Filmografia della Resistenza

Se, in questi anni grigi di annientamento della memoria, di svalutazione del passato come pilastro del presente, di appiattimento e folli equiparazioni, per voi la Resistenza conta ancora qualcosa, ha ancora qualche significato fondante e attuale, mi permetto di consigliarvi un piccolo – e personalissimo – percorso cinematografico sull’argomento.

La filmografia è, ovviamente, sterminata.
Non mancano, altrettanto ovviamente, pessimi film, così come non mancano film che col tempo hanno perduto forza e attualità.

Io, su tutti, ne scelgo cinque.

Per quanto riguarda i classici, insuperato – e insuperabile – resta per me “Roma città aperta”, straconosciuto, pluricelebrato e plurimenzionato, al punto che pare quasi banale inserirlo e ricordarlo. Eppure no, non è per niente banale farlo.
Questo film è talmente “assoluto”, nel senso più pieno del termine, che andrebbe forse ricordato ogni giorno della nostra vita.
Prima di tutto perché non è una riflessione “a posteriori”, ma contemporanea agli eventi, girato in punta di piedi tra le macerie di una Roma squarciata e dolente. Poi perché dietro la macchina di presa c’è Roberto Rossellini, quel geniale cacciatore che inseguiva le immagini senza correre, ma passeggiando. E poi perché in cabina di sceneggiatura, tra gli altri, c’è l’allora giovanissimo Federico Fellini, che già sapeva danzare tra sguardi e parole.
E poi perché c’è la maschera tragica di Aldo Fabrizi.
E ovviamente perché c’è lei. Proprio lei, Anna. Semplicemente Anna. Con quella corsa disperata che da settant’anni ci martella l’immaginario. Anna che, in pochi lo sanno, quando girò quella celeberrima scena cadde troppo presto.
Uno di quegli errori destinati a diventare leggenda.

Sempre alla categoria grandi classici aggiungo “Novecento”. Così diverso dalla povertà austera di “Roma città aperta”, suntuoso, monumentale, affresco di un’epicità potente e poderosa come solo Bertolucci è capace di fare.
La scena finale, col ritorno del partigiano Olmo, a suggello di oltre quattro ore di film (che però, a guardarle, ti paiono dieci minuti), è molto più che straordinaria.

Spostandoci sul contemporaneo invece, scelgo un film del 2000, semisconosciuto, “I nostri anni”, di Daniele Gaglianone, regista purtroppo sottovalutato e ignorato.
Il film, realizzato con una coraggiosissima produzione indipendente, presentato a Cannes, riesce nella rarissima impresa di spogliare l’epos partigiano da qualsiasi retorica.
Un bianco e nero severo, ieratico. Splendido.

Aggiungo il documentario “Non ci è stato regalato niente”, realizzato nel 2014 da Eric Esser. Racconta la storia della partigiana Annita Malavasi, facendo luce su quella “resistenza al femminile” troppo spesso dimenticata.
Commovente e straziante come poche altre cose al mondo.

Chiudo la rassegna con un cortometraggio: “Ci chiamavano ribelli”, di Federico Micali, Teresa Paoli e Stefano Lorenzi.
Un mini film di appena dieci minuti girato per caso, lungarno a Firenze, nel 2003. Un incontro fortuito con Silvano Sarti, ex partigiano, in una pausa dalle riprese di un altro film, dove l’uomo in una manciata minuscola di tempo ci regala una monumentale lezione di storia.
E di vita.

Buon 25 aprile.
A chi ci crede ancora.

#consigliRiccardoLestini

Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *