Anche Pasolini, nel suo piccolo, s’incazza

Lo so che non è questa gran novità.
Del resto ho passato gran parte della mia esistenza a incazzarmi come una bestia.
Lasciamo stare (lasciamo stare???) che per me erano cose molto più che importanti e per le quali vi sareste dovuti – e vi dovreste, ancora oggi – incazzare tutti, mentre poi non s’è incazzato nessuno… avrò comunque io, Pier Paolo Pasolini, scrittore/regista/saggista, ancora oggi, dal regno dell’oltretomba dove dimoro da quarant’anni, il sacrosanto diritto a incazzarmi ancora?

Di motivi, credetemi, ne ho ben più di uno.
In ordine sparso:

per le cose importanti di cui sopra, non solo non si è incazzato (né s’incazza) quasi nessuno, ma quasi tutti mi hanno preso (e mi prendono ancora oggi) per insopportabile rompicoglioni che urlava solo per frustrazione di essere un frocetto maniaco emarginato dal mondo intero per la sua sconcia diversità.

Essere ricordato solo per la mia morte tragicamente spettacolare, senza nessuno che si prenda la briga di indagare seriamente sui misteri e le incongruenze che a tutt’oggi ancora la avvolgano, senza nessuno che si prenda la briga di ricordarmi per le mie opere, per il significato delle mie opere.

Essere escluso sistematicamente dai programmi ministeriali di italiano, quando poi, quegli stessi programmi, negli ultimi anni hanno finito per includere tutti, e sottolineo TUTTI, gli scrittori del novecento, da Sciascia a Moravia, da Bilenchi a Bigongiari, da Luzi a Zanzotto.
Tutti insomma. Tranne il sottoscritto.

Ma oggi, proprio oggi, non ho voglia di perdermi in incazzature generali fatte di schemi ed elenchi riassuntivi.
Oggi voglio incazzarmi per una cosa ben specifica. La mia famosa poesia “Il PCI ai giovani!”.
Magari molti di voi non la ricordano per il titolo, ma per quei 3-4 versi che, mio malgrado, a tutt’oggi risultano essere i più citati, ricordati e conosciuti della mia sterminata produzione poetica.
È la poesia sugli scontri di Valle Giulia (Roma, 1968), e i versi in questione sono i seguenti:

“Avete facce di figli di papà. (…)
Quando ieri a Valle Giulia avete fatto a botte
coi poliziotti,
io simpatizzavo coi poliziotti.
Perché i poliziotti sono figli di poveri.”

Ecco, ora sono sicuro, STRA-sicuro che ve la ricordiate. Sono quei 4 versi che vengono citati IN DIFESA DELLE FORZE DELL’ORDINE OGNI SANTA VOLTA che in Italia, durante un corteo, c’è uno scontro tra manifestanti e polizia.
Ripeto, ogni volta, anche quando (e capita SPESSO dio santo) l’operato della polizia è INDIFENDIBILE, ecco che puntualmente saltano fuori quei 4 versi della mia poesia. Addirittura, per dire, l’hanno citata i giudici in tribunale nel pronunciare la sentenza contro i No-Tav.

Ora, la domanda è: perché sta roba qua mi fa incazzare così tanto? Ve lo dico subito.

Punto primo.
Possibile che la società italiana quando parlo di qualsiasi altra cosa (collusioni tra mafia, politica e petrolieri, corruzione della classe politica, tangenti, servizi segreti deviati, stragismo di stato) non solo non mi caga di striscio, ma addirittura mi dà del pazzo visionario, e che invece per questi 4 versi del cazzo esige che mi si ascolti e mi si dia ragione come fossi il Vangelo?

Punto secondo (e più importante).
Mettiamo il caso che la polizia – e le forze dell’ordine in genere – qualsiasi cosa facciano abbiano SEMPRE ragione. Ecco, anche in questo caso, citare quei miei stramaledettissimi versi è sbagliato, anzi, è proprio una STRONZATA GIGANTESCA.
Prima di tutto perché io – e a dimostrarlo c’è la mia vita e ci sono le mie opere, proprio quelle che non leggete, che vi ostinate a ignorare o a non voler capire – non ho mai nutrito simpatia per le forze dell’ordine. Tanto per dirne una: il finale di “Mamma Roma” ve lo ricordate? No? Ecco, andatevelo a rivedere (a rivedere SUL SERIO) e magari ci arrivate da soli a capire cosa sto dicendo. E tanto per dire un’altra, le mie considerazioni sulla polizia del governo Tambroni (Genova, 1960, gli scontri con i camalli del porto… vi ricordate??), le avete lette? No? Ecco, andatevi a cercare pure quelle e magari capite ancora meglio. E per dirne un’altra ancora: il fatto che io per circa vent’anni (1955-1975) sia stato di fatto OSTAGGIO continuo e perpetuo di una cattiva polizia e di una cattiva magistratura, sempre alle prese con fermi e processi ASSURDI E INFONDATI, non vi dice niente? La persecuzione giudiziaria che ho subito (vera, mica come quella di Berlusconi), non vi fa riflettere nemmeno un pochino sulla mia idea circa i tutori della legge?
Ma poi, cosa davvero importante e decisiva, quelli sono solo quattro versi di una poesia che ne conta oltre DUECENTO!!!
E negli oltre CENTONOVANTASEI VERSI che voi non citate perché o non li avete MAI letti oppure non avete INTERESSE nel renderli noti, c’è il senso REALE di questa mia strafottutissima poesia che, amici cari, è TUTT’ALTRO che una difesa accorata delle forze dell’ordine.
Anzitutto io scrivo, sempre rivolgendomi ai manifestanti, verso 44:
“Siamo ovviamente d’accordo contro l’istituzione della polizia”.
Capito? Io ero – e sono – d’accordo con i manifestanti nel contestare l’istituzione della polizia così come è e così come è solita agire. Infatti, io poco prima scrivo anche, riferendomi ai poliziotti, versi 41 e 42: “umiliati dalla perdita della qualità di uomini/ per quella di poliziotti”. Perché, ho sempre pensato e continuo a pensare, l’istituzione della polizia in quanto tale, disumanizza.
E affinché non sussista più alcun dubbio, vi rammento anche quest’altro passaggio, alla fine, versi 52 e 53, parlando dei manifestanti: “voi, amici, benché/ dalla parte della ragione”, e parlando dei poliziotti, versi 54 e 55: “i poliziotti, che erano dalla parte del torto”.
Chiaro? Io pensavo – e penso – che la ragione fosse dalla parte dei manifestanti/studenti e che il torto fosse dalla parte dei poliziotti.

Bene, capito questo, vi chiarisco un’ultima cosa.
Perché allora, la poesia si apre con quei quattro versi stracitatissimi a spropositissimo?
Presto detto.
Io volevo semplicemente (semplicemente?) evidenziare la GIGANTESCA CONTRADDIZIONE CHE STAVA DENTRO LE PROTESTE SESSANTOTTINE.
E cioè che il ’68, già nel suo nascere, conteneva l’inevitabile sconfitta. Sbandierava rivoluzione e lotta di classe, ma non avrebbe potuto realizzare né l’una né l’altra, né, tanto meno, alcun reale e radicale cambiamento della società italiana. Questo perché era portato avanti da esponenti della stessa classe sociale che andava contestando, la borghesia (scrivo infatti, più avanti: “I Maestri si fanno occupando le fabbriche/ non le università”, perché, scrivo ancora: “i poliziotti si limiteranno a prendere/ un po’ di botte/ dentro una fabbrica?”).
Quella che insomma doveva essere una rivoluzione, la vedevo già nella sua genesi trasformasi in uno scontro generazionale che avrebbe portato non una rivoluzione, ma una specie di guerra civile in seno alla borghesia che come unico risultato avrebbe avuto un cambiamento del costume borghese e della società borghese, anziché un reale sovvertimento.
Insomma – e perdonate l’immodestia – come quasi sempre mi è capitato, avevo già capito con vent’anni di anticipo quello che poi sarebbe effettivamente successo.
Capito adesso?
Altro che poesia in difesa della polizia!

Bene, a questo punto, se avete finalmente capito (e nel caso contrario cavoli vostri), potete fare due cose: o diffondete questo mio sfogo e così magari la finiamo con i “voluti” e “interessati” fraintendimenti, oppure continuate a far finta di niente, allineati come sempre sulla riga che la società vi chiede di tenere da tempo immemore: la più beata, paciosa e sonnolenta superficialità.

A voi la scelta.

Cari saluti, incazzatissimo vostro,
Pier Paolo Pasolini

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