L’incredibile storia dell’uomo che a Firenze inventò il cinema prima dei fratelli Lumière

Questa storia è veramente pazzesca. Pazzesca e bellissima. E assurdamente (e incomprensibilmente) dimenticata.
Magari qualcuno di voi – magari esperti di storia del cinema o esperti di fiorentini illustri e stravaganti – la conosce già.
In ogni caso, a me piace così tanto che stasera ho deciso di raccontarla. Ovviamente – e come sempre – per chi – fiorentini e non, cinematografari e non – ha voglia di ascoltarla.

Trattasi della storia di tale Filoteo Alberini, fiorentino d’adozione, classe 1865, che a manco trent’anni gli capitò d’inventare il cinematografo senza che nessuno se ne accorse.

Ma andiamo con ordine. E soprattutto andiamo indietro, ma parecchio indietro, nel tempo.
Più precisamente andiamo alla seconda metà dell’ottocento, quando in Italia, in Europa e in ogni dove le tragedie delle guerre mondiali erano ancora di là da venire, quando il positivismo faceva guardare al progresso industriale e tecnologico con fiducia, speranza ed entusiasmo, quando ogni giorno si annunciava una scoperta destinata a cambiare (in meglio) il mondo.
La seconda rivoluzione industriale aveva seminato dappertutto la smania della scoperta, dell’invenzione, della scalata sociale. Le produzioni su larga scala, il motore a scoppio, il biplano, la luce elettrica: niente pareva impossibile.

In ogni dove si era scatenata la corsa febbrile all’invenzione e al brevetto. Eserciti di pionieri, impreditori, inventori e sognatori, a volte geniali, più spesso romantici e improvvisati, partorivano ogni giorno idee d’ogni sorta per assicurare al mondo, e soprattutto a se stessi, un futuro migliore.
Tra i tanti tarli che si annidavano nelle teste di questa folla di scalatori, c’era pure un sogno smisurato: quello di catturare, e soprattutto riprodurre, la realtà in movimento.
Ci lavorarono in molti, e indipendentemente l’uno dall’altro, a questo folle sogno.
Ma il primo a ottenere risultati importanti e consistenti in questo senso, fu quel geniaccio di Thomas Edison, proprio lui, quello della luce elettrica, che nel 1889 approntò e brevettò due apparecchi: il primo chiamato kinetografo, una vera e propria cinepresa capace di scattare in rapida successione una serie di fotografie su una pellicola 35mm, e il secondo battezzato kinetoscopio, un proiettore che consentiva, a un solo spettatore per volta, di rivedere la successione – e quindi il movimento – delle immagini impresse sulla pellicola.
Questi film per kinetoscopio, inizialmente girati da Edison per intrattenere la gente che andava ad ascoltare la musica riprodotta da un’altra sua celebre invenzione, il fonografo, erano realizzati alla velocità di 48 fotogrammi al secondo, e non duravano mai più di alcuni secondi, sempre a inquadratura unica e fissa. Però, grazie all’uso simultaneo di kinetoscopio e fonografo (mentre lo spettatore guardava nel kinetoscopio, ascoltava la musica del fonografo grazie a delle auricolari), in questi filmetti qua abbiamo la prima preistorica combinazione di musica e immagini.

Col kinetoscopio Edison ci girò il mondo, portandolo nelle fiere e in stanzoni appositi, dove chiunque poteva assistere al prodigio dell’ultima meraviglia della scienza pagando un biglietto.
Arrivò pure a Firenze, il kinetoscopio, sotto i portici di quella che all’epoca si chiamava piazza Vittorio Emanuele e che oggi si chiama piazza della Repubblica.
A quei tempi per le strade di Firenze girellava sto ragazzo di ventotto anni, Filoteo Alberini, che veniva da Orte e che era arrivato nell’ex capitale del Regno per lavorare all’Istituto Geografico Militare. E girella che ti girella il giovane Filoteo, in piazza Vittorio Emanuele, s’imbatté nel kinetoscopio di Edison.
Fu amore a prima vista. E, come tutti gli amori, specie quelli nati da un colpo di fulmine, divenne presto un’ossessione, al punto che l’Alberini iniziò a lavorare notte e giorno al kinetoscopio per apportargli sostanziali e decisive modifiche.
Non lo sapeva Filoteo, ma la stessa cosa la stavano facendo pure i fratelli Lumière a Parigi e i fratelli Skladanosky in Germania.

Ma Filoteo Alberini, nella solitudine fiorentina, spinto da un entusiasmo incontenibile, arriva prima di tutti gli altri suoi sconosciuti concorrenti. All’inizio del 1894 è pronto un apparecchio che battezza kinetografo Alberini, una macchina capace non solo di imprimere su pellicola 1.000 fotogrammi al minuto (vale a dire 16 fotogrammi al secondo), ma di proiettare le riprese non solo per uno spettatore alla volta, ma contemporaneamente per un pubblico potenzialmente illimitato.
Tutto questo un anno prima dell’invenzione dei fratelli Lumière.

E allora com’è che come padri e inventori unici del cinema sono da sempre indicati i francesi Louis e Auguste Lumière?
Risposta semplice. Tragicamente semplice. Filoteo Alberini ebbe la sfiga cosmica di essere italiano e, soprattutto, di aver lavorato al suo progetto in Italia, un paese dove già a quei tempi là la burocrazia era un mostro a sette teste programmato per strangolare qualsiasi slancio di genialità (e poi ci si interroga sulla fuga di cervelli… ).
Fatto sta che proprio per un intoppo burocratico, il Ministero dell’Industria e del Commercio rilascia il brevetto per il kinetografo con quasi due anni di ritardo, precisamente alla fine del dicembre 1895, vale a dire appena qualche giorno dopo la presentazione, a Parigi, del Cinematografo Lumière, l’invenzione destinata a strabiliare il mondo e a cambiare la storia.

l Cinematografo Lumière non aveva sostanzialmente nulla di diverso rispetto al Kinetografo Alberini: entrambi imprimevano alla velocità di 16 fotogrammi al secondo ed entrambi consentivano la proiezione in contemporanea per un pubblico potenzialmente illimitato.
Di diverso ci fu soltanto che i Lumière ottennero subito il brevetto, rendendo completamente inutile l’invenzione dell’Alberini.
Ora uno, di fronte a una sfiga simile, avrebbe pure il diritto di spararsi.
Alberini no, mica si fa abbattere. Aveva una tempra da paura, sto tizio qua.
E così si butta anima e corpo nella pionieristica industria cinematografica. Prima di tutto, sempre a Firenze, sempre sotto i portici dell’ex piazza Vittorio Emanuele e attuale piazza Repubblica, apre la prima sala cinematografica d’Europa, e quindi del mondo: la sala Edison, inaugurata nel 1901.
E siccome gli affari vanno più che bene, esporta il tutto pure nella capitale, a Roma, dove in piazza Esedra apre un’altra sala di proiezione, il cinema Moderno.
Non pago, assieme all’amico Daniele Santoni fonda lo Stabilimento di Manifattura Cinematografica Alberini&Santoni, che poi cambierà il nome in Cines, e infine in Cinecittà.
E, sempre con Santoni, girerà pure il primo film italiano a soggetto, La presa di Roma, datato 1905.

Per carità, magari tutta sta roba qua che vi s’è raccontato in fretta e furia è una storiella da nulla, una quisquiglia, una pinzillacchera qualunque.
Però mi sembra un po’ da stronzi averla dimenticata e non saperla.
Non sapere chi è il tizio che ha dato il via a tutta la storia di Cinecittà e compagnia bella.
Non sapere che un italiano, a Firenze, ha inventato il cinema un anno prima dei fratelli Lumière, e che sempre a Firenze ha dato vita alla prima sala di proiezione del mondo.
Sì, proprio da stronzi dimenticarlo.

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