Chi era veramente Jim Morrison? (I SEGRETI DI JIM/ prima puntata)

Se è vero che il falso, la contraffazione e l’apocrifo sono i principali termometri per valutare la celebrità di un artista, allora possiamo tranquillamente affermare che Jim Morrison, al secolo James Douglas Morrison, rockstar, frontman dei Doors, poeta, regista cinematografico, sex symbol, icona incendiaria dei turbolenti anni ’60, è uno dei più famosi e conosciuti personaggi del novecento.

Chi scrive appartiene a quella famigerata “X Generation” che vide la propria adolescenza segnata agli inizi degli anni ’90 – suo malgrado e nel bene e nel male – da un poderoso e inarrestabile ritorno in auge della leggenda di “Re Lucertola” e della musica dei Doors, complice anche – e soprattutto – il discusso e controverso film di Oliver Stone dedicato alla breve, tragica e irresistibile parabola di Jim Morrison.

Come sempre accade, la trasformazione di un artista in mito e leggenda genera inevitabilmente falsi clamorosi, storicizza dati inattendibili d’ogni sorta, rende credibili dicerie e chiacchiere di comodo. Nel caso di Morrison poi, leggenda non solo post mortem, ma personaggio già in vita trasformato in essere mitologico, il processo di santificazione e allontanamento dalla realtà è a dir poco decuplicato rispetto ad altri.

Per mia fortuna, ho avuto un accostamento alla musica e alla poesia di Jim assai precoce, precedente di qualche anno all’epopea cinematografica di Stone e alla (ri)esplosione della Doorsmania. E questo mi ha permesso, da subito, un atteggiamento leggermente più lucido, consapevole e critico davanti a quelle facili celebrazioni, a quelle immagini spesso fuorvianti e a tutte le mistificazioni che seguirono.

Quando nel 1990 uscì il celebre film di Oliver Stone i Doors e Jim Morrison tornarono improvvisamente e prepotentemente di moda. L’inquietante e seducente figura da angelo caduto in pelle nera di Re Lucertola fu immediatamente innalzata – in maniera assolutamente acritica e indiscriminata – a icona sacra, feticcio di ribellione, divinità mai redenta.

Già prima del film, più o meno dai mesi immediatamente successivi alla sua morte, su Morrison circolavano una quantità spropositata di aneddoti fasulli sulla sua vita e centinaia di apocrifi artistici. Dopo che la pellicola di Stone fece il giro del mondo, la proliferazione di falsi divenne incontrollata e incontrollabile. La stessa “No One Here get out alive” (Nessuno uscirà vivo da qui), scritta da Jerry Hopkins e Danny Sugerman, che per tutti gli anni ’80 e buona parte dei ’90 fu (a torto) ritenuta la biografia ufficiale di Jim Morrison, contiene una quantità imbarazzante di falsità e clamorose inesattezze.

Prima di tutto cerchiamo di capire (e di chiarire): di che genere e natura sono questi falsi?

Per prima cosa, gli aforismi.

Circolano, credo, in internet, sui diari di scuola, sui muri, qualche discreto migliaio di aforismi firmati “Jim Morrison”. Io stesso ricordo i diari dei miei compagni di liceo riempiti fino alla paranoia di questo diluvio assurdo di citazioni apocrife. Ci sono aforismi di altri attribuiti, chissà perché, a Jim Morrison: ad esempio il celeberrimo “Nessuna notte è tanto lunga da impedire al sole di risorgere”, in realtà di Yukio Mishima, presente tuttavia a firma di Morrison in ogni diario liceale, nonché come epigrafe a un immenso murale bolognese raffigurante il Re Lucertola durante un concerto.

Ci sono poi aforismi anonimi di una tragica banalità e ingenuità sempre attribuiti a Morrison, come “piangevo perché non avevo le scarpe, poi vidi uno che non aveva i piedi” oppure “quando morirò andrò in paradiso poiché l’inferno l’ho già vissuto quaggiù”.
Se da un lato chiunque abbia ascoltato una qualsiasi canzone dei Doors soffermandosi sui testi può benissimo comprendere senza spiegazione il perché tali frasi non possono essere in nessun modo riconducibili a Morrison, è altrettanto chiaro il perché di tale proliferazione di un Morrison falso. Dalla notte dei tempi, la falsa attribuzione è una fastidiosa e quasi inevitabile conseguenza di un successo travolgente, di un assurgere ai cieli della mitologia.
Si tende, per diffondere, per dare credibilità a un qualcosa, per infondere sostanza a un proprio gusto personale, ad attribuirlo all’uomo o alla donna più in voga del mondo.
Accade da sempre, dall’antichità classica, da poeti come Omero, Plauto e Virgilio.

Tuttavia, nella produzione di Morrison, c’è ben poco di misterioso, nascosto o sconosciuto.
Oltre alle canzoni, a una sceneggiatura per un film, a tre libri di poesia più qualche componimento sparso (alcuni dei quali letti e registrati su nastro) pubblicati in vita, Morrison lasciò una quantità imprecisata di taccuini inediti, contenenti centinaia e centinaia di versi. Nel corso di un decennio (all’incirca 1992-2002), tutto il contenuto di questi preziosi taccuini fu raccolto e pubblicato grazie alla paziente e certosina opera di sistemazione di uno dei migliori amici di Jim, Frank Lisciandro. Grazie a questa operazione oggi possiamo dire di possedere e conoscere l’intera opera di Morrison: difficile, se non impossibile, che altri misteriosi inediti saltino ancora fuori.

Tornando ai falsi aforismi, è ovvio che fino qui restiamo sul piano di apocrifi ingenui e per lo più innocui e innocenti, ne esistono ben altri assai più seri, se non scandalosi e pericolosi.

Innanzitutto, la vita di Morrison. Dicevamo prima come la stessa presunta biografia “ufficiale” sia stracolma di inesattezze d’ogni sorta.

Gli autori di “No One Here Get Out Alive”, edita nel 1980, sono Jerry Hopkins, che come giornalista dell’allora pionieristica rivista musicale “Rolling Stone” seguì da vicino le sconvolgenti performance live dei Doors, e da Danny Sugerman, che poco più che adolescente, tra il 1969 e il 1970 lavorò come runner negli uffici della band a Los Angeles.
Il giornalismo sensazionalistico di Hopkins, e l’immaginario adolescenziale di Sugerman, diedero anima e forma a un libro problematico, fuorviante e mitologico in troppi aspetti (si pensi che a tutt’oggi, gli amici più intimi di Jim, chiamano polemicamente quel libro “Qua dentro ci sono solo un mucchio di bugie”).
Un esempio lampante dei suoi discutibili criteri di ricerca è come il libro tratta la figura della giornalista newyorkese Patricia Kennely.
Nella biografia Sugerman e Hopkins le riservano uno spazio immenso, rendendola, subito dopo la compagna storica e ufficiale Pamela Courson, l’amore più lungo e importante di Morrison.
Peccato che l’unica fonte di questa relazione siano i racconti forniti dalla stessa Kennely ai due autori. Racconti non solo privi di riscontri, ma assolutamente contraddittori, a volte palesemente fasulli e quasi sempre seccamente smentiti dalla cerchia dei più stretti e attendibili frequentatori di Jim.
La Kennely racconta di aver incontrato Morrison nel 1967, ai tempi delle prime esibizioni dei Doors a New York, di averlo amato, di averlo sposato con una cerimonia esoterica condotta da una sacerdotessa della setta delle streghe Wicca, di essere rimasta incinta di lui nel 1969 ai tempi del processo di Miami e di aver abortito, di essersi divertita in più di un’occasione a far perdere la testa a Pamela per gelosia.
La smania di tali aneddoti succulenti (una cerimonia Wicca con tanto di patto di sangue farebbe gola a qualsiasi biografo rock) fece sì che l’avventata coppia di autori attingesse a piene mani ai ben poco attendibili resoconti della Kennely.
Il loro presunto primo incontro e l’inizio della loro relazione la donna lo fa risalire all’estate del 1967: impossibile, visto che in quei mesi Morrison, effettivamente a New York, viveva sì una travolgente storia d’amore parallela a quella ufficiale con Pamela, ma con la bellissima chanteuse dei Velvet Underground, la tedesca Nico.

Questo è ovviamente solo un piccolo esempio, ma abbastanza decisivo per farci capire come il metodo di lavoro dei due autori, basato su molte dicerie e nessun riscontro, abbia finito per costruire una biografia in molti punti fantasiosa e inattendibile. L’immagine di Morrison esce così distante anni luce dalla realtà, con la conseguenza terribile che si finisce per apprezzare, adorare e amare un qualcosa che non esistette mai.

Anche “The Doors”, il film di Stone, per molti versi, può essere inserito nelle opere che hanno contribuito a creare un Morrison “apocrifo”, anche solo per il fatto che, visti problemi di varia natura avuti con gli altri tre Doors e con altri amici di Jim (Frank Lisciandro su tutti), il regista finì per basarsi soprattutto sulla solita, fuorviante e inattendibile, biografia di Hopkins e Sugerman.

Eppure, Oliver Stone sembra in buona parte assolvibile. La sua è una pellicola estrema, che spinge l’acceleratore al massimo sull’immagine maledetta, eccessiva, sconsiderata e irragionevole di Re Lucertola.
Un film “drogato” e disturbato, volutamente caotico e surreale.
Il Morrison di Stone è più folle che poeta, più stravagante che artista, più suicida che sciamano.
Ma si tratta, appunto, di un film. A un film, anche al più rigoroso ritratto biografico, non si può chiedere fedeltà filologica. Un film, per sua natura, inventa ed eccede. Nonostante le esagerazioni e le invenzioni, a differenza della biografia Sugerman/Hopkins, il film di Stone ha una sua compattezza e logicità emotiva che finisce per giustificarlo.

Nonostante questo, fu quasi scontato che la pellicola venisse immediatamente sommersa dalle critiche indignate della cerchia delle persone più legate a Morrison. A partire dai tre Doors superstiti, Manzareck in testa, fino ad arrivare agli amici più intimi, fu un vero e proprio diluvio di scandalizzate grida contro lo “stupro cinematografico alla vita di Jim Morrison”.

Eppure, proprio quel film, il suo successo planetario e il vespaio polemico che ne scaturì, fu la scossa decisiva per chi aveva conosciuto Jim e aveva vissuto in prima persona la magia di quegli anni turbolenti e irriducibili.

Di colpo, subito dopo l’uscita del film, chi era rimasto in silenzio per vent’anni (tra l’altro facendo sì, col suo silenzio, non solo di nascondere al mondo la verità su Morrison, ma di far liberamente circolare l’immagine mitologica e menzogera come “vera” e “ufficiale”), iniziò a parlare.
Seguirono anni in cui fioccarono pubblicazioni, interviste, nuove e sempre più attendibili biografie, fino ad arrivare alla decisiva, e definitiva, “Jim Morrison”, di Stephen Davis.
Frank Lisciandro scrisse anch’egli un libro di aneddoti, “Feast of friend”, oltre che a dedicarsi, aiutato dalla moglie Kathy e dai genitori di Pamela Courson, alla pubblicazione sistematica di tutti gli inediti di Jim.
E anche gli ex Doors si affrettarono a rendere la loro versione dei fatti, scrivendo ognuno la loro personale autobiografia. Questi testi, messi tutti insieme, restituirono un’immagine finalmente reale, veritiera e più umana di Morrison, sia come persona che come artista.

Nonostante questo, la maggior parte delle persone resta ancora legata all’idea “benzedrina&follia”: una rockstar umanizzata fa meno gola, specie nell’epoca del più becero e sfrenato gossip.

Le falsità sul conto di Morrison raggiungono tuttavia l’apice riguardo alla sua “misteriosa” morte, che poi di misterioso (purtroppo?) non ha un bel niente.
La morte di Morrison, a Parigi il 3 luglio del 1971, fu anzitutto una spaventosa tragedia umana di solitudine e abbandono. Uno scandalo di silenzi e coperture incrociate che fecero sì che potessero essere ritenute credibili nel corso degli anni fandonie clamorose come quelle che vollero Jim morto per un banale infarto (a 27 anni?), oppure, peggio ancora, che lo vollero ancora vivo, in fuga verso qualche posto esotico, facendo del suo decesso un’abile messa in scena.

Un abile e spregiudicato speculatore parigino, Jacques Rochard, pubblicò un illeggibile libercolo in cui sostiene come Jim Morrison, negli anni ’80, fosse ancora vivo, raccontando dettagliatamente gli incontri intercorsi tra lui e l’ex cantante. Il fantascientifico libro fu pubblicato nel 1980, guarda caso lo stesso anno della biografia di Sugerman e Hopkins, che si chiude stupidamente lasciando intendere che Morrison abbia inscenato la sua morte.
Rochard, prendendo probabilmente spunto da questo finale così assurdamente ambiguo, si è spinto ancora più in là: qualche anno dopo ha pubblicato una raccolta di versi opera, a detta sua, del Morrison post 1971, una scandalosa accozzaglia di brutte copie del Morrison migliore.

Anche sull’episodio della morte, torneremo in seguito. Perché insieme agli altri, in questi ultimi dieci anni hanno finalmente parlato i testimoni delle ultime ore di vita di Jim a Parigi, fornendo un quadro (quasi) completo di come andarono realmente le cose quella maledetta notte a Parigi.

Per comprendere cosa realmente fu e cosa realmente è ancora la poesia di Morrison, occorre dimenticare e mettere da parte tutte queste leggende. E ripartire dai versi.

Ci siamo tutti? Lo spettacolo sta per cominciare….

(continua… )

LUNEDI PROSSIMO NON PERDERE IL SECONDO APPUNTAMENTO:

Ritratto di Jim Morrison da giovane”

#isegretidiJim

#storieRiccardoLestini

Vuoi approfondire quanto hai appena letto? Ecco alcuni consigli! 

Per lo smascheramento delle “eresie” che circolano sul conto di Jim Morrison ti consigliamo due libri già citati nell’articolo: Feast of Friends, di Frank Lisciandro (ma attenzione, al momento lo trovi solo in inglese, cercalo su Amazon!) e Jim Morrison di Stephen Davies (questo lo trovi tranquillamente in libreria, edizioni Mondadori), più un altro, Riders on the storm, scritto dall’ex batterista dei Doors John Densmore (Arcana Editrice, in libreria dovresti trovarlo, nel caso ordinalo su internet).

Se poi ami le sfide, ti invitiamo a ricercare l’edizione 1991 di tutti i testi delle canzoni dei Doors, tradotta da Tito Schipa ed edita sempre da Arcana, oggi fuori catalogo e fuori commercio. C’è una splendida introduzione di Riccardo Bertoncelli che intervista Frank Lisciandro. Se riesci a trovarla da qualche parte, ne vale davvero la pena. 

Anche se spesso impreciso, resta comunque da vedere, se non l’hai già fatto, The Doors di Oliver Stone, con Val Kilmer nel ruolo di Morrison. 

Per un confronto, vale comunque la pena leggere Nessuno uscirà vivo da qui, di Hopkins e Sugerman, oggi edita da Kaos, che trovi in qualsiasi libreria fornita. 

Se infine hai voglia di farti due risate, il libro delirante di Rochard, Jim Morrison vivo!, oggi lo trovi in libreria sempre edito da Kaos.  

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