Ancora a proposito di Foibe

Torno, a strettissimo giro, a parlare di foibe. Questo perché poche ore fa ho ricevuto una bella mail, in cui un lettore mi invitava a rispondere a due domande molto opportune, per chiarire e approfondire altrettante questioni trattate nel mio articolo pubblicato questa mattina (l’articolo lo trovate qui: http://www.riccardolestini.it/?p=1021).
Ringraziando la persona che mi ha scritto e posto le domande (non la cito direttamente perché, avendomi scritto in privato, immagino non desideri essere menzionata), provo a rispondere nella speranza di riuscire a sintetizzare nello spazio di un post grandi questioni che, per forza di cose, meriterebbero quanto meno un saggio intero.

La prima domanda, riporto testualmente, chiedeva:
“Perché sull’appoggio alla Jugoslavia di Tito in prima linea ci fu l’Inghilterra? Lo chiedo perché la cosa mi incuriosisce e la trovo strana, visto che sulle principali questioni della guerra fredda in prima linea dalla parte occidentale ci sono sempre stati gli USA”.

Vero, in prima linea ci sono sempre stati gli USA e l’intervento diretto dei servizi segreti britannici può suonare singolare e bizzarro.
Per capire il perché di questa “inversione di ruoli” all’interno delle gerarchie della NATO è necessario, ancora, tornare al fatidico biennio 1953-1954. Gli Stati Uniti, in quegli anni, erano in pieno “maccartismo”, nella mesa in pratica cioè dei teoremi del senatore McCarthy, il quale aveva inaugurato la più violenta (e soprattutto cieca e assurda) campagna anticomunista della storia, scatenando una vera e propria “caccia alle streghe” per colpire chiunque fosse anche sospettato di avere simpatie non solo comuniste, ma anche semplicemente “di sinistra”. Una crociata in piena regola che portò a lincenziamenti coatti di operai iscritti ai sindacati, all’impedimento di lavorare e all’espulsione dal paese di artisti tendenzialmente di sinistra (Charlie Chaplin su tutti).
Nonostante questo, in nome delle supreme ragioni geopolitiche, gli USA volevano a tutti i costi – al pari delle altre forze della NATO – dare appoggio alla Jugoslavia comunista in ottica antisovietica.
Ma non potevano, visto il maccartismo così spudoratamente e orgogliosamente esibito dalla linea governativa del tempo, sporcarsi le mani intervendo in prima persona. Per questo a trattare coi comunisti “mandarono avanti” la Gran Bretagna, di modo da poter scaricare su di essa qualsiasi responsabilità e qualsiasi cosa fosse eventualmente andata storta.

La seconda domanda, sempre testualmente: “Visto che, come dice giustamente lei, la resistenza non è stata una organizzazione comunista, perché allora oggi quando si pensa a un partigiano lo si immagina sempre con la bandiera rossa e la falce e il martello?”

La domanda è ben più ampia e complicata della prima.
Provo lo stesso a sintetizzare nella maniera più intelligente ed esauriente possibile.
Senza entrare in annose questioni che ci porterebbero troppo lontano (l’Italia l’hanno liberata gli angloamericani o i partigiani?), mi limito a dire: ciò che è innegabile è che il contributo della Resistenza, nella lotta al nazifascismo, in Italia come altrove, è stato determinante.
Era, la Resistenza, la composizione del CLN, assai variegata, racchiudendo forze non solo diverse, ma anche antitetiche: comunisti, socialisti, anarchici, cattolici, cristiano democratici, repubblicani, liberali, azionisti, socialdemocratici, monarchici (le brigate comuniste e socialiste furono senz’altro più numerose, ma non perché fossero più brave: semplicemente, per ovvie ragioni ideologiche, intercettavano strati più ampi delle masse popolari). Tutti uniti da un solo e unico principio: l’antifascismo. E tutte le forze contribuirono, dal punto di vista strategico, logistico e risolutivo, in egual misura.
Sconfitto il fascismo però, venne meno il collante che aveva tenuto insieme forze così diverse. Esse trovarono una sintesi grandiosa – esaltante, direi – nei principi fondamentali della Costituzione, ma poi, terminato il periodo costituente e venuto il momento di passare al governo effettivo, emersero – con violenza – tutte le differenze ideologiche, morali, economiche e via dicendo.
Differenze che trovarono un riflesso anche nelle modalità di “gestione” della memoria della Resistenza.
Da un lato la Democrazia Cristiana e gli altri partiti di governo (liberali e repubblicani in primis, successivamente anche socialisti e socialdemocratici), che in virtù dell’alleanza appena siglata con gli USA e con la NATO, nell’ottica del piano Marshall necessario alla ripartenza economica e alla ricostruzione postbellica dell’Italia, ovviamente ridimensionarono il ruolo della Resistenza esaltando viceversa quello degli angloamericani; dall’altro lato il Partito Comunista, principale forza di opposizione, protagonista della Resistenza e ostile alla NATO, che al contrario ridimensionò il ruolo angloamericano esaltando quello partigiano.
Non solo. Nell’ottica dei partigiani democristiani, liberali e repubblicani, la guerra di liberazione poté dirsi assolutamente conclusa con la sconfitta del nazifascismo. Per i comunisti e – almeno fino a un certo punto – per i socialisti, no: essa non era che il primo atto di una più lunga guerra rivoluzionaria che avrebbe dovuto instaurare un governo socialista, libero dal classismo e dal capitalismo, e che quindi di conseguenza videro l’ingerenza americana come una nuova dittatura.
Tutto questo ebbe come conseguenza che a occuparsi della memoria della resistenza e della guerra partigiana, negli anni, furono quasi esclusivamente i comunisti, finendo loro malgrado per trasferirci un’immagine tutta comunista di quegli eventi.

Spero di aver chiarito i dubbi del mio attento lettore e magari di qualcuno di voi.
Restando a disposizione per altre domande e altre costruttive discussioni, vi saluto con affetto,

Riccardo Lestini

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