Zona Grigia – una storia italiana (breve saggio sul potere)

L’Italia non si salverà. E nemmeno affonderà.
Sopravviverà, si barcamenerà, si arrangerà, come sempre, come ogni giorno da centocinquanta anni a oggi.
Sopravviverà, Renzi o non Renzi, Berlusconi o non Berlusconi. O chi per loro.
Perché in Italia non c’è mai stato un governo nel senso pieno del termine, un governo cioè che potesse autonomamente decidere, autonomamente cambiare, autonomamente fare cose giuste e autonomamente sbagliare. Mai stato. L’Italia da centocinquanta anni è governata da una invisibile “zona grigia”, un occulto e mellifluo esercito di nessuno posti non all’interno, ma “tra” le linee dei palazzi, tra le linee dei partiti, tra le linee dei governi, immortali e imprendibili Talleyrand che hanno appoggiato, favorito e indirizzato indistintamente la destra, il centro, la sinistra, il terrorismo, la criminalità organizzata, i servizi segreti, la strategia stragista, il giustizialismo, il garantismo.
Quella zona grigia che da centocinquanta ci identifica, ci protegge, ci determina, ci sporca e ci monda.
Quella zona grigia che da centocinquanta anni è la nostra unica padrona, il nostro unico governo.
Quella zona grigia che da centocinquanta anni si erge impassibile al di sopra di qualsiasi potere. E di qualsiasi sospetto.
L’Italia, si dice spesso e specialmente da sinistra, è un paese di destra. Sbagliato. L’Italia non è un paese di destra: non c’è mai stata infatti, né mai ci sarà, una destra vera, seria, liberale e liberista, alla Chirac per intenderci. L’Italia non è un paese di destra e non è nemmeno un paese di sinistra. È un paese tragicamente privo di radici ideologiche, un paese di carnevaleschi caciaroni che non sanno, e soprattutto non vogliono, pensare, ostili e allergici a qualsiasi forma elaborata di pensiero, ostili e allergici alla vita e innamorati della sopravvivenza alla bell’e meglio.
Per questo gli italiani detestano sobrietà e semplicità, pregi immensi, e idolatrano la semplificazione, assoluto sinonimo di superficialità. E sempre per questo, soprattutto per questo, gli italiani detestano ideali e ideologie. Le ideologie sono semplicemente complicate, presuppongono profondità di analisi, ampio respiro e larghezza di vedute: l’esatto contrario, in sintesi, della semplificazione.
Un paese di destra, si dice. Ma in Italia, ripeto, un’ideologia vera di destra non c’è mai stata. C’è stata, viceversa, una ideologia di sinistra. Una grande ideologia di sinistra, aggiungo, o meglio grandi ideologie di sinistra (comunista, socialista, gramsciana, crociana e via dicendo). Ideologie che, sistematicamente, hanno sempre perso. Sempre a un passo dalla vittoria e poi sempre sconfitte. Non perché l’Italia fosse, o sia, un paese di destra, ma perché era, ed è, un paese in guerra con i grandi ideali. La sinistra degli ideali non è mai riuscita, né ha mai voluto, semplificare: ha spaccato il capello, ha ribadito, ha cavillato, ha puntualizzato, ha marcato le differenze più sottili, si è continuamente scissa e divisa – benché spesso in maniera suicida – proprio in nome della fedeltà alla complicata semplicità degli ideali. Ha discusso, ha fatto a botte con gli altri e con se stessa, e gli italiani, la maggioranza degli italiani, non l’ha mai accolta né tanto meno votata.
Un’ideologia di vera destra invece, non poteva esserci, soprattutto nel quarantennio della Prima Repubblica. Perché tutto ciò che è di destra, in Italia, è stato fagocitato dall’immagine del Fascismo e di Mussolini. Eppure né il Fascismo né Mussolini erano realmente di destra. Cosa c’entra Mussolini, cosa c’entra il Fascismo con la cultura liberale e liberista della destra storica, della destra anglosassone, della destra francese? Nulla. I fascisti si “accaparrarono” la destra per semplificazione appunto: essendo contro la sinistra, dovevano per forza essere di destra. Essendo estremamente contro la sinistra, dovevano per forza rappresentare l’estrema destra. In realtà non erano niente. In realtà erano un movimento grottesco e ridicolo di trucidi picchiatori di periferia, puttanieri e incolti, amanti delle pacche sul culo alle donne sottomesesse e delle risse, un impasto trito e spiccio di machismo e populismo, patriottismo da due soldi e manganellate nei coglioni. Nient’altro. Ridicoli, grotteschi e impresentabili: nei modi, nei gesti, nelle parole, nelle divise.
Per questo durarono vent’anni. Perché erano simpaticamente e tragicamente italiani. Perché erano professionisti della semplificazione più spietata. Perché non avevano ideali. Perché, soprattutto, non erano niente di serio. Gli italiani voltarono le spalle al Duce proprio quando iniziò a prendersi sul serio e a fare sul serio, quando iniziò a sognare con Hitler un Nuovo Ordine Mondiale e, ovviamente, a rendere tutto più complicato.
Ed è a questa pericolante, raffazzonata e pure incrollabile mistura di impresentabilità, arroganza, sporcizia, fracasso, smargiassaggine e totale assenza di serietà che, da sempre, l’Italia deve la sua sopravvivenza e il suo equilibrio. Il suo posto con se stessa e con il mondo.
Per mantenerlo sono state fatte, letteralmente, carte false. A mantenerlo ci ha sempre pensato, appunto, l’invisibile zona grigia, il regno del mai esposto, del mai detto, del traffico strisciante e silenzioso. Il regno del potere.
Il luogo dove è stato possibile, da sempre, cambiare sempre tutto affinché non cambiasse mai niente.
Risorgimento è una parola che sin dai tempi della scuola impariamo ad associare a termini nobili e altisonanti come eroismo e patriottismo. Una parola che impariamo a usare come sinonimo di Unità d’Italia. Balle. Il Risorgimento “eroico”, il Risorgimento cioè in quanto movimento di persone e ideali, non è mai esistito. O meglio, è esistito, ma ha fallito, è stato sconfitto, fatto a pezzi. Finché il Risorgimento è stato tirato avanti dagli ideali, ne è uscito sistematicamente con le ossa rotte: i moti della carboneria lombarda, i moti mazziniani, le barricate milanese, romane e veneziane della prima guerra d’Indipendenza. Tutti bagni di sangue, tutte spaventose e tragiche sconfitte.
L’Unità d’Italia non l’ha fatta Mazzini né la sua Giovine Italia, non l’hanno fatta i carbonari, non l’hanno fatta i neoguelfi di Gioberti né i federalisti di Cattaneo. L’Unità d’Italia è stata fatta quando la Zona Grigia (iniziamo a usare le maiuscole) ha ritenuto conveniente farla, quando sull’idealistico progetto si sono potuti spazzare via tutti gli ideali di partenza, quando è stato possibile far convergere sull’operazione interessi plurimi, da quelli dei Savoia a quelli dei francesi passando per quelli della massoneria. Quando è stato possibile apparecchiare una gigantesca scacchiera sapientemente mossa e riequilibrata dalle stanze della Zona Grigia.
Quella stessa Zona Grigia che ha saputo costruire un’agiografia nazional-popolare di un’inesistente Unità d’Italia come impresa “dal basso”, inventando un eroe, Garibaldi, all’apparenza gigantesco, ma ai fini del risultato inutile e sapientemente manovrato. Quella stessa Zona Grigia che ha trasformato in impresa eroica le torture, le sevizie e i genocidi compiuti dall’esercito piemontese nel sud Italia, quella stessa Zona Grigia che ha trasformato la pianficata trasformazione del sud a “pattumiera nazionale” in “problema strutturale di insanabile dislivello preesistente”.
Anche l’avvento del Fascismo rientra in tutto questo. Il silenzio/assenso con cui è avvenuto il “colpo di Stato” della Marcia su Roma, il benestare del Re, altro non erano che il via libero concesso dalle stanze immortali della Zona Grigia. In pieno caos post bellico, in piena ondata da Biennio Rosso, con il conclamato “collasso da logoramento e avaria” di quel sistema liberale ed elitario che aveva garantito la sopravvivenza del paese nei decenni precedenti, l’Italia rischiava il crollo e il tracollo. Crollo e tracollo, due termini che nel gergo della Zona Grigia significano cambiamento, cambiamento reale, profondo, totale. Questo non doveva accadere. Gli operai armati avevano occupato le fabbriche, avevano dimostrato di poter mandare avanti la produzione anche senza i padroni, come e meglio di loro. No, non doveva accadere. Gli operai, il popolo, quello stesso popolo cui a inizio secolo la Zona Grigia aveva acconsentito, tramite la politica giolittiana, di concere diritti (e non per ragioni di civiltà e progresso, ma perché indispensabili per garantire la nascita di un’industria competitiva e collocabile nel sistema dell’economia internazionale), adesso andava fermato, rimesso a posto, ricondotto a se stesso. Andava ristabilito l’ordine. Cotti e bolliti i vecchi liberali, serviva un cambiamento. Cambiare tutto affinché non cambiasse nulla. E chi, per farlo, meglio dell’impresentabile, smargiasso, volgare, trucido, tragicamente e simpaticamente italiano Mussolini? Chi, per farlo, meglio di Mussolini il semplificatore?
Tutta la storia d’Italia è stata mossa e determinata dalla logica di convenienza e sopravvivenza dettate e stabilite dalla Zona Grigia.
Quando così, in nome della sopravvivenza e del mantimento del perenne status quo, è stato ritenuto conveniente liberare l’Italia, la Zona Grigia ha rimesso in piedi la Mafia, gli ha permesso di infliltrarsi in ogni dove, di costruire un Impero. Si è alleata con la Mafia per favorire lo sbarco alleato in Sicilia, ha permesso il ritorno di Togliatti e la ricostituzione del Partito Comunista poiché indispensabili nella guerra partigiana e nella stesura della Costituzione, e contemporaneamente schedarli, controllarli e ostacolarli con l’aiuto dei Servizi Segreti Americani, perché la sinistra andava estromessa da ogni incarico governativo, da tutte le stanze dei bottoni. Nell’Italia da ricostruire non c’era bisogno di ideologie, ideali, sogni. C’era bisogno di un nuovo magma di rinnovata conservazione, un nuovo impasto di populismo e nulla, assenza di ideologia e rassicurazione. C’era bisogno del Centro. C’era bisogno della Democrazia Cristana che, diversamente e allo stesso modo dell’elite liberale prima e del fascismo poi, avrebbe saputo essere tutto senza essere niente.
La Zona Grigia. La stessa che in quarant’anni di Prima Repubblica ha garantito ogni possibile equilibrio, in ottica nazionale e in ottica internazionale di Guerra Fredda: il centrismo, l’apertura al centrosinistra con l’ingresso del PSI nelle alleanze di governo, la sistematica estromissione del PCI da quest’ultime, il pentapartito, la connivenza/convivenza tra Stato e Mafia, l’ingerenza statunitense, il continuo aggiramento della Costituzione, l’assenza di laicismo e le concessioni al laicismo, il sistema delle tangenti, il finanziamento illecito ai partiti, la dittatura culturale della Sinistra, la lottizzazione dei canali Rai, l’esistenza di Gladio, i Servizi Segreti deviati, la strategia della tensione, la trasformazione dei movimenti di protesta in sistematica violenza di piazza, il riassorbimento delle eccellenze della generazione ribelle negli apparati dello Stato, gli anni di Piombo, il terrorismo.
Il terrorismo. Aldo Moro doveva morire. Nei giorni più drammatici, cruciali e decisivi della Prima Repubblica, i 55 giorni del sequestro, l’invisibile Zona Grigia ha mostrato tutta la sua melliflua e spaventosa potenza.
Si è detto da più parti, e da più parti si continua a dire, che le Brigate Rosse fossero manovrate da poteri superiori. Falso, falsissimo. Non c’era nessuno dietro le Brigate Rosse, nessun potere occulto, nessun “grande vecchio”, nessuna potente e invisibile infiltrazione. Esse non rappresentavano altro che loro stesse, non agivano in nessun modo se non secondo la loro logica. E le loro autonome decisioni. Le Brigate Rosse non furono manovrate. Furono sfruttate, il che è completamente e radicalmente diverso.
Proprio in quanto non manovrate e non protette, in 55 giorni un’azione reale e massiccia d’intelligence sarebbe per forza arrivata al covo di via Montalcini. Invece no. La Zona Grigia non fece niente, se non rallentare il rallentabile e depistare il depistabile, se non fare in modo che accadesse l’inevitabile.
Aldo Moro doveva morire. Doveva per una pluralità di motivi che portano tutti alla stessa conclusione: era estremamente conveniente che morisse. Anzitutto per la solita, pluriricordata, sopravvivenza dell’immutabile e silenzioso equilibrio di sempre. Il suo progetto di apertura dell’arco governativo al PCI, il progetto del famigerato “compromesso storico” DC/PCI lo avrebbe davvero rotto, quell’equilibrio, fatto saltare in aria, spaccato. Avrebbe davvero, e per la prima volta, aperto scenari autenticamente nuovi. E per questo andava fermato, impedito a tutti i costi. In questo la Zona Grigia trovò nelle Brigate Rosse un alleato inatteso e completamente inconsapevole. Dalla loro i brigatisti credevano sinceramente, con il rapimento e il sequestro, di far saltare lo stato borghese, spaccare la sinistra e riaprire la strada per la rivoluzione comunista. Non avevano capito, e ci sarebbero arrivate solo molto tempo dopo, che non avrebbero fatto altro che ricompattare il fronte della perenne e immutabile conservazione.
In una partita che tutti credevano giocarsi tra lo Stato e le BR, tra Legalità e Terrorismo, a vincere fu solo e soltanto la Zona Grigia. Rallentando e depistando, la Zona Grigia ottenne la posta piena, mettendo tutti con le spalle al muro, lo Stato ingabbiato nella ovvia necessità di difendere le istituzioni e non trattare con i terroristi, le BR ingabbiate nella loro logica rivoluzionaria e di lotta armata e conseguentemente costretti a non retrocedere, e quindi a uccidere Moro, in assenza di trattativa.
Con la morte di Moro la Zona Grigia non solo poté garantire all’Italia la consueta sopravvivenza dell’equilibrio impedendo e congelando qualsiasi ipotesi di reale cambiamento, ma si sbarazzò pure del gruppo armato più numeroso e pericoloso dell’Europa del tempo: con l’uccisione dello statista DC le BR infatti persero di colpo tutto quel sostegno, o “fiancheggiamento”, che un’ampia fetta di società, ci piaccia o no, gli garantiva da anni. E la perdita di quel sostegno, fu l’inizio della loro fine. Facile a questo punto, facilissimo, per la Zona Grigia, nello sdegno generale del post-Moro, far trionfare l’equazione piazze=terrorismo, movimenti di protesta=BR, e decretare la fine dell’onda lunga dei movimenti di piazza, operai, studenteschi ed extraparlamentari.
Quanti pezzi di Stato furono coscientemente conniventi e coscientemente silenziosi in tutto questo, è impossibile dirlo. Di certo ebbero la loro controparte. Nonostante il terribile e funesto “Memoriale Moro”, che basterebbe da solo a far saltare in aria trent’anni di storia repubblicana, lo Stato ha ottenuto che nessuno, nemmeno a posteriori, trattasse il fenomeno BR, né gli anni di piombo in generale, come fenomeno politico, che nessuno lo analizzasse e lo sviscerasse come tale, ma che, viceversa, si relegasse il tutto nella casistica della comune criminalità organizzata.
A far saltare nuovamente l’equilibrio, o almeno a minacciare di farlo, fu il crollo del muro di Berlino. Nel giro di pochissimo tempo, tre anni o poco più, in Italia successe di tutto. La Prima Repubblica si sgretolò sotto il diluvio di Tangentopoli, i vecchi partiti sparirono, la gente comune scese in piazza con il coltello tra i denti, la Mafia – di colpo priva di punti di riferimento – sfidò apertamente lo Stato con una strategia stragista mai vista prima. Per la prima volta, e per quasi due anni, in Italia di fatto non ci fu più una catena di comando.
La sinistra postberlino ed ex comunista, sembrava finalmente destinata a prendere il potere. Per due ordini di considerazioni: 1) il PDS ex PCI uscì di fatto quasi illibato dall’intera inchiesta di Tangentopoli; 2) con il crollo dell’intero pentapartito, DC e PSI in testa, non c’erano più avversari degni di nota. Non dovevano nemmeno fare nulla di particolare per vincere ed entrare dopo quarant’anni nella stanza dei bottoni: con in tasca addirittura il via libero degli USA, occorreva soltanto aspettare le elezioni. E così fu. Nel senso che non fecero proprio niente.
La Zona Grigia sembrava davvero inerme e finalmente con le spalle al muro, perché quella sembrava davvero un’altra Italia. I giudici, le lotte in nome della trasparenza e della legalità, la Mafia fuori dalla catena di comando, gli intoccabili in manette.
Sembrava, ma non lo era. Non era la Zona Grigia con le spalle al muro e non era, quella, un’altra Italia. Come la Fenice, anche la Zona Grigia seppe magicamente risollevarsi dalle proprie ceneri. E lo fece in cinque mosse.
Tangentopoli innanzitutto. L’inchiesta dei PM milanesi si basava sul famoso effetto-domino, vale a dire non concentrarsi sui singoli, ma su un intero “sistema”, su una infinita catena di corruzione che andava a coinvolgere l’intero mondo imprenditoriale e l’intero mondo politico. Un metodo che avrebbe davvero, se fosse continuato, estirpato il male alla radice. La Zona Grigia fece invece in modo, facendo così leva sulla seduzione che esercita sul popolo qualunque forma di sensazionalismo, di far passare l’inchiesta dall’effetto-domino all’effetto “fuochi d’artificio”. Come negli spettacoli pirotecnici, che per dieci minuti si susseguono scoppi di vario genere e poi, negli ultimi minuti, si concentrano tutti i botti più grossi e spettacolari, così che il pubblico si appaga e se ne va a casa contento. L’effetto fuochi d’artificio di Tangentopoli si concentrò così su un solo nome: Bettino Craxi, l’emblema e la sintesi di tutti gli anni Ottanta. Preso Craxi, catturato “il cinghiale”, acconsentito che il popolo si sfogasse su di lui con pioggia di monetine e gettoni telefonici, la pratica Tangentopoli poteva dirsi archiviata. C’era il grande nome, il capro espiatorio, l’uomo di potere a pagare per tutti, c’era lo scoop, la prima pagina, il sensazionalismo. Il popolo poteva mangiare e bere beatamente sul cadavere politico di Craxi, soddisfare la sua rabbia e la sua frustrazione e, il giorno dopo, dimenticarsi di Tangentopoli, dimenticarsi di un sistema di corruzione cui di certo Craxi aveva partecipato, ma che non dipendeva di certo da lui, che interessava al contrario una fetta inimmaginabile di Italia. Perché la Zona Grigia sapeva che gli italiani non volevano estirpare il male, non volevano un altro paese. Gli italiani volevano solo un colpevole da crocifiggere.
L’illusione pidiessina, in secondo luogo. Far sbandierare a qualunque organo di stampa, a qualunque radio o televisione la certezza della vittoria della sinistra, provocò l’effetto voluto, vale a dire immobilizzare i dichiarati futuri vincitori, farli beare in quella sicurezza e depotenziarli di qualsiasi spinta propulsiva.
Terzo, l’iconografia mitologica. Falcone e Borsellino erano stati uccisi brutalmente nei peggiori attentati mafiosi che la storia italiana ricordi. Due morti che provocarono un moto di sdegno irripetuto e, forse, irripetibile. Uno sdegno che giocò di certo un ruolo fondamentale nella generale indignazione degli italiani in tutti gli scandali che esplosero nei mesi successivi. In sostanza la morte tragica di Falcone e Borsellino avrebbe potuto davvero dare il “la” a un moto di reale e concreta presa di coscienza del popolo italiano in nome della legalità e della giustizia. Avrebbe potuto, appunto. Invece la Zona Grigia fece in modo di trasformare i due giudici in due autentici eroi mitologici, avviando un processo di santificazione dei martiri che, ovviamente, ottenne l’effetto contrario della presa di coscienza: li allontanò dalla realtà. Tutti siamo stati a scuola e tutti abbiamo studiato i poemi omerici. Sappiamo chi sono gli eroi: sono uomini soli, che fanno cose fuori dalla realtà, destinati a morire giovani, belli e donchisciotteschi. In definitiva: illusi, pazzi. Eccezioni che volevano cose impossibiili da ottenere.
Quarto, la Mafia. Falcone, Borsellino, quartiere Parioli, Uffizi: quattro spaventosi attentati con cui la Mafia reclamava come mai aveva fatto prima d’ora un posto d’onore nell’Italia della Seconda Repubblica. E la Zona Grigia fece la sua parte, tranquillizzando i boss di Cosa Nostra e avviando una trattativa tra lo Stato e la Mafia. E seppe convincere tutti, la Zona Grigia, della necessità di tale trattativa. Tutti, dalla destra alla sinistra. La merce di scambio fu l’abolizione del 41/bis e la garanzia che nessun governo avrebbe fatto a meno di loro. Da parte della Mafia, la fine delle stragi e la fine del caos.
Infine, il capolavoro. L’invenzione di Berlusconi. Assopita la sinistra nell’illusione oppiacea della vittoria, occorreva un cambiamento vero, di quelli vecchio stampo. Un cambiamento per non far cambiare nulla. Un rinnovato impasto di anti-ideologia e populismo, un qualcuno che poteva essere tutto senza essere niente, un qualcuno che non avrebbe avuto problemi a dirsi di destra solo perché a sinistra non c’era più posto, un qualcuno per niente serio che sapesse irridere il concetto stesso di serietà. Qualcuno che non avrebbe avuto problemi a riciclare i vecchi democristiani e ripresentarli come nulla fosse, a riciclare socialisti pentiti, a riabilitare gli ex fascisti e metterseli al governo, a trasformare i leghisti in ministri, a illudere gli italiani del nuovo che avanza rassicurandoli a suon del vecchio più vecchio possibile, che sapesse far ancora credere agli italiani, unico popolo in tutta Europa, all’esistenza del “pericolo rosso”, che sapesse buttare tutto in caciara, in rissa da talk show. E chi, per realizzare tutto questo, meglio dell’impresentabile, volgare, ributtante, osceno, tragicamente e simpaticamente italiano Berlusconi? Chi meglio del semplificatore Berlusconi?
Il resto non è più storia, è cronaca. Una cronaca che ci dice che la Zona Grigia è sempre lì, arbitro e regista dell’irresistibile ascesa del nuovo più vecchio possibile: Matteo Renzi.
Per questo no, l’Italia non si salverà. E nemmeno affonderà.
L’Italia sopravviverà, si barcamenerà, si arrangerà, come sempre, da centocinquanta anni a oggi.
Mi avvio a concludere quest’articolo senza la minima pretesa di aver scritto chissà quale “j’accuse” in stile luterano-pasoliniano. Non c’è, in quanto ho scritto, nessuna clamorosa accusa, nessuna clamorosa denuncia né tanto meno nessuna clamorosa rivelazione. Queste righe sono solo la messa in fila, e forse in ordine, di fatti ed eventi saputi e risaputi da tutti.
Tutti, ma proprio tutti, dal primo all’ultimo italiano, sanno a memoria ogni singola parola da me scritta.
E se tutti sanno, se tutti sappiamo e tutto resta sempre uguale a se stesso nei secoli dei secoli, il motivo è uno e uno soltanto: a noi, o almeno alla maggioranza di noi, va bene così. La maggioranza di noi vuole, in piena coscienza, che tutto cambi affinché nulla cambi, la maggioranza di noi in piena coscienza vuole un paese né di destra né di sinistra, poco serio, carnevalesco e caciarone, volgare e feroce, sporco e meschino, ladro e bugiardo.
La maggioranza di noi vuole la Zona Grigia, e oltre che rassicurata ne è addirittura sedotta. Seduce, e non poco, l’idea di un qualcosa di enorme che si muove sopra di noi, che pone e dispone al di sopra di noi, al di sopra del prete, del sindaco, del capo del governo. E che tiene tutto in equilibrio.
Rimane da chiedersi: e agli altri? Agli altri, a quelli che ci hanno creduto, che ci credono e che ci crederanno, nel cambiamento, negli ideali, in un mondo migliore, cosa resta?
Cosa resta a chi ha sinceramente consumato le proprie scarpe nei cortei di mezza Italia, a chi ha messo in gioco le proprie ferie per organizzare o anche solo partecipare a una qualsiasi festa o iniziativa civile o di partito, a chi ha speso tempo e soldi per campagne elettorali in cui ha creduto, a chi per anni non si è perso un comizio, uno sciopero, una manifestazione, credendoci sempre e nonostante tutto? Cosa resta a chi ha riservato una parte di ogni sua giornata a coltivare un ideale sincero, a chi ha creduto di poter cambiare, innovare, o anche solo resistere? Cosa resta a chi in nome degli ideali ha preso le botte, ha trascorso notti in questura, ha rischiato la vita? Cosa resta a chi ci è pure entrato, nelle istituzioni, come responsabile, segretario, consigliere, assessore, deputato o addirittura ministro, mosso dalle migliori intenzioni e ha dovuto fare i conti con la totale impossibilità a realizzare qualsiasi cosa, anche la più piccola?
Mi piacerebbe dire che gli resta e ci resta tanto, tantissimo, ma non ci riesco fino in fondo. Mi piacerebbe dire che gli resta e ci resta l’azione locale, ma non riesco nemmeno in questo: ho visto come la Zona Grigia sappia agire anche in comuni minuscoli, come anche in minuscoli comuni a muovere ogni cosa siano interessi superiori e invisibili che ci sovrastano e ci soverchiano.
Molti si rassegnano e abbandonano. Abbandonano i centri sociali, le associazioni, le sezioni, l’attività politica, le manifestazioni, gli scioperi.
Altri semplicemente si adeguano e passano il resto della propria vita a dire quanto erano stupidi, quando ci credevano.
Altri ancora si lasciano seudrre dalla Zona Grigia e ne diventano complici.
E allora agli altri, a quelli che non si rassegnano, quelli che non si adeguano, quelli che non passano dall’altra parte, cosa resta?
Di certo ci resta il fegato gonfio, la delusione, i conti spietati con il disincanto e il disnganno, gli sguardi pieni di vergogna verso chi ha vent’anni meno di noi e chiede quotidianamente conferma ai propri occhi gonfi di speranza e pensieri puliti.
E forse ci resta qualcos’altro. Qualcosa di molto importante. Ci resta alzarci la mattina e guardarci allo specchio senza sentire il dovere di sputarci in faccia. Ci resta raccontare ai nostri figli una storia diversa.
Ci resta una casa pultia come la nostra coscienza.
Uno sguardo sulle cose pulito. Una vita pulita.
Che, visto da ogni angolo di questa nostra maledetta Italia, non sembra proprio una cosa da poco.
Buon anno,
Riccardo Lestini
Pubblicato on line (31/12/2014)

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