L’arte esiste per disturbare la quiete pubblica

Oggi, miei adorati, si ragiona di un altro super gigante del calibro dei già affrontati Fante, Carver e Bukowski, semplicemente un po’ (anzi, molto ma molto più di un po’) più ignorato degli altri.
Trattasi di Richard Yates (1926-1992), esponente massimo del realismo americano contemporaneo, riconosciuto e celebrato come maestro proprio dal mio amatissimo Raymond Carver in persona.

In vita Yates non ebbe mai quei vertiginosi saliscendi economici che caratterizzarono le esistenze di tutti gli altri american writers di cui vi ho parlato le scorse settimane, sempre sospesi tra il baratro e l’apoteosi, tra la fama e la fame.
Richard Yates si guadagnò la pagnotta (e alla faccia della pagnotta, vien da dire) lavorando come sceneggiatore per le majors di Hollywood. Solo che i suoi libri, romanzi e raccolte di racconti, nonostante alcuni di essi fossero ampiamente incensati dalla critica più autorevole, non superarono mai, in termini di vendite, le 12.000 copie.
Che se ragioniamo in ottica di mercato editoriale, 12.000 copie son proprio niente. Invisibili. Inoltre, se negli USA vendi 12.000 copie, all’estero ti traducono mica, o ti traducono pochissimo. Conseguenza: se i libri di Yates in patria non andavano, all’estero, in Europa, manco si sapeva chi fosse.

Complessivamente Yates scrisse e pubblicò sette romanzi, più due raccolte di racconti.
Nove libri, di cui solo quello d’esordio, intitolato Revolutionary Road e pubblicato nel 1961, ottenne un’eco superiore al semplice giro di nicchia. L’unico, inoltre, tradotto in diverse lingue e pubblicato anche all’estero. Anche in Italia.
Fu la casa editrice Bompiani a pubblicare Revolutionary Road alla fine degli anni ’60, con il titolo orrendo de I non conformisti. Ignorato da tutti, il romanzo non venne mai più ristampato.
Sempre la Bompiani ci riprovò nel 1977, traducendo e pubblicando il terzo romanzo di Yates, Disturbo della quiete pubblica, Ma anche in questo caso il libro non venne più ristampato.

L’interesse per la scrittura di Richard Yates si riaccese di colpo sul finire degli anni novanta, alcuni anni dopo la morte dello scrittore. Furono tre gli eventi che contribuirono, negli Stati Uniti, a questa riscoperta.
Il primo fu uno studio approfondito del grande critico letterario Stewart O’Nan, uscito nel 1999, che contribuì alla sistematica ristampa di tutte le sue opere, compresi i racconti inediti o usciti in ordine sparso su rivista.
Secondariamente, Yates fu riscoperto contestualmente e conseguentemente alla riscoperta di Carver il quale, come già ricordato, aveva sempre riconosciuto come maestro e fonte d’ispirazione per la sua penna proprio il buon vecchio Yates.
Infine, il film che il regista Sam Mendes decise di trarre proprio da Revolutionary Road, che con un’abile operazione commerciale venne fatto interpretare alla stessa coppia di protagonisti di Titanic: Leonardo Di Caprio e Kate Winslet.

In Italia fu di nuovo la splendida e coraggiosa casa editrice romana Minimum Fax a riportarlo in libreria dopo oltre vent’anni di assenza, con edizioni e traduzioni finalmente decenti e degne di cotal grandezza. In dieci anni, tra il 2003 e il 2012, la Minimum Fax ha editato l’opera omnia di Yates, inediti compresi.

Ma cos’è, che contorni ha, l’universo letterario di Yates?
Come nell’allievo Carver, pure nel maestro Yates spadroneggia il non accaduto. Non aspettatevi trame complesse, colpi di scena, rovesci improbabili. I personaggi di Yates sono uomini e donne di tutti i giorni, mediocri, bugiardi, alle prese con sfratti, affitti da pagare, sogni frustrati, ambizioni impossibili, lavori perduti, matrimoni fallimentari, vita grigia sempre identica a se stessa e che non riesce mai a cambiare.
Il dramma stinto del quotidiano che scardina e scuote il nostro io più intimo. Sono così veri e umani, i personaggi di Yates, tragicamente veri e umani, da rappresentare tutti quanti noi.
Leggere Yates vuol dire quindi accettare di vederci continuamente condannati e assolti nei nostri vizi, nelle nostre mediocrità, nelle nostre meschinità, nelle nostre incapacità.

Ma mentre Carver predilige l’immobilità assoluta, fotografando i tempi morti, istanti di vita quotidiana dove non accade niente, dove nessuno fa o dice niente, in Yates troviamo il movimento, la frenesia. Più provincia in Carver, più metropoli (specie New York) in Yates.

Nei romanzi di Richard Yates i personaggi si muovono spinti da una frenesia ansiogena e brutale, cambiano spesso casa, città, lavoro, si sposano, divorziano e poi si risposano.
Ma è sempre un movimento apparente, un girare a vuoto che cambia il contenitore, ma non il contenuto. Vale a dire: i protagonisti di Yates sembrano sempre sul punto di svoltare, di cambiare la propria esistenza, di trovare se stessi, di illuminare finalmente la loro vita. Ma non ci riescono mai.
Un fallimento continuo che non va però inteso con un pessimismo e una sfiducia nell’essere umano da parte dello scrittore. Semplicemente, quei personaggi, come la maggior parte del mondo, non si conosce, non sa cosa vuole, ha sogni velleitari, sbagliati, ha rinunciato alla sua parte più vera per inseguirne un’altra, completamente fasulla e illusoria.

Il grande Ennio Flaiano scriveva: “essere felici significa desiderare ciò che si ha”.
Ecco, i protagonisti di Yates desiderano non solo ciò che non hanno, ma ciò che non potranno mai avere.
Un girare a vuoto ossessivo banale e tragicomico che può avere un solo, immenso, punto di riferimento letterario: James Joyce.

Una scrittura, quella di Yates, scarna, essenziale, semplice e scorrevolissima (così rapida che io quattro romanzi li ho letti in una settimana).
Ovvio che noi in questa sede vi si consiglia di leggere tutto di sto scrittore qua, l’opera omnia insomma (li trovate tutti, nelle splendide edizioni Minimum Fax, sul sito ibs, a prezzo scontato e disponibili in 24 ore dall’ordine).
Ma se proprio ne dobbiamo scegliere uno fra tutti, allora si sceglie Disturbo della quiete pubblica.
Ambientato negli anni della irresistibile ascesa di John Fitzgerald Kennedy, dell’ottimismo diffuso e del rinnovato sogno americano, ci descrive la lenta e inesorabile discesa nella follia di John Wilder, tranquillo impiegato che sogna una carriera come produttore cinematografico.
Ma attenzione. Nel racconto di come la psicosi più estrema vada a poco a poco a rodere l’intera esistenza di un uomo della media borghesia americana, non v’è nulla di apocalittico, nulla di visionario, nessun evento esterno clamoroso, nessun demone.
Tutto inizia ad accadere così, improvvisamente, quasi per caso, nel silenzio di un anonimo bar newyorkese, semplicemente perché John Wilder inizia a sentirsi troppo stanco e troppo stressato. E tutto, dal deteriorarsi del suo equilibrio, dai soggiorni in ospedali psichiatrici simili a lager e dai continui tentativi di ritorno alla normalità, si svolge nella banalità quotidiana più totale, descritto con uno stile lucido, clinico e implacabile.

Nella sua estrema semplicità, Disturbo della quiete pubblica fa paura. Decisamente paura.
In sostanza ci racconta come la follia, la psicosi, siano dentro di noi, come un mostro addormentato nel nostro inconscio pronto sempre a risvegliarsi se lo nutriamo delle nostre infelicità e frustrazioni.
Un romanzo che ci spaventa, ci disturba per l’appunto.
Ma il titolo va infatti letto proprio in questo doppio senso. “Disturbo della quiete pubblica” è anzitutto la motivazione del primo ricovero nell’ospedale psichiatrico del protagonista, ma è anche, e soprattutto, ciò che questo romanzo vuole fare ai suoi lettori: disturbarli nella loro quiete inconsapevole e svelargli il loro lato più oscuro.

Che è poi quello che deve fare la vera arte, che è stata inventata, ed esiste, solo ed esclusivamente per disturbare la nostra pubblica quiete.

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