La presa della Bastiglia

LA PRESA DELLA BASTIGLIA

Lo avevamo già scritto quindici giorni fa, pur con tutte le cautele del caso: la tornata elettorale delinea un quadro politico abbastanza chiaro, dove a uscire vittorioso è esclusivamente il Movimento Cinque Stelle e a uscire sconfitto è soprattutto il Partito Democratico.

Oggi, con i dati definitivi dei ballottaggi in mano, possiamo ribadire e confermare.

E chiudere l’analisi.

Cominciamo proprio dai vincitori.

Pur se simbolicamente fortissima e di impatto incalcolabile, la vittoria pentastellata di Virginia Raggi a Roma era ampiamente prevedibile, data per più che probabile già un mese e mezzo fa, all’inizio della campagna elettorale.

Molto meno prevedibile, e molto meno scontato, il margine con cui la candidata del Movimento ha staccato Giachetti. E non è un dato da poco. Se infatti nella sostanza non cambia niente (la Raggi sarebbe stata eletta sindaco anche con una sola scheda in più di Giachetti), l’entità politica della vittoria (e della sconfitta) si misura proprio sui numeri, sulle percentuali, sui margini di distacco.

Il PD questa partita se la giocava con un handicap di partenza molto forte: arrivare, facciamo un’ipotesi, a meno 5-6% dalla Raggi sarebbe stata quasi una vittoria. Chiudere a meno 10% la normalità. Chiudere a oltre il meno 30% è un disastro. E per il Movimento Cinque Stelle un trionfo assoluto.

Più di Roma però, è indicativo e clamoroso il dato di Torino. Qui, la candidata Cinque Stelle era data tutt’altro che favorita, pareva anzi scontata la rielezione di Fassino. Ovvio che nella vittoria della Appendino (anche questa, in termini numerici, clamorosa, visto che dal meno 11% del primo turno si passa al più 9% del ballottaggio) hanno avuto il loro peso determinante fattori completamente esterni al Movimento Cinque Stelle, in primis la confluenza dei voti del centrodestra e della sinistra, ma questo cambia di pochissimo la sostanza e l’entità della vittoria. I Cinque Stelle a Torino non vincono grazie a questa confluenza (frutto tra l’altro di scelte spontanee di singoli elettori e non di accordi con le liste escluse dal ballottaggio), ma grazie a una reale credibilità, a una proposta convincente e a un progressivo radicamento sul territorio che si è fatto sempre più determinante e importante.

A Torino, in definitiva, è la vittoria più piena e compiuta di un percorso politico iniziato otto anni fa (proprio in Piemonte ci fu, nel 2010, il primo grande risultato, con il 4% alle regionali e l’elezione dei primi consiglieri) e che, pur nella assoluta coerenza ai propri principi fondanti, ha saputo evolversi e trasformarsi: da forza esclusivamente di rottura, da raccoglitore naturale di voto di protesta a principale forza di opposizione, fino a reale alternativa di governo.

Credo quindi che da oggi si possa smettere di usare, in relazione al Movimento Cinque Stelle, parole come “antipolitica”, “voto di protesta”, “populismo” e via dicendo.

È semplicemente “un’altra” politica, nata realmente dal basso e quindi completamente estranea alla storia politica italiana, che è da sempre verticale e verticistica, tanto a destra quanto a sinistra. Un’altra politica che, da domani, avrà modo di essere messa in pratica.

Sulla sponda PD viceversa, si aprono scenari a oggi difficilmente prevedibili.

Di certo la sconfitta è netta e senza appello. E come nel caso delle scorse europee, con il record del 41%, si trattò di una vittoria di Renzi leader più che del PD come partito, oggi è principalmente Renzi, la sua linea politica di governo e di partito, a essere sconfitto.

A Napoli De Magistris, suo principale avversario, viene rieletto con percentuali a dir poco bulgare. A Roma il PD viene stritolato dai Cinque Stelle, a Torino nella caduta di Fassino – che comunque non era percepito dai torinesi né come renziano né come pessimo ammistrativo – pesa una valutazione generale anti-PD e anti-Renzi che travalica le responsabilità del sindaco uscente.

A Milano, dove avrebbe dovuto affermarsi nettamente, vince sul filo. E, soprattutto, vince con l’apporto determinante della Sinistra, così come a Cagliari e a Bologna. In definitiva, il PD vince laddove smette i panni prettamente Renziani. Perde la linea del premier, il partito a vocazione maggioritaria, il partito nazione (paradossalmente, viste le convergenze trasversali, è molto più partito nazione il Movimento Cinque Stelle).

Difficile prevedere quali contraccolpi ci potranno essere in ambito nazionale e governativo. Di certo, da domani, in casa PD si aprirà una serrata resa dei conti. Che poi si traduca in guerra fratricida o anche solo in semplice cambio di marcia, dipenderà esclusivamente dalle intenzioni (e dalla capacità) della minoranza. Visti i precedenti, su quella minoranza nutriamo forti, fortissime perplessità.

Il centrodestra, già agonizzante al primo turno, ai ballottaggi di fatto non esiste.

Vince Trieste, ma complessivamente è un dato che non influisce per niente nel disastro generale.

Milano, visto l’inatteso filo da torcere dato al superfavorito Sala, è un esempio indicato da molti come possibile laboratorio politico per il futuro del centrodestra.

Sinceramente, come già scrivevamo quindici giorni fa, ci pare impossibile. Milano è un caso completamente isolato, tra l’altro non scaturito da un programma realmente condiviso ma dalla necessità di sommare voti in un carrozzone eterogeneo al solo scopo di contrastare il PD.

Bastino, a testimonianza di ciò, le parole di Salvini. Fino a due giorni fa andava ripetendo come Milano fosse l’esempio che “uniti si vince”. Oggi parla, al contrario, di come Milano sia l’esempio che “andare insieme ai candidati moderati è fallimentare”.

Un centrodestra che quindi resta diviso, rissoso, avvolto nel caos, senza una guida (ovvio che non può essere Salvini, specie con la Lega che perdendo anche il feudo storico di Varese è in evidente caduta libera) e che, anche nelle sue singole anime, non sembra riuscire a darsi una direzione.

Matteo Renzi tra ieri e oggi ha ovviamente cercato, nelle dichiarazioni ufficiali, di contenere la sconfitta, di leggere il più possibile il dato come “locale” e senza troppe implicazioni nazionali.

Di certo la politica nazionale, come sempre e nel voto di ieri in particolare, al contrario di quanto sostenuto dal premier, ha avuto il suo peso.

Quanto poi questo peso possa essere traducibile in termini di elezioni nazionali, non è davvero possibile dirlo.

Per questo – e qui Renzi ha ragione – occorrerà attendere il referendum di ottobre, vero spartiacque e vera tornata cruciale per il futuro della politica di casa nostra.

E a quel punto capiremo se ieri c’è stata veramente o no la presa della Bastiglia.

#resistenzeRiccardoLestini

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