Pasolini e io

 

A quindici-sedici anni siamo fiori vergini, stelle in formazione continua, ingorde spugne asciutte disposte e predisposte a essere imbevute dalle mille acque del mondo che smaniamo di conoscere ed esperire.
Sono gli anni in cui libri, canzoni e film ci piovono addosso come macigni eppure straordinariamente leggeri, ci scavano dentro lasciando solchi indelebili, ci cambiano e ci definiscono, costruendo alla velocità della luce gli scaffali delle nostre private e spesso sorprendenti biblioteche dell’anima.

A quei tempi là non leggevo. Piuttosto divoravo le pagine, le sbranavo famelico, ardente, inconsapevole, tracciavo con il lapis sottolineature tremanti e potentissime che quasi le squarciavano, quelle pagine, le gonfiavano a dismisura lasciando il segno della brutalità indicibile della bellezza.

Era all’epoca, la mia biblioteca dell’anima, in continuo e frenetico allestimento, ma già affollatissima. Campeggiavano su tutti, a incendiarmi le mani, a occuparmi testa, cuore e movimenti, Rimbaud, Baudelaire, Kerouac, Ginsberg, Whitman, Ferlinghetti, Verlaine, Campana, Villon.

In quello splendido, sconsiderato e bruciante “maledettismo” che mi rimbombava dentro in suoni a loro modo già definitivi, Pasolini arrivò quasi in punta di piedi, soave e silenzioso, leggero come una caviglia di donna posata sul bagnasciuga.

Era una vecchia pubblicazione antologica appartenuta a chissà chi, piena di note a margine in una grafia minuscola e ben poco decifrabile. C’erano nomi a me all’epoca quasi tutti ignoti: Betocchi, Bertolucci, Caproni, Zanzotto, Bellezza. E Pasolini, appunto.
Furono i suoi versi, tra quelle trecento e passa pagine, ad attirare la mia attenzione. Questi:

“Stupenda e misera città
che mi hai insegnato ciò che allegri e feroci
gli uomini imparano bambini,

le piccole cose in cui la grandezza
della vita in pace si scopre, come
andare duri e pronti nella ressa

delle strade, rivolgersi a un altro uomo
senza tremare…”

Era “Il pianto della scavatrice”. Che lessi. E poi rilessi. E rilessi ancora. Per qualcosa, credo, come un anno intero. Lasciai che quella lunga poesia mi entrasse dentro, parola per parola, verso per verso, immagine per immagine, che si sedimentasse negli anfratti più profondi, negli abissi più insondabili del mio animo d’adolescente inquieto e scapestrato, fino a diventare un tutt’uno col mio essere più vivo e autentico.

Non lo sapevo, forse lo intuivo, ma di certo non avevo il coraggio di capire che avevo appena fatto l’incontro “letterario” più decisivo, definitivo e importante della mia vita.
Non sapevo ancora che Pasolini mi avrebbe incendiato le notti tenendomi sveglio, che mi avrebbe regalato rabbia e lacrime, che suo malgrado avrebbe forgiato e determinato il mio essere scrittore, intellettuale, insegnante, artista.

Non lo sapevo, ma lo avrei scoperto presto.
All’inizio rimasi con la sola compagnia del “Pianto della scavatrice”. Provai timidamente a indagare su tutto il resto, ma tutto il resto mi appariva come una spaventosa immensità che la mia giovinezza non riusciva a contenere. Pasolini lo scrittore, il poeta, il regista, il saggista, il polemista, l’osservatore lucido e sconvolgente della nostra società, l’intellettuale brutalmente assassinato tra poche risposte e infiniti misteri.
Troppo.

Quello scrigno infinito, che ancora oggi, a più di vent’anni di distanza, non ho finito di esplorare, iniziai ad aprirlo con l’approssimarsi dei miei diciott’anni.
Fu come rimuovere una diga che mi rovesciò addosso tonnellate d’acqua dirompente sotto forma di poesie, immagini, interrogativi, contraddizioni, complessità scomode e indicibili bellezze.

Le parole di Pasolini avevano per me ragazzo, e hanno ancora oggi per me uomo, l’incantesimo miracoloso di materializzarsi all’istante ogni giorno, ogni momento nella mia vita quotidiana, di porre interrogativi che puntualmente si presentano intatti, attualissimi, mai sopiti e irrisolti nella realtà di tutti i giorni.
Una riflessione continua, interminabile, incessante, dolorosa e bellissima.

Così oggi, con l’avvicinarsi del quarantennale della sua morte, mi piace iniziare il ciclo di miei scritti dedicati a Pasolini con questo ricordo privato e personalissimo.
Il ricordo di me diciottenne con lo zaino pieno di suoi libri.
Dei miei pomeriggi di quell’adolescenza famelica trascorsi a smaniare su “Poesia in forma di rosa” e sulle “Ceneri di Gramsci”, fino a comprendere anche io “ciò che in ognuno era il mondo” e come “la viltà avvezza a vedere morire nei modi più atroci gli altri, con la più strana indifferenza”.
Sulla mia rabbia di giovane rivoluzionario ingenuo fomentata e forgiata sulle “Lettere luterane”, su quelle parole grondanti indignazione, sulla scomparsa delle lucciole e sulla richiesta di processo per i “gerarchi” della Democrazia Cristiana, sulla spaventosa lettura della globalizzazione e della società dei consumi.
Sulla mia difficoltà di capire e comprendere la contrarietà di Pasolini all’aborto e al divorzio, sul suo schierarsi a fianco dei poliziotti dopo gli scontri di Valle Giulia.
Sui miei mille arrovellamenti per i silenzi scandalosi sul suo barbaro assassinio.
Il ricordo delle mie lacrime di diciottenne sulla morte di Tommasino in “Una vita violenta” e sul corpo di Ettore in “Mamma Roma”.
Il ricordo della mia commozione per gli occhi vispi e ridarelli di Ninetto.
Il ricordo dei miei sospiri, identici a quelli di oggi, su Totò che chiude quell’impossibile squarcio di poesia che è “Che cosa sono le nuvole?” dicendo “straziante meravigliosa bellezza del creato”.

Il ricordo di quella scintilla d’illuminazione quando capii che no, i poeti non muoiono, se abbiamo il coraggio di continuare a urlare, anche a quarant’anni di distanza, le loro immense parole.

Riccardo Lestini

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