La scuola non sarà più uno stipendificio

scrive “l’Unità”, la storica testata tornata in edicola per fare – a quanto sembra – il più spudorato e sfacciato ufficio stampa del Governo e del Premier Renzi. Niente di strano, ogni Premier ha – purtroppo – avuto il suo ufficio stampa clamorosamente fazioso e alieno all’oggettività più elementare (certo, vedere tutto questo in un giornale che porta la dicitura “fondato da Antonio Gramsci” mi provoca eruzioni cutanee guaribili in 40 giorni, ma lasciamo stare).
Tuttavia, ciò non mi impedisce di rispondere a un articolo – per me ignobile – apparso proprio in questi giorni nel suddetto giornale.
Secondo l’articolo, grazie alla riforma “La Buona Scuola”, finalmente la scuola italiana “non sarà più uno stipendificio”. Siccome non sono avvezzo a fermarmi ai titoli a effetto, ma ho il vizio di leggere anche cosa c’è scritto sotto, vediamo un po’ questo pezzo punto per punto.

L’incipit:

“Mentre tutto intorno il mondo corre, la scuola italiana era ancora ferma al palo, e acuiva in modo abnorme la differenza di preparazione tra i nostri giovani e i giovani europei.
Uno scenario che fino a qualche anno fa poteva anche non preoccupare, oggi è sempre più allarmante. Oggi gli scenari sono globali e le giovani generazioni si trovano a competere su scala internazionale con paesi e popoli che investono di più e meglio in formazione di ogni livello.”

Fino a qui, il discorso potrebbe pure filare.
Tranne per il fatto che più che un deficit di “preparazione” il problema della scuola italiana è stato – specie negli ultimi anni – di natura “strutturale”, vale a dire mancanza di laboratori, di attrezzature, di progetti seri per ampliare il percorso puramente scolastico, di progetti concreti per l’inserimento nel mondo del lavoro in sintonia con gli studi effettuati, di mancanza di strutture sociali in appoggio alla scuola che potessero frenare il dramma della dispersione scolastica.
E tranne soprattutto per il fatto che non è “oggi sempre più allarmante”. Era allarmante anche anni fa, e da anni i docenti denunciano tutto questo.
Strano che nessuno se ne sia accorto. E strano che nessuno, in questo anno di “ristrutturazione” così zelante della scuola, li abbia voluti ascoltare.
Ma proseguiamo nella lettura:

“La riforma voluta da Renzi e approvata in via definitiva era, dunque, fondamentale.”

Certo, una riforma era necessaria. Lo sappiamo da soli. C’è da capire però se fosse necessaria una riforma “a tutti i costi” o una riforma che risolvesse davvero i problemi di cui sopra.
Continuiamo:

“Così come positivi sono alcuni dei suoi punti fermi: investire di più e meglio in istruzione,”

“Investire di più e meglio in istruzione” è uno slogan che somiglia molto a “meno tasse per tutti”. Nel senso: quale pazzo potrebbe non condividerlo? Il problema è spiegare cosa esattamente si intende per “investimento nell’istruzione”. Dove vanno i soldi che il Governo ha deciso di investire nell’istruzione?
Nei nuovi 100mila contratti a tempo indeterminato, fatti non per una reale politica di investimento sulla figura del docente e per una lotta al precariato, ma solo ed esclusivamente per mettersi in regola con le normative europee.
Nell’organico funzionale e del potenziamento, cioè quell’organico di cui ogni istituto potrà dotarsi autonomamente per garantire docenti di ruolo anche nelle attività extrascolastiche (corsi pomeridiani, corsi di recupero, supplenze brevi… ). Ma si tratta di una bufala: primo, i docenti non vengono assunti per la loro effettiva qualifica e per la loro effettiva competenza, ma esclusivamente per tappare buchi, buchi che saranno successivamente e gradualmente eliminati nel corso degli anni, quando i pensionamenti fisiologici e la diminuzione delle assunzioni (già iniziata con l’esclusione dalla possibilità di lavorare in futuro di decine di migliaia di docenti qualificati) consentiranno il riassorbimento dei docenti “di potenziamento” negli organici ordinari. E tanti saluti all’organico di potenziamento su cui “tanto si investe”.
Nella “card” del professore, ovvero 500 euro l’anno a disposizione del docente da spendere in attività culturali, libri e corsi di aggiornamento. Altra bufala, visto che si tratta esclusivamente di una tessera ricaricabile da spendere presso istituzioni convenzionate e accuratamente scelte e di cui, soprattutto, si fatica a vederne l’utilità, visto che già attualmente i docenti NON pagano i libri di testo, NON pagano i corsi di aggiornamento e in quasi tutti i musei godono di sostanziali riduzioni nei biglietti di ingresso. Sorge quasi il sospetto che la “card” altro non sia che un tentativo di mascherare l’ennesimo mancato rinnovo dei contratti nazionali, fermi da tempo immemore.
E i soldi per le carenze strutturali?
I soldi per i laboratori? Per le LIM dove proiettare SLIDE tanto care al Premier? Per i Computer? Per gli stages aziendali degni di questo nome dove mandare i ragazzi? Per l’alternanza scuola/lavoro? Per contrastare la dispersione scolastica? Per aumentare il numero delle classi e porre fine allo scandalo di sezioni con 25/30 alunni per classe?
Dove sono questi soldi?
Dove si investirebbe “meglio e di più”?
Continuiamo:

“usare la scuola privata come elemento per aumentare la competitività del sistema”

Vogliamo davvero la competitività? Davvero istituti in competizione tra di loro andrebbero a migliorare il sistema? Non sarebbe meglio lasciar stare la competizione e puntare tutto sulla competenza?
Anche perché la Scuola Pubblica è questo che chiede: competenza e non competizione. Parlare di competitività nel sistema della Scuola Pubblica significa distruggerne l’essenza e, opinione mia, il principale punto di forza. La Scuola Pubblica è un’istituzione da difendere ad ogni costo perché garantisce a TUTTI I CITTADINI le stesse identiche possibilità di istruzione e apprendimento, cercando in tutti i modi di rimuovere gli ostacoli sociali ed economici dei singoli.
Quando il Governo parla di competitività, intende la creazione di istituti di serie A destinati ai più abbienti e a quelle famiglie già “strutturate” con figli già “scolarizzati” che riescono, in nome dell’istruzione dei figli, a fare dei grandissimi sacrifici, e istituti di serie B destinati ai meno abbienti, ai ragazzi non scolarizzati ai quali, di conseguenza, sarà tolto il diritto a un’istruzione uguale agli altri. In sostanza, come ammoniva don Milani quasi cinquant’anni fa, una scuola che funionerà solo con chi non ne ha bisogno, “un ospedale che cura i sani e respinge i malati”.
Ma anche mettendo da parte la contrareità all’ingresso dei fondi privati nella scuola pubblica e l’ostilità congenita all’esistenza della scuola privata, il provvedimento fa ugualmente acqua da tutte le parti.
Non siamo in un paese anglosassone, dove istruzione privata è sinonimo di “eccellenza”. Siamo nel sistema italiano dove scuola privata significa DIPLOMIFICIO, di versamento di denaro in cambio di promozioni, di istituti organizzati in reti ai limiti della legalità che aggirando abilmente ogni normativa riescono a garantire promozioni e diplomi senza studio, senza frequenza, senza niente, semplicemente staccando un assegno.
E questi sarebbero gli istituti che andranno a garantire la competitività del sistema??
Andiamo avanti:

“rafforzare responsabilità e posizioni dei dirigenti scolastici, consentire, finalmente, una piena attuazione dell’autonomia”

In che modo?
I dirigenti scolastici, se non ve ne siete accorti, godono già di ampi poteri e, soprattutto, sulle loro spalle gravano già ENORMI responsabilità.
Se questo “potenziamento” della loro posizione è da intendersi come la trasformazione della figura del preside in quella del manager e, di conseguenza, della scuola in azienda, vi ricordo che nessun dirigente attuale è un manager, non ne ha né la formazione né le competenze. Quindi? Stiamo dando in mano automobili a chi non ha la patente?
Se per “potenziamento” intendiamo invece la tanto discussa “chiamata diretta”, una sola riflessione in merito: dando per scontata l’onestà dei presidi e il loro rifiuto di qualunque nepotismo, la chiamata diretta va a distruggere il sistema delle nomine per graduatoria che, per quanto lento e farraginoso, era l’unico che assicurava trasparenza e meritocrazia al 100%.
Avanti:

“assumere centomila docenti, valutandone il merito”.

No, 100mila docenti non vengono assunti. Lavorano da precari in media da 8/15 anni. Vengono stabilizzati, è diverso.
E la valutazione del merito? Siate onesti e smettetela con questa storia: i docenti, nella loro stragrande maggioranza, soprattutto quelli che hanno scioperato e che avete attaccato e offeso in ogni modo, non hanno alcun problema a essere valutati.
Mi dispiace, ma non temiamo la valutazione. Venite pure, accomodatevi. Quasi quasi non aspetto altro.
Il problema è sempre lo stesso: come? Cosa c’è di logico in un comitato interno, formato dagli stessi docenti della scuola e presieduto dal preside, che valuta i suoi stessi colleghi? A che serve un istituto che valuta se stesso? Tra l’altro è un meccanismo già esistente, se non lo sapete: nel primo anno di ruolo, a fine anno, ogni docente viene valutato da un comitato di valutazione interno alla scuola e presieduto dal preside.
Quindi, sorge il sospetto che per voi autonomia sia sinonimo di “sgravarvi dalle VOSTRE responsabilità demandando ogni cosa ai singoli istituti”
Avanti:

“Era ora”

Di cosa era ora? Era ora di liberarsi di un sistema così ingombrante e libero come la scuola pubblica?
Ma andiamo avanti, perché ora arriva la parte degli insulti:

“Nessuno, da oggi, potrà rifuggire alle proprie responsabilità”

Meno male la Buona Scuola allora, perché noi da ieri non sapevamo nemmeno cosa fossero le nostre responsabilità…
Ma state scherzando? A noi venite a parlare di responsabilità? A noi?
A noi che contemporaneamente viene richiesto di essere competenti nella materia, inflessibili e comprensivi, di sostituirci agli psicologi, agli assistenti sociali, agli zii, ai genitori, di insegnare ma al tempo stesso di divertire, di essere informali ma di non sconfinare, di fare didattica innovativa senza mezzi, di essere severi ma buoni, di combattere contro internet, i telefonini, la televisione, di accompagnare sessanta ragazzi all’estero, di sorvegliarli tutti contemporaneamente assumendoci tutte le responsabilità del caso, di sopperire alle loro carenze, di salvarli da situazioni sociali a rischio, di fronteggiare l’assenza delle famiglie, l’assenza dei libri nelle loro case, di essere passibili di denuncia ogni minuto di servizio… a noi venite a parlare di responsabilità?
Peccato. Questa era una immensa occasione di starvene zitti.
Ancora:

“il sistema mette al centro la qualità della formazione, quindi, lo studente e la scuola, un comparto pubblico fondamentale che forma le giovani generazioni, non sarà più uno stipendificio.”

Ci vuole un grande… coraggio (per non dire di peggio), a chiamare STIPENDIFICIO un sistema lavorativo il cui accesso è stato subordinato a UNA SCUOLA DI ABILITAZIONE POST LAUREAM estremamente ONEROSA, della durata da 1 a 2 anni, e la cui stabilizzazione avviene dopo un periodo di precariato che va dai 5 ai 20 anni, con tutto ciò che ne consegue (ferie non pagate, ecc… ).
Concludiamo:

“Renzi l’aveva detto fin da subito: “La forza di un paese e le prospettive del proprio futuro passano anche dalla qualità della scuola“. A questo punto, il passo è fatto. Sta agli operatori e agli utenti, adesso, sfruttare le opportunità di una riforma per rendere la macchina veloce e in grado di stare al passo con i tempi. L’Italia non può permettersi di perdere altro tempo.”

Chiaro, sta a noi.
Nel senso: sta a noi, come al solito, lavorare nelle peggiori condizioni possibili e, fare i salti mortali per rendere minimamente accettabile il percorso scolastico dei nostri allievi.
E ovviamente sta a noi assumerci le responsabilità di qualsiasi manchevolezza dell’intero sistema.
Grazie di tutto,

RL

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