli tutti.

Prima di tutto il terzo album.
Nonostante al di sotto dei due sconvolgenti e immensi capolavori che lo avevano preceduto, “Waiting for the sun” è un ottimo album. Certo privo di collante e di unità, ma contenente pezzi indimenticabili e monumentali nella storia del rock, “The unknow soldier” e “Five to one” su tutti, sicuramente i brani più apertamente “politici” di Morrison.
Il Vietnam fu la più grande tragedia americana del XX secolo: le contestazioni di quegli anni ebbero l’opposizione alla guerra in Vietnam come filo conduttore. Ogni slogan, ogni sit-in, ogni manifestazione, partiva dal Vietnam e al Vietnam ritornava. Nell’immaginario collettivo americano quella guerra è prepotentemente presente come una sorta di trauma atavico, peccato originario impossibile da sublimare. Il Vietnam è, per forza di cosa, entrato prepotentemente nella cultura, nell’arte, nella letteratura, nel cinema, nella musica. A quell’infame e atroce guerra, Morrison ha dedicato i versi più alti, netti e clamorosi di qualsiasi altra canzone del tempo sullo stesso argomento.

Si tratta, appunto, di “The unknow soldier”, dove la prima strofa termina con un funebre, agghiacciante, mortale verso reiterato: “è tutto finito per il milite ignoto”.
Poi la musica cessa, e parte una martellante marcia militare, seguita da uno sferragliare assordante di armi e fucili. Poi l’ordine perentorio: “Compagnia, ALT!! Presentat-ARM!!!”, rullo di tamburi crescente e raffica di spari. Silenzio assoluto.
La musica riprende come un sussurro, e sempre sussurrando Morrison canta: “Scavate una fossa per il milite ignoto/ sistematevela nell’incavo delle spalle”.
È l’atto di accusa più forte mandato all’intero sistema americano e alla sua middle class sostenitrice della guerra, come a dire: portate i morti sulla coscienza.
Va ricordato che questo brano era accompagnato da un videoclip, uno dei primi della storia, che spesso i Doors facevano proiettare prima dei loro concerti (unico sistema per diffonderlo, visto che venne censurato da ogni televisione): nel video la moglie di Manzareck, Dorothy, lega Jim a un palo sulla spiaggia con delle corde arancioni. Raggiunto dalla raffica di mitra, Morrison sputa dalla bocca sangue d’un rosso acceso che va a macchiare un mazzo di fiori bianchi ai suoi piedi. Decisamente troppo, per l’America del tempo.

L’altra perla “politica” dell’album è “Five to one”, decisamente più criptica e inquietante. Nella versione live, si apre con un urlo agghiacciante di dolore, ancora più assordante di quello di “Back Door Man”, scandito per di più dall’incalzante e ossessiva batteria di Densmore (in questo pezzo al suo top): “Uno su cinque, bambina, cinque in uno”.
Un rapporto numerico mai del tutto chiarito: forse il rapporto, all’epoca, tra neri e bianchi in America, forse una frase rubata allo slang dei pusher d’eroina.
“Nessuno uscirà vivo da qui/ Tu con il tuo bimba/ Io con il mio/ Ce la faremo bambina/ Chi è vecchio invecchia/ E chi è giovane rinvigorisce/ Magari occorre una settimana, forse più/ Loro hanno i fucili/ Ma noi abbiamo i numeri”.
Loro hanno i fucili, ma noi siamo di più. Sembra un messaggio di speranza in pieno stile summer of love, eppure la musica e la voce di Morrison costruiscono un’atmosfera da incubo, come se un’incombente tragedia fosse nell’aria, come se uno strisciante pessimismo gridasse per uscire fuori.
Già il verso più celebre della canzone “nessuno uscirà vivo da qui”, lo annunciava.
E allora ecco che, prontamente, il pessimismo verso la riuscita della rivoluzione esplode nella seconda strofa: ”I giorni delle balere per te sono finiti bambina/ La notte che si avvicina/ Le ombre della sera/ Che crescono via via lungo l’anno/ Tu traversi la stanza con un fiore in mano/ Cerchi di dirmi che nessuno ti capisce/ Baratti i tuoi giorni migliori per un pugno di spiccioli”.
Cosa vogliono dire questi versi? Chi è il bersaglio di questa amara, violenta, rassegnata ironia di Morrison? “Five to one” è la celebrazione della morte delle speranze, e nella seconda strofa prende forma il più grande incubo di Jim: che il’68, la rivoluzione, si trasformasse in puro fenomeno di costume, in un immenso baraccone.
La “ragazzina con il fiore in mano”, che baratta i suoi “giorni migliori per un pugno di spiccioli”, altri non è che il simbolo di quelle migliaia di “nuovi hyppies” che, sulla scia delle nuove idee, si stavano riversando colorati per la strada per pura moda, bighellonando e facendo l’elemosina, senza veri ideali, senza mordente, senza convinzione.
In realtà il fenomeno del “68 in vetrina” sarebbe esploso completamente solo qualche anno dopo, ma Morrison seppe coglierlo con largo anticipo, vedendone già le prime, inquietanti avvisaglie. Chi ci aveva creduto veramente, era destinato a soccombere (“nessuno uscirà vivo da qui”).

E su questo discorso relativo al ’68, torneremo più avanti. Comunque, nonostante queste due perle immortali, quest’album fu un parto difficilissimo, un travaglio pieno di discussioni, screzi e incomprensioni. Prima di tutto, fu il primo album concepito in studio. Adesso i Doors erano una band ultramilionaria, punta di diamante della scuderia Elektra, firmatari di un principesco contratto che li obbligava a produrre 7 album, di cui uno live, nel giro di quattro anni.
Il contratto quindi imponeva che nel 1968 i Doors dovessero obbligatoriamente produrre un album. Per di più, senza pause sostanziali dalla loro attività live. Questo era un problema, perché Morrison detestava gli studi di registrazione, erano quanto di più lontano potesse esistere dalla sua idea di musica.
Le canzoni dei primi due album erano nate spontaneamente, venute giù come acqua dalla roccia durante i trips lisergici di Jim e poi perfezionate, stravolte, allungate, modellate sere dopo sere davanti al pubblico dei live club del Sunset Strip. Ma adesso i Doors erano la band più celebre d’America, i concerti si svolgevano in immense e stracolme arene, e la macchina dello show business imponeva scalette ferree che lasciavano sempre meno spazio alla sperimentazione. E questo Morrison non poteva sopportarlo: lavorare negli studi gli appariva freddo, meccanico, ripetitivo, una castrazione insopportabile al suo lavoro di poeta-cantautore.
È indispensabile sottolinearlo: il metodo di lavoro di Morrison si basava sul più elementare e infaticabile artigianato poetico. I manoscritti poetici, il contenuto delle decine di taccuini lasciati inediti per almeno vent’anni, sono tracce inequivocabili di un continuo lavoro di correzione e risistemazione dei propri versi, al punto che esistono fino a quindici diverse versioni della stessa poesia.
Con la musica Morrison procedeva allo stesso modo, un metodo che le maniacali sedute in studio cui lo sottoponeva Rotchild, affossavano completamente. Jim non riuscì mai ad amare “Waiting for the sun” come aveva amato gli altri due, lo sentiva più costruito e meno spontaneo. Questo contribuì a far un po’ disamorare Morrison della sua band. Anche la scelta dei brani fu molto controversa.

Originariamente il titolo dell’album doveva essere “Celebration of lizard”, la celebrazione della lucertola, titolo anche del brano che avrebbe dovuto occupare più della metà dell’intero 33 giri. Si trattava di un’altra, definitiva, epopea di teatro-rock, un poema in musica, visionario e autobiografico, in 173 versi, scritto e rielaborato febbrilmente da Morrison in più di un anno di duro lavoro. Nelle intenzioni di Morrison, doveva essere un vero poema epico recitato e musicato, articolato in sette “stanze”, della durata di quasi trenta minuti. Un’opera estrema e irripetibile, nei contenuti e nella forma.
Un’impresa ardua e ambiziosa, ma senz’altro alla portata di una band come i Doors.
In effetti, anche “The end” e “When the music’s over” erano nate con queste pretese e premesse. Ma queste due canzoni avevano preso forma definitiva in estrema libertà, durante le indimenticabili esibizioni live nei piccoli club. Probabilmente, con un lavoro ferreo e a scadenza di studio, anche “The end” e “When the music’s over” sarebbero risultate ostiche da realizzare.
“Celebration of lizard” richiedeva troppo tempo, troppa libertà creativa che i Doors, negli impegni frenetici di quei mesi, non potevano certo permettersi. Una musica adeguata a quei versi non fu mai trovata, e il progetto venne accantonato.
Di quei trenta minuti fu conservata soltanto una stanza di quasi quattro minuti, l’ipnotica e “sciamanica” “Not to touch the earth”. Per Morrison comunque, fu un’altra cocente delusione.

Occorreva quindi trovare, e alla svelta, altri pezzi che riempissero il vuoto enorme lasciato dal poema incompiuto. Si ricorse prima di tutto ad un paio di ballate non troppo esaltanti composte da Krieger e ai pezzi scartati dagli album precedenti.
Uno di questi era “Hello, i love you!”, un innocente motivetto d’amore dal tono beatleseggiante che Morrison aveva composto addirittura ai tempi di Venice, nel 1965.
Paradossalmente, proprio quella “Hello i love you”, scartata da due album, lontana anni luce, soprattutto nei testi, dall’universo poetico di Morrison, fu – dopo “Light my fire” – il singolo più venduto della storia dei Doors. Inoltre, fu proprio quella canzone a far esplodere la doorsmania anche in Europa.
Di conseguenza, nonostante le difficoltà di produzione, “Waiting for the sun” risultò uno degli album più venduti del 1968.

Ma se il lavoro in studio e le scadenze allontanavano la musica dagli interessi di Morrison, dal vivo non andò certo meglio. Qualcosa era cambiato, e non nei Doors, non in Morrison. Qualcosa era cambiato nel pubblico, qualcosa stava cambiando nella società. E le antenne ipersensibili di Jim non potevano non coglierlo.
All’inizio era tutto perfetto: i Doors erano una magia pronta a materializzarsi ogni sera sul palco e a sconvolgere gli spettatori. Morrison era lo sciamano che cantava la rivolta e tutti, musicisti e spettatori, erano sullo stesso piano, volevano le stesse cose.
Tra la fine del 1968 e l’inizio del 1969 le cose erano diverse. Prima di tutto, la rivoluzione non era scoppiata. Dirlo oggi suona quasi grottesco, ma in quegli anni c’era un’intera generazione convinta che quegli ideali avrebbero conquistato il mondo. Lo stesso Manzareck, senz’altro il più serio e quadrato dei quattro, ricorda come ai tempi della nascita dei Doors prendesse spesso Jim sottobraccio dicendogli: “noi un giorno governeremo questo fottuto paese con la nostra musica”. Per chi di quegli anni era stato un’icona, una guida, la sconfitta sarebbe stata insopportabile: Jim Morrison, Janis Joplin, Jimi Hendrix.
A cavallo tra ’68 e ’69, a rivoluzione non attuata e non pervenuta, il ’68 da rivolta realmente aspettata divenne una moda, un cliché, un mercatino mondiale di oggetti da antiquariato cui i reduci guardavano sospirando e i ragazzini accoglievano superficialmente con risatine e gridolini soffocati. Di conseguenza, ai concerti dei Doors, i nuovi spettatori arrivavano preparati. Come allo zoo, aspettavano qualche gesto estremo di Morrison come fosse un ripetitivo marchio di fabbrica, e come uno show non lo prendevano sul serio. Tutto questo, Jim non l’avrebbe mai sopportato. E cominciò a odiare e a insultare il suo pubblico.

Cosa era successo in così poco tempo? Come era stato possibile, nel giro di pochi mesi, sconfiggere quella chiassosa, ciarliera e irresistibile baraonda che erano stati i venti di rivolta degli anni ’60? Molto semplice. Il capitalismo avrebbe assorbito in sé le linfe più geniali (e pericolose) di quella rivolta.
La musica, soprattutto la musica, rientrava in questa operazione. E quindi, nacque il gigantesco mercato discografico, che entro la metà dei ’70 avrebbe trasformato la musica in uno dei business più immensi del pianeta. Le tournée sarebbero diventate affari milionari e iperprofessionali (si pensi che i Doors all’epoca, band più celebre d’America, avevano come rappresentante uno sprovveduto neodiciottenne), mentre il mercato avrebbe provveduto a sfornare prodotti ad hoc per ogni gusto: commerciali, ribelli, scandalosi.
Lo spontaneismo musicale sarebbe finito per sempre. Davanti alla nascita del mercato, Morrison cominciò a vivere la musica come un incubo. Lui, poeta, rockstar per caso, cosa c’entrava con tutto questo? Re Lucertola, lo sciamano, il demone fasciato di pelle nera, non avevano più senso: non più reali, ma fenomeni da baraccone. Eppure, era costretto a vestire quei panni. La musica sarebbe diventata uno show, uno scimmiottamento di qualcos’altro. E Morrison non sapeva più che farsene.

Può sembrare una parossistica esagerazione, ma già alla fine del 1968 Morrison dichiarò “Il rock è morto”.
In parte era realmente un’esagerazione, ma dal suo punto di vista non faceva una piega: il suo rock era realmente morto. Presto Robert Plant dei Led Zeppelin avrebbe preso la scena mondiale sfregandosi l’asta del microfono sull’inguine, imitando quindi Jim Morrison; Steven Tyler degli Aerosmith avrebbe preso a imitare Mick Jagger. E Mick Jagger a imitare se stesso.
Morrison, a farsi imitazione di se stesso, non ce l’avrebbe mai fatta.
C’è un episodio molto indicativo in tal senso. Nel 1968, dietro consiglio del suo manager, Jagger volò all’Hollywood Bowl a vedere un concerto dei Doors. Sarebbe stato utile, secondo il manager degli Stones, carpire qualche soluzione scenica da quel cantante che, si diceva, ipnotizzava le platee. Jagger conobbe Morrison e i due espressero stima reciproca. Ma Jagger se ne andò dal concerto convinto che non c’era niente da imparare, scenicamente, da Morrison: secondo Mick, Jim era troppo serio, non si divertiva sul palco. Proprio così: per Morrison il concerto non era un divertimento, ma una questione di vita o di morte.

Infine, l’alcol. Morrison non usava quasi più l’LSD. Attraverso l’acido lisergico aveva esplorato mondi sconosciuti, aveva concepito capolavori irripetibili. Ne aveva saggiato tutti i limiti possibili. Adesso non gli serviva più.
Ma nel 1968, per tutte queste concause appena sviscerate, Morrison era disperato. L’alcolismo fu la logica conseguenza della sua rabbia, del suo dolore. Il bere smodato e assolutamente spaventoso, lo trasformò nel giro di pochi mesi in un alcolizzato senza ritorno, violento, rissoso, eccessivo, inaffidabile.

Era l’inizio della fine.

Poi, nel marzo 1969, a Miami, Morrison programmò in piena coscienza il suo suicidio artistico.

(continua…)

#isegretidijim

NON PERDERE LUNEDI 7 NOVEMBRE, LA SESTA PUNTATA DE “I SEGRETI DI JIM”:

“MORRISON SI SUICIDA”

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