Fascisti de core

L’espressione – infelicissima – è del candidato sindaco a Roma Alfio Marchini, lo stesso che fino a un paio di settimane fa sventolava fiero lo slogan “libero dai partiti” ma che poi ha preferito farsi sostenere da tutti, ma proprio tutti (eccezion fatta per la Meloni) i cocci e i frammenti del centrodestra che fu, da Storace ad Alfano, dalla Mussolini a Berlusconi passando per Fini.
Lo stesso che, non più tardi di un anno fa, flirtava col centrosinistra tutto rendendosi addirittura disponibile a salvare l’Unità dal dissesto economico.
Evidentemente essere “libero dai partiti”, nel gergo della nuova politica, significa rendersi disponibile a tutti. O almeno al miglior offerente, in base ai tiramenti del momento.

Lasciando per ora stare – e rimandando ad analisi futura – un discorso specifico sul politico Marchini, in questa piovosa domenica, parliamo di fascismo.
L’uscita di Marchini, pur infelice, non ha fondamentalmente niente di scandaloso (niente a che vedere, per capirci, col celebre exploit berlusconiano in cui il confino fu paragonato a una villeggiatura). Eppure è indicativa, molto indicativa di un problema tutto italiano nella percezione e nella considerazione di uno degli eventi più importanti della storia del nostro novecento.
Il fascismo appunto.

Il fascismo, qui da noi e qui per noi, è ridotto a puro fenomeno di costume, se non addirittura goliardico (da cui i “fascisti de core” di cui sopra), a bandiera da stadio da difendere in nome di una fede, a dibattito da bar.
In sostanza – e qui sta il dramma – un fenomeno così gigantesco e decisivo, non è ancora stato storicizzato.
Ma cosa significa – o meglio cosa significherebbe – storicizzarlo?
Significherebbe sottrarlo una volta per tutte ai dibattiti da bar di cui sopra, alle rivendicazioni tardive, ai revisionismi d’accatto, alle facilonerie interpretative e leggerlo, sempre una volta per tutte, per ciò che realmente è stato nella sua dimensione storica: una dittatura.
Una dittatura che, come tutte le dittature, ha preso il potere con la forza, imponendosi e non proponendosi, legittimandosi con azioni violente, epurazioni, esecuzioni sommarie, torture.
E che, non da ultimo, si è reso corresponsabile della più grande tragedia del novecento, trascinando il mondo intero in una guerra apocalittica costata oltre cinquanta milioni di morti, avallando le leggi razziali e riducendo l’Italia a un cumulo di morti e macerie.

Questa, lo si voglia no, è la necessaria parabola storiografica in cui inquadrare il fascismo.
Questo l’imprescindibile punto di partenza.
Questo il quadro in cui inserire tutto il resto.

Assurdo, completamente assurdo, che ancora oggi, a quasi cent’anni dalla marcia su Roma, che ci si debba ancora impegnare a dimostrare la natura negativa e devastatrice della dittatura in sé.
Altrettanto assurdo che le cose positive effettuate in vent’anni di governo (che, inevitabilmente e quasi per forza, ci sono), vengano usate come riabilitazione e compensazione delle violenze, giustificazione del tutto o, peggio ancora, come incipit del negazionismo.
Ancora più assurdo che, nei dibattiti e nelle discussioni, vengano tirate in ballo altre dittature – magari più feroci – sempre come giustificazione o compensazione. Come se si volessero sminuire le violenze del mostro di Firenze perché c’è stato anche quello di Millwaukee che ha ucciso più persone.
Assurdo in definitiva che tutto quanto – e lo ripeto perché è giusto e necessario ripeterlo – non venga inserito nel suo giusto contesto storico. Che anziché prestarsi al gioco delle colpe e dei meriti delle opposte tifoserie, non ci si interroghi sul perché il logoramento dell’Italia liberale creò il terreno fertile per una dittatura, perché la stessa poté durare vent’anni, perché nella sua forma più degenerate condusse l’Italia, e il mondo, nella tragedia della seconda guerra mondiale.

I motivi e le colpe – soprattutto le colpe – di questa atroce manchevolezza sono plurimi e molteplici. E non sono soltanto di chi il fascismo ha continuato – e continua – a sostenerlo con agghiacciante cecità, ma anche di quel mondo moderato, democratico e centrista che, sin dall’immediato dopoguerra, questo processo doloroso ma indispensabile di storicizzazione lo ha sempre volutamente evitato, nonché di un certo atteggiamento di sinistra che un vero storicismo non lo ha mai voluto, preferendo una demonizzazione superficiale e frettolosa che di certo ha reso ancora più complicato questo processo.

Oggi saremmo pronti.
I libri di storia – e lo dico con piena cognizione di causa – sono sempre più approfonditi, c’è una storiografia ormai matura che da anni guarda il tutto a trecentosessanta gradi e senza paletti imposti da questo o quello schieramento. Basterebbe portarla alla luce e preferirla ai dibattiti surreali da talk show.
Basterebbe fare quello che la Germania, con il nazismo, ha fatto già da settant’anni.
Invece no.
Continuiamo con i “fascisti de core”, con la creazione dell’Inps da opporre alle deportazioni, con la dittatura che forse era meglio della democrazia.
Continuiamo a negarci la Storia.

‪#‎resistenzeRiccardoLestini‬

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