Di cosa parliamo quando parliamo di Foibe

La tragedia delle foibe fino ai primi anni novanta non esisteva. Nel senso che – tranne i testimoni diretti, gli eredi delle vittime e le associazioni locali dei luoghi interessati – nessuno ne parlava, nessuno se ne interessava, erano eventi rimossi, sepolti nella polvere di libri mai più ristampati, articoli mai più consultati. E in un paese come l’Italia, dove anche la storia conosciuta, raccontata e commentata ha purtroppo ben poco valore, il silenzio equivale all’inesistenza.
La “scoperta” delle foibe è stato uno dei tanti riflessi di un evento epocale di ben più ampio respiro: il crollo del muro di Berlino.
La caduta impetuosa e inesorabile del “Mauer” spazzò via in una sola notte oltre quarant’anni di storia, equilibri geopolitici, sistemi economici, segreti, spionaggi. In quell’alba tumultuosa e confusa degli anni novanta, le foibe furono uno dei tanti segreti, uno dei tanti silenzi calcolati della guerra fredda, a riafforare alla luce.
A “sdoganarle”, in Italia, fu la destra. Sdoganata a sua volta (sempre dal crollo del muro), trasformata in forza governativa dopo decenni di esilio dall’arco costituzionale, la destra ex missina trovò nelle foibe un biglietto da visita ideale nella rapida scalata alle stanze del potere, al punto che il “restauro” delle foibe finì per viaggiare in parallelo all’ascesa di tutta la coalizione guidata da Silvio Berlusconi che, nel 1994, seppe conquistare la guida del paese.
Da storico, e soprattutto da amante della verità e dell’onestà intellettuale a tutti i costi, pur venendo da una parte politica totalmente antitetica e ostile a ogni mio principio, ho sempre salutato non solo positivamente, ma come un vero e proprio atto di sacrosanta giustizia la restistuzione di un evento così a lungo vergognosamente taciuto.
Eppure la destra, tanto quella estrema quanto quella moderata e liberale, ha finito per porsi nei confronti delle foibe nello stesso identico modo di coloro che ne avevano cancellato la memoria. In due parole: la destra ha condotto l’operazione di restituzione della tragedia delle foibe non per amor di verità storica, ma per fini esclusivamente strumentali e ideologici. Finendo così per (ri)scrivere in quest’ultimo ventennio una nuova storiografia sulle foibe altrettanto fasulla e corrotta di quella precedente.
Così oggi una nuova “vulgata” comunemente accettata ci racconta che il quarantennale silenzio sulle foibe fu un atto di brutale censura comunista, messo in atto per oscurare le atrocità partigiane, promuovere un’immagine tutta eroica e positiva della resistenza. Una delle tante conseguenze della dittatura culturale e storiografica che i comunisti esercitarono in Italia durante tutta la prima repubblica. Una vulgata che, sia pur indirettamente e in maniera confusa, finisce per riabilitare il fascismo e mitigarne colpe e responsabilità.
Se perciò da un lato veniamo finalmente a conoscenza di eventi atroci che è necessario sapere e ricordare, dall’altro siamo in possesso di una versione completamente falsata delle cause e delle motivazioni che generarono tale censura. Se quindi vogliamo davvero conoscere la tragedia delle foibe, se vogliamo davvero rendere giustizia a quegli eventi e soprattutto a coloro che per quegli eventi hanno perso la vita, occorre un nuovo e ulteriore lavoro di restituzione storiografico della verità.
Perché si decise di tacere sulle foibe? Chi lo decise? Non fu certo per promuovere e diffondere un’immagine pura del partigiano tout court né tanto meno degli ideali comunisti. È assurdo anche solo pensare che possa essere andata così: chi poteva avere interesse a insabbiare crimini comunisti in un paese, l’Italia, guidata da una forza tenacemente e ostinatamente anticomunista come la Democrazia Cristiana, dove ancora all’inizio degli anni sessanta erano più che diffuse leggende popolari come quella che i comunisti “mangiassero i bambini”?
Per capire il reale perché di un silenzio così assoluto, è necessario tornare alla storia, e alla cronaca, di un biennio decisivo e cruciale, un vero e proprio spartiacque nella definizione degli equilibri internazionali su cui si resse l’intera guerra fredda: 1953-1954.
Non occorre fare chissà quale ricerca, ognuno di noi può verificarlo, basta recarsi nella sala riviste di una qualsiasi bibilioteca dotata di un discreto archivio. E una volta lì, basta consultare rapidamente i titoli, le prime pagine dei principali quotidiani italiani nel quadriennio 1948-1952. Cosa vedremmo in quei titoli, in quelle prime pagine? Vedremmo come la “questione” foibe fosse ampiamente trattata, discussa e ricordata come un evento determinante e fondamentale. Da prima pagina, appunto. Poi, nel corso del 1953, le foibe scivolano di colpo nei trafiletti, oltre pagina dieci, oltre pagina quindici. Fino a sparire completamente nel 1954. Perché? Cosa successe nel corso di quel biennio?
Non capiremo mai cosa sia realmente accaduto in quel biennio se non allarghiamo la visuale storica ben oltre il teatro di quei massacri (Istria, Dalmazia, Venezia Giulia) e ben oltre l’intera penisola italiana.
È necessario anzitutto chiarire una questione, quasi sempre opportunamente taciuta da quella destra che ha fatto delle foibe la propria bandiera di riscatto: quei crimini atroci, compiuti dai partigiani jugoslavi agli ordini del maresciallo Tito, furono specificatamente “etnici” e non generalmente “politici”. Nel senso che non si trattò di vendetta politica comunista contro i nazifascisti, ma di un’operazione contro tutti gli italiani, che nell’ottica jugoslava erano visti come “invasori” che impropriamente avevano occupato quelle terre. Anche questo è facilmente consultabile: basta mettere in fila non solo i fatti, ma anche e soprattutto i nomi e le storie delle vittime. Tra di esse non vi sono tedeschi, ma solo italiani, “infoibati” non in quanto fascisti ma in quanto italiani. Tra di esse infatti figurano tanto i fascisti quanto gli antifascisti. Tra di esse figurano gli stessi partigiani (su tutti, particolarmente emblematico in merito è il massacro di Porzus). Se intere brigate di partigiani italiani comunisti furono risparmiate, non fu per affinità politica, ma perché gli stessi accettarono di passare dalla parte slava, salvo poi essere perseguiti in altri modi in un secondo momento.
Già queste considerazioni fanno crollare di colpo e completamente l’impianto che vorrebbe questi eventi censurati per volontà della dittatura “antifascista”, visto che andarono a colpire proprio gli antifascisti. In particolare quegli antifascisti democristiani, liberali e monarchici (anche in questo la destra sbaglia volutamente, riducendo il fenomeno della Resistenza a una questione esclusivamente comunista), le cui ideologie, dopo la guerra, avrebbero governato l’Italia per oltre quarant’anni.
Le foibe sarebbero state quindi perfette per il potere italiano post bellico: un simbolo di “italianità ferita”, uno scempio inimmaginabile ordito e compiuto da una forza comunista dell’est (i comunisti di Tito) contro cui la Democrazia Cristiana scagliava quotidianamente i suoi strali.
E invece no. Torniamo al biennio 1953-1954: in quei mesi convulsi dove trovarono origine moltissimi eventi cruciali per la guerra fredda (la divisione della Corea, l’alba della decennale questione vietnamita, il riarmo nucleare e via dicendo), il maresciallo Tito produsse il celebre strappo dall’Unione Sovietica, mettendosi di fatto fuori dal blocco comunista dell’Europa dell’est. Rivendicando la propria autonomia, in quel biennio Tito rese la Jugoslavia l’unica forza comunista del pianeta totalmente indipendente da Mosca. Ma in quel mondo così radicalizzato ed egemonizzato dalle due superpotenze USA e URSS, il “piccolo” Tito e la “piccola” Jugoslavia non avrebbero potuto compiere un simile passo da soli: avevano bisogno di sponde e appoggi sotterranei per sopravvivere, economicamente e politicamente.
Quelle sponde e quegli appoggi furono forniti in primis dal governo inglese, le cui forze di spionaggio e di intelligence furono la “testa di ponte” della NATO nel soccorso della Jugoslavia. Per le forze occidentali, lo strappo della Jugoslavia era molto più che auspicabile: aprire una breccia nell’Europa dell’est, poter liberamente infiltrare agenti segreti in quei territori era occasione irripetibile. Era perciò necessario appoggiare Tito. Il dittatore comunista Tito.
Un appoggio che passò, anzitutto, attraverso la riabilitazione della sua figura presso l’opinione pubblica occidentale. Riprendiamo quei quotidiani e andiamo avanti nella lettura. Sfogliamo le prime pagine dei quotidiani del 1953, 1954 e 1955: vedremo come le colonne dei giornali si riempiono di articoli in cui giornalisti d’ogni colore si sperticano nel sottolineare il volto “umano” di Tito, la sua differenza abissale con i feroci dittatori del resto dell’est.
E, con la trasformazione del feroce Tito in agnello, la cancellazione della vergogna delle foibe dalla storia fu autonomatica.
Credo sia necessario saperle, tutte queste cose.
Sapere perché fu cancellato quel sangue. Sapere che non vi fu alcuna operazione di mitografia comunista della Resistenza. Sapere che non furono crimini antifascisti ma antiitaliani. Sapere che a cancellarli fu la volontà angloamericana e quella delle forze politiche italiane asservite alla NATO, Democrazia Cristiana in primis.
Necessario saperle. Perché possiamo organizzarne anche cinquanta, di giornate del ricordo, ma finquando la verità non è restituita nella sua interezza, i morti, continuano a essere morti invano.

Riccardo Lestini

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