Pasolini “sacro”

Nel turbine – spesso fuori controllo – delle celebrazioni del quarantennale dalla morte di Pier Paolo Pasolini, come ho già avuto più volte modo di sottolineare (vedi alcuni miei articoli postati su questa pagina, in particolare “Come smettere di uccidere Pasolini” e, sul magazine Words in Freedom, “Pasolini 40 anni dopo: come un sacco de monnezza”) è quasi completamente mancato un confronto diretto con la poliedrica e molteplice opera del grande intellettuale friulano.
“Carenza nella carenza”, è soprattutto mancato un approfondimento o anche solo una messa in luce di uno degli aspetti, a mio avviso, più sorprendenti dello “stile” pasoliniano, tanto nel Pasolini regista quanto nel Pasolini scrittore e poeta: il suo sguardo “sacro” sull’esistenza e sul mondo.
In una produzione così ricca e variegata, il “sacro” – inteso in un’accezione quanto mai ampia – risulta essere uno dei principali leit motiv, uno dei collanti più significativi dell’intero percorso artistico pasoliniano.
Nell’ateo, materialista ed “eretico” Pasolini, resiste e persiste una sconvolgente purezza di sguardo sul mondo in grado di far emergere ovunque, in ogni gesto, in ogni elemento del mondo sensibile, una tragica, disperata, eppure leggerissima ed elegiaca sacralità.
Sacro è, anzitutto, il mondo contadino e preindustriale del Friuli, “fotografato” dagli splendidi versi del giovanissimo Pasolini delle “Poesie a Casarsa” (Bologna, Landi, 1942):

Fontana d’acqua del mio paese,
non v’è acqua più fresca che nel mio paese,
fontana di rustico amore.

Così la fontana di Versuta (frazione di Casarsa, provincia di Pordenone, luoghi dell’infanzia del poeta) diventa simbolo secolare di un mondo arcaico, incantato e, proprio in virtù della propria barbarica dolcezza, sacro, come è sacro ogni luogo che ci ha generato, come sacro è ogni elemento dell’esistere, animato o inanimato che sia, da difendere e proteggere.
Ma il sacro, al tempo stesso, oltre che sguardo incantato, è anche conflitto drammatico con un arcaico cattolicesimo contadino e popolare che lo ha generato e da cui, il fanciullo Pasolini fatto uomo, al pari del Leopardi recanatese, si allontana brutalmente e senza pace:

Cristo mi chiama,
ma senza luce.

Un senso di barbarica sacralità che si rafforza e si ingigantisce a dismisura quando Pasolini compie l’incontro più decisivo della sua intera esistenza, quello con le borgate romane e il mondo del sottoproletariato. Lo sguardo su quel mondo tragico e violento, eppure animato da una disperata vitalità che lo rende ultimo baluardo di resistenza contro la più becera omologazione di massa, è di puro amore e puro stupore, un sacro continuo e continuamente rigenerato. E’ da questa sacralità immacolata – una sorta di laico Cantico delle Creature – che nascono le opere maggiori del Pasolini romanziere e i primi capolavori del Pasolini regista.
Non solo. I sottoproletari pasoliniani hanno, incontestabilmente e inevitabilmente, una natura non tanto generalmente cristiana, quanto specificatamente “cristica”. Sono dei “cristi”, redentori al rovescio ma, parimenti al Nazareno, votati al martirio. Ogni opera di Pasolini dedicata al mondo del sottoproletariato è, a suo modo, una “passione”.
Passione è la tragica parabola del Tommasino protagonista del romanzo “Una vita violenta” (Milano, Garzanti, 1959), che dall’inferno della vita balorda di borgata ascende ai cieli dell’inserimento sociale per poi, alla fine, morire tragicamente annegato nell’atto di salvare un bambino dalla corrente del Tevere.
Passione è la vicenda dell’impossibile integrazione e dell’impossibile redenzione del “demone” Accattone, protagonista dell’omonimo film (1961) che, non a caso, si chiude sul borgataro Balilla che si fa il segno della croce al rovescio sul corpo morente di Accattone.
Passione è la storia di Ettore in “Mamma Roma” (1962), che viene lasciato morire in carcere su un nudo letto di contenzione, con un’inquadratura finale che è un’esplicita citazione del “Cristo Morto” di Andrea Mantegna.
Ed è passione ancora più scoperta e palese la storia di Stracci nel cortometraggio “La ricotta” (1963), paradossale vicenda di un borgataro che viene chiamato a fare da comparsa (uno dei due ladroni) in un hollywoodiano film sulla vita di Cristo, e muore di indigestione sulla croce, proprio al posto del Salvatore.
Quasi scontato che l’intero ciclo pasoliniano dedicato al sottoproletariato si sia concluso con l’immenso e altissimo film dedicato alla vita di Gesù: “Il Vangelo secondo Matteo” (1964), quasi interamente interpretato da non-attori scelti in borgata.
Ma il sacro non si esaurisce qui. Nelle opere successive, dove domina lo sconcerto per un’omologazione totalizzante e devastatrice da cui nemmeno il sottoproletariato è più immune, lo sguardo sacrale sul mondo resiste e persiste come atto estremo di disperata resistenza.
Prima si identifica nello sguardo puro, incantato, ridarello e fanciullo di Ninetto Davoli: tanto nel tragicomico apologo di “Uccellacci e uccellini” (1965) quanto nell’indicibile squarcio di bellezza di “Che cosa sono le nuvole?” (1967). L’attore feticcio del poeta, l’attore pasoliniano per eccellenza, con la sua sola pura e inenarrabile leggerissima fisicità, è in grado di restituire l’alba incontaminata dell’umanità. Sacro è così il viaggio di Totò e Ninetto Davoli per gli stradoni sterrati della periferia romana in compagnia del corvo, scopertamente sacra la parabola dei due fraticelli francescani e la splendida versione laica del Cantico di Frate Sole recitata da Totò (“Uccellacci e uccellini”) e assolutamente sacro è la discarica dove Ninetto scopre l’esistenza delle nuvole (“Che cosa sono le nuvole?”).
Successivamente, nel mondo brutalmente industrializzato e omologato, il sacro diventa il rifugio nel mondo arcaico del mito. In tal senso vanno letti i film – forse i meno riusciti della filmografia pasoliniana – “Edipo Re” (1968) e “Medea” (1969).
Ma anche nel Pasolini più lucido, severo e “corsaro”, quello della più spietata fotografia della nostra società, quello degli anni settanta per intenderci, la ricerca e la difesa di una purezza sacra continua a essere protagonista. Un esempio su tutti: la difesa della bellezza delle lucciole nel celebre articolo che ne attesta tragicamente la scomparsa.
Sacro come bellezza quindi. E alla bellezza, alla “straziante e meravigliosa bellezza del creato”, Pasolini ha dedicato e consacrato la sua intera esistenza e la sua intera opera.
Non è quindi affatto un caso che l’ultima opera di Pasolini, lo splendido, estremo e definitivo “Salò”, si chiuda con l’urlo agghiacciante dei ragazzi mandati a morte. In un mondo dove vince la più spietata violenza del potere, per il sacro non c’è più posto. E alle vittime sacrificali non resta che gridare: “Dio, perché ci hai abbandonati?”

Riccardo Lestini

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