Adesso vi racconto la storia più importante della mia vita

Sono sempre stato innamorato pazzo degli elenchi, delle tabelle, delle cronologie.
Di qualsiasi cosa. Posso passare ore e ore a elencare mentalmente, che so, tutte le capitali europee che ho visitato nella vita, le date di tutte le volte che sono stato a San Siro, tutte le marche di sigarette che ho fumato, tutti i numeri di telefono che ho cambiato. E così via, all’infinito.
E mi piace essere preciso in questi elenchi, preciso in maniera preoccupante.
C’è un solo dato, a tutt’oggi, che sfugge, e continua a sfuggire, alla mia ansia di precisione, a questa smania assurda di ordinare in tabelle la mia vita passata: il numero di libri che ho letto. È un conto che provo e riprovo a fare da tempo, ma riesco soltanto a essere approssimativo. Molto approssimativo.
So per certo di aver letto più di quattromila libri. Ma di preciso no, non lo so. E non lo saprò mai.
In ogni caso quattromila libri sono tanti. Forse tantissimi. E non è un motivo di vanto, avrei potuto sicuramente impiegare il mio tempo in maniera migliore, avrei potuto spendere quel numero incalcolabile di ore della mia vita in attività più produttive per me stesso e forse pure per gli altri, ma ciò non toglie che quattromila è una cifra assurda, spaventosa, ciclopica.
Ho letto di tutto, ovviamente. Romanzi, raccolte di racconti, raccolte di poesie, antologie e manuali scolastici, saggi di letteratura, testi teatrali, sceneggiature, saggi storici, politici, testi sacri, libelli di propaganda, testi di zoologia, alchimia, matematica, filosofia, aforismi zen, codici legislativi, costituzioni, enciclopedie, manoscritti, raccolte di barzellette, volumi illustrati, guide per smettere di fumare, ricettari.
E, altrettanto ovviamente, sono un lettore avido, bulimico e rapidissimo. Eppure non mi è mai capitato di leggere un libro di 500 pagine in un giorno. O meglio, di iniziare un libro di 500 pagine e leggerlo tutto di fila, dall’inizio alla fine, senza fermarmi un attimo. O meglio ancora: senza riuscire a fermarmi un attimo.
Non mi è mai capitato, almeno fino all’altro ieri. L’altro ieri è successo, è successo che ho letto un libro di 500 pagine dall’inizio alla fine, in un giorno, senza fermarmi un attimo.
Il libro in questione – a molti di voi sembrerà assurdo – è “Open”, vale a dire la biografia del tennista americano André Agassi, edizioni Einaudi Stile Libero, anno di pubblicazione 2011 di Nostro Signore.

Di questo libro, da quattro anni a questa parte, me ne aveva parlato bene chiunque. Dagli inattendibili agli attendibilissimi, dagli insospettabili ai sospettabilissimi. Inoltre: fiumi di recensioni entusiaste pressoché ovunque. In molti si erano adoprati a consigliarmelo anche con insistenza. Niente da fare: mi sono sempre rifiutato di leggerlo. Di più: mi sono sempre rifiutato anche solo di prenderlo in mano, leggere la quarta di copertina, dargli una sfogliata distratta.
Il motivo è molto semplice: nonostante io venga dal quartiere più popolare e popoloso di un minuscolo paese d’ultraprovincia, nonostante per genetica mi senta sempre e comunque più a mio agio al bar o alla sagra del tortello mugellano piuttosto che a un simposio letterario, anni di feroce intellettualismo, di letteratura militante e via dicendo, nonché i quattromila libri di cui sopra, qualche seme malato dentro di me l’hanno pur piantato. Tradotto: spesso sono anch’io un intellettuale snob del cazzo affogato in miasmi atroci di puzza sotto il naso ed elitarismo estremo.
Perciò mi dicevo: André Agassi? Ma chi ci crede? Stiamo scherzando? È un tennista per la madonna, un ten-nis-ta!! Vorreste farmi credere che ha scritto un capolavoro? Ma dai, siamo seri: è la solita trovata pubblicitaria del cazzo, il solito fenomeno di marketing del momento per prendere per il culo il mondo. Quelle cinquecento pagine sono piene di merda e luoghi comuni, lo so senza bisogno di leggerlo. Per cui, grazie tante del consiglio, ma mi rifiuto. Categoricamente. Arrivederci. Anzi, addio.

Poi l’altro giorno succede che devo andare alla presentazione di un libro. Voglio anche, ma soprattutto devo andare. Perché ho un’iniziativa da fare assieme all’autore del libro in questione, quindi ci dobbiamo incontrare prima della presentazione, discutere, accordarci, forse pure fissare una cena dopo la presentazione.
Poi succede che vado, incontro l’autore, ci discuto, mi ci accordo, non ci fisso la cena. Non abbiamo altro da dirci, al di là dell’iniziativa da organizzare non abbiamo niente in comune, non ci piacciamo ed è cordialmente evidente. Però alla presentazione resto, per cortesia ed educazione. Sono pur sempre il figlio di mia madre.
Succede che, ovviamente, date le premesse, la presentazione è di una noia irritante, il mio futuro collega e compagno d’iniziativa è irritante e io pesto i piedi fino a che la tortura non è dichiarata conclusa. Sgattaiolo via rapidamente, ma sono così pieno di nervoso addosso che non riesco ad andarmene dalla libreria. Ho bisogno di restare lì, perché mi ci vuole proprio un bel libro, un libro nuovo da comprare. Come per molti lo shopping, per me i libri hanno lo stesso effetto terapeutico. Così succede. Succede che m’imbatto ancora una volta nel faccione pelato di André Agassi e stavolta, non so perché (anzi, lo so: il nervoso per lo scrittore fasullo appena conosciuto e per la presentazione ancora più fasulla mi hanno spogliato del mio snobismo del cazzo), lo prendo in mano, lo volto e leggo la quarta di copertina. C’è scritto: “odio il tennis con tutto me stesso”. È riportato anche il paragrafo successivo, ma mi basta questa scritta. Lo compro. Venti euro. So già che ne spenderei anche centocinquanta. Quella frase mi ha messo addosso un’euforia tragica ed eroica: so di avere fisicamente bisogno di quel libro.

E allora va così. Va che comincio a leggerlo. E non mi fermo più.
E alla fine concludo: è davvero un capolavoro. Splendido, tragico, intenso. Commovente.
Ma non ho alcuna intenzione di farvi la recensione: ne trovate centinaia ovunque, qui in rete. Posso dirvi solo questo: quelle recensioni entusiaste che gridano al capolavoro hanno ragione. Credeteci, e leggetelo.

Io però non ho letto quel libro dall’inizio alla fine senza fermarmi semplicemente perché è bello, semplicemente perché è un sorprendente capolavoro, splendido, intenso e via dicendo. Vi ricordo i quattromila libri: ne ho letti centinaia e centinaia di migliori, più splendidi, più intensi e via dicendo.
Il fatto è che quel libro, come dire, mi riguarda. È strano, lo so. Come può l’autobiografia di uno dei più grandi tennisti di tutti i tempi, di uno dei più grandi atleti di tutti i tempi, medaglia d’oro olimpica, otto slam e chi più ne ha più metta, riguardare me, intellettuale e scribacchino sepolto da secoli tra carte e inchiostro?
È che le persone non si somgilano in superficie. Si somigliano in profondità. In estrema profondità.
E io nella storia di questo uomo-ragazzo che ha giocato oltre mille incontri professionisti, che ha dedicato tutta la vita al tennis, che è stato il numero uno assoluto, che teneva la racchetta come il prolungamento del braccio, che però il tennis lo odia con tutto se stesso perché la vita lo ha costretto al tennis, perché era così bravo che non poteva fare altro, che il mondo intero non voleva facesse altro, perché era così bravo da essere ossessionato dall’ansia di perfezione, perché la perfezione è un’utopia e una galera al tempo stesso, perché quando devi essere perfetto sei solo più di chiunque altro al mondo, perché quando odi la tua più grande passione non puoi proprio smettere di praticarla… ecco, in tutto questo, ci ho ritrovato molto, moltissimo di me.

Ecco. Allora adesso posso dirlo.
IO ODIO LA SCRITTURA CON TUTTO ME STESSO.
IO ODIO I LIBRI CON TUTTO ME STESSO.
IO ODIO ANCHE L’INSEGNAMENTO CON TUTTO ME STESSO.

Sì, avrei voluto fare altro. Avrei voluto essere altro. Non chiedetemi cosa. Non ho avuto modo di pensarci, non sono riuscito a pensarci. Sono rimasto ingabbiato.
Ero un bambino curioso di milioni, miliardi di cose. Vivace, curioso, avventuroso. Mi piaceva il calcio, mi piacevano gli animali. Ecco sì, questo lo ricordo: avrei voluto fare il veterinario, a sette anni. Mi piaceva anche il mare, e non mi sarebbe dispiaciuto passare la vita sulle navi.
Però c’erano i libri. I libri e la mia fantasia sfrenata, incontrollabile. Mi regalavano libri di navi, libri di animali: a sette anni li leggevo nel tempo di una merenda, li riassumevo, li raccontavo, li recitavo a memoria, assimilando quintali di termini, quintali di linguaggi e lasciando tutti a bocca aperta.
La maestra era impressionata dai temi che scrivevo. Gli amici mi chiamavano per giocare a pallone però non aspettavano altro che io gli raccontassi storie, le storie incredibili che avevo letto nei libri oppure quelle che ero capace di inventare. Pendevano dalle mie labbra e da me non volevano altro.
Io ci ho provato a liberarmi, ma non c’è stato niente da fare. A scuola, al liceo, ho provato a distruggere tutto questo, a fare il pazzo, a comportarmi da pazzo, a fare in modo che mi sbattessero fuori dal liceo, che mi eliminassero fisicamente dal mondo dei libri. Non è servito a nulla: punivano la mia disciplina, ma i miei voti restavano altissimi. Quando ho scelto di iscrivermi alla Facoltà di Lettere non c’è stato nemmeno bisogno che qualcuno mi spingesse a farlo: mi sono spinto da solo, inevitabilmente, perché ormai avevo capito, non potevo fare altro e non avrei mai potuto fare altro. E quando non leggevo, non scrivevo, non studiavo, c’era sempre qualcuno che mi chiamava per aiutarlo a preparare qualche esame, per spiegargli qualche cosa, per rivedere un capitolo della tesi o il paragrafo di una relazione.
Perché era quello che dovevo fare: scrivere, leggere, insegnare.

Non so fare altro e non mi è mai stato possibile fare altro. Come potrei non ODIARE CON TUTTO ME STESSO tutte queste cose?
Le odio e non so smettere.
Le odio e non so vivere senza.
Le odio e non è possibile né voglio tornare indietro.
Odio le mie più grandi passioni e i miei più grandi talenti perché spesso mi condannano all’inferno.
Da quando sono bambino chiunque mi circondi mi ha sempre detto quanto sia bravo a scrivere, a leggere, a parlare, a raccontare e a insegnare, che vivo nell’ossessione perpetua di una perfezione che non esiste. Nell’inferno di una scontentezza continua. Di un’insoddisfazione eterna.
Quando scrivo sono spesso teso, tesissimo. Non mi basta scrivere. Non mi basta scrivere bene. Non mi basta scrivere un bel racconto, una bella poesia, un bel romanzo. Voglio di più. Sempre di più. Mi torturo sulle virgole, su ogni singola parola, e per portare a termine un qualsiasi lavoro impiego tempi biblici, infiniti. E anche quando ho finito non sono mai contento. Se scrivo al 100% vorrei poter scrivere al 150%. E se lo faccio al 150% voglio arrivare al 200%.
Non sono libero, non sono sereno. Non sono sciolto, non lascio correre liberamente la penna e mi ingolfo, mi blocco di continuo ottenendo l’effetto contrario della perfezione: il disastro. Qualche settimana fa il mio vecchio editore me lo ha anche detto: hai scritto tre libri, ma ne avresti potuti scrivere almeno il doppio, e a quest’ora viaggeresti già sulle 30mila copie. Attento, o rischi di rimanere nella nicchia a vita. E di buttare a merda tutto il tuo talento.
Quando insegno è la stessa cosa. Non mi basta fare bene, voglio fare benissimo. Ogni giorno chiedo più a me stesso, ogni giorno mi torturo pensando a come avrei potuto fare di più, essere migliore, dare di più ai miei studenti.

Tutto questo ho trovato in quel libro snobbato così a lungo.
Tutto questo e anche altro. Per esempio mi sono ricordato di come da piccolo mi piaceva anche il tennis. Mi piaceva da morire. Una passione che mi aveva travasato mio padre, che quando giocava era fortissimo e pazzo, e serviva la seconda con la stessa potenza della prima, senza preoccuparsi delle conseguenze. E mi sono ricordato di come tifassi proprio per Agassi, di come quando mio padre mi comprò la prima racchetta pretesi la Prince perché ce l’aveva Agassi, e di come quando mi mandò a fare un corso di tennis con un tizio di Perugia che era stato classificato ATP mi feci fare dalla mamma dei pantaloncini di jeans, perché li portava Agassi. E di come guardavo le partite insieme a mio padre, quando ancora non c’era la pay tv e il tennis lo mandava in chiaro la Rai.
Così quelle pagine mi hanno ridato pure un pezzo di adolescenza. E di mio padre.

Ma soprattutto mi hanno ricordato come una vita del genere, nell’odio profondo per ciò che più si ama, sia fatta di infiniti baratri. E di come nel baratro ci sia già finito un’infinità di volte.
E mi hanno ricordato che c’è sempre il modo di risalire, di riuscire a gettare il cuore al di là dell’ostacolo e ritrovare quella scioltezza perduta e dimenticarsi l’obbligo di essere perfetti.
Che c’è sempre il modo di essere felici. E leggeri.
Così adesso chiudo questa storia. La chiudo qui.
Vado a scrivere cercando di essere sereno.
E con quella serenità felice che spero di ritrovare, finire finalmente quel libro maledetto che torturo e trascino da mesi, nell’ossessione della perfezione.
Magari stasera ci riesco.
E magari sarò pure soddisfatto.
Così soddisfatto, che magari ne inizio subito un altro.

 

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