L’amore è un cane che viene dall’inferno

Così, respirando forte e trattenendo il friccicore della pancia, principiamo e parliamo di Bukowski, dell’immenso zio Buk, in particolar modo di un libro di poesie che si intitola L’amore è un cane che viene dall’inferno. Ché lo zio Buk è strafamoso per la narrativa, quella breve soprattutto, ma è stato pure uno dei più grandi poeti di sempre, e siccome sta cosa è meno risaputa voglio parlare proprio delle poesie.
Principiamo e procediamo dalla fine, anzi dal mezzo, anzi andiamo proprio a cazzo di cane, ché a un fottuto come lo zio Buk si addice alla perfezione, il cazzo di cane.
Una domenica d’agosto del 1980 quella gran donna che rispondeva al nome di Fernanda Pivano, passò l’intera giornata a casa di Bukowski, allora domiciliato a San Francisco, per fargli una lunga intervista. Il burbero e incazzato zio Buk, di solito allergico a operazioni del genere, quella volta invece si prestò alla cosa mostrando la massima disponibilità possibile, rispondendo ampiamente a qualsiasi questione. Ma non c’è da stupirsi. Bukowski mica era allergico alle interviste, era allergico alle interviste del cazzo, che poi costituiscono il 99% delle interviste. Ma quella volta, agosto 1980, dall’altra parte della barricata c’era Fernanda Pivano, mica cazzi, l’unica critica letteraria a quanto mi risulti a essersi occupata di scrittori e poeti sempre e soltanto per il puro gusto di farlo, l’unica che non ha mai intervistato qualcuno in occasione dell’uscita di un libro. L’unica e sola.
Da quell’incontro è nato un libro meraviglioso che si intitola Quello che importa è grattarmi sotto le ascelle. In Italia l’ha pubblicato Feltrinelli e oggi lo trovate in edizione economica a 6 euro e 50, costa meno di un aperitivo diavolo porco, che cazzo aspettate a comprarlo? In cento pagine scarse lo zio Buk ci dà il più sincero, appassionato e completo ritratto di sé, raccontandosi senza censure e senza vergogna, senza ammiccare, senza mettersi in posa, senza strizzarci l’occhio, senza volerci piacere per forza. Solo e soltanto se stesso. Lui, Buk, Charlie, il reietto per eccellenza, il vecchio porco, il maniaco delle corse di cavalli, quello che nei suoi racconti ha sempre messo più bestemmie che virgole, quello che ha infarcito periodi delle parole più brutali, il profeta del bar, l’ubriacone, il drogato di fica, quello che non ha mai avuto paura di nascondere le pulsioni più truci dell’essere umano, quello che ha sempre sbattuto in faccia al mondo la merda americana.
E, oltretutto, ci dà una lezione di stile e di scrittura che oggi ce la sogniamo. Oggi si pensa che per imparare a scrivere ci si debba andare alla scuola Holden o a qualche altra scuola del cazzo di scrittura creativa. Cazzate. Lì si impara tutt’al più a entrare nel sistema, a fare gli scrittori, si impara la furbizia di andare dove tira il vento, si impara a scrivere cose trite e ritrite, da ombrellone e da contemplazione del proprio ombelico. Per imparare a scrivere veramente, per essere scrittori, per raccontare la realtà, il sangue e la polvere, bisogna invece leggere gente come lo zio Buk, che nell’intervista alla splendida Fernanda tra le altre cose dice “non provare!”. Nel senso, se non hai ispirazione, se non sai cosa scrivere, non ci provare, non ne vale la pena. Devi scrivere, mica timbrare un cartellino! Scrivi solo quando lo senti, quando ti trema la pancia, quando non puoi fare altro, quando sei un fottuto fiume in piena.
Se poi preferisci provare lo stesso, scrivere quando non sai cosa scrivere, allora butta pure via i libri di Bukowski, iscriviti alla scuola Holden, scrivi cazzate, diventa un uomo di successo. E vivi felice e contento.
Nei suoi racconti e nelle sue poesie lo zio Buk ha letteralmente frugato nella merda del mondo, rovistato negli anfratti più merdosi dell’universo. A chi gli chiedeva la sua posizione su grandi tematiche sociali, a chi gli rimproverava di non essere uno scrittore abbastanza impegnato, lui rispondeva ruttando. L’unica risposta possibile, visto che è puro terrorismo chiedere a uno scrittore di essere qualcosa di diverso da se stesso, visto che nessuno è stato scrittore di denuncia più di Bukowski. Denuncia umana, esistenziale, politica e sociale. E chi più ne ha più ne metta.
Una denuncia fatta sempre e comunque partendo da se stesso, dal suo mondo, da una maschera gettata via per raccontarci ogni cosa senza vergogna. Che è quello che fa ogni santo genio gigante che iddio decide di mettere in terra.
Quello che mi importa è andare a piedi fino all’angolo e comprare il giornale e leggere di uno stupro avvenuto in strada. O di una rapina in banca e magari andare a fare colazione da qualche parte e bere una birra e andare in giro e guardare un cane o grattarmi sotto le ascelle. Non mi interessano i grandi problemi”.
Ed è proprio di queste passeggiate fino al giornalaio, delle colazioni innaffiate di birra, di cani che smerdano i marciapiede, di pomeriggi fatti di ascelle grattate, che ci parla sempre Bukowski, nei racconti e nelle poesie. E, parlandoci di questo, ci svela l’universo.
Ha scritto tantissimo e incessantemente, Buk. Pochi romanzi, ma diluvi di racconti e oceani di poesie, opere per la maggior parte pubblicate con case editrici minuscole, negli anni fallite, sparite. Decine di poesie uscite su riviste underground scomparse (leggenda vuole che Bukowski spedisse alle riviste non una singola poesia, ma interi scatoloni di versi, cinquanta poesie alla volta). Centinaia di edizioni, riedizioni, stessi racconti e stesse poesie in libri diversi. Impossibile bilbiografare Bukowski, c’è da impazzire, ma va bene così.
Il primo libro di poesie pubblicato in vita dall’autore fu, appunto, L’amore è un cane che viene dall’inferno, datato 1977, in Italia ristampato di recente da Guanda.
Cinquanta e passa poesie d’amore e vita vera grondanti sangue dalla prima all’ultima riga. Da cosa si riconosce un vero poeta? Dal sangue che grondano i suoi versi. E questi versi sanguinano, santiddio se sanguinano. Sanguinano e ovunque è amore, ché l’amore sì, certo che sì, è proprio un cane che viene dall’inferno, abbaia, morde, sbrana, incendia, brucia.
Sono poesie che fanno male, molto male, come tutte le cose vere. C’è tutto l’universo dello zio Buk, dentro questo libro: vagabondi, ubriaconi, reietti, bar, strade desolate, metropoli infernale, corse di cavalli, prostitute, donne bellissime. Vita e amore, insomma:
Io so che una notte/ in qualche camera da letto/ presto/ le mie dita/ scivoleranno/ tra/ morbidi capelli puliti// canzoni/ che nessuna radio/ trasmette// tutte tristezza/ sogghignando in cascata (Bukowski, “Assaporeremo le isole e il mare” da “L’amore è un cane che viene dall’inferno”)
L’America che non ti aspetti, l’America degli ultimi in cui giganteggia proprio lui, l’autore, ultimo tra gli ultimi, disperato tra i disperati, reietto tra i reietti:
abbiamo parlato ancora un po’/ poi ho detto addio/ ho riappeso/ sono andato al cesso/ ho cagato un brodo merdoso/ pensando soprattutto, be’/ sono ancora vivo/ e ho la capacità di espellere/ dal mio corpo residui/ e poesie/ e finché questo accade/ ho la capacità di maneggiare/ tradimento/ solitudine/ pipite/ scolo/ e i servizi economici/ sulla pagina finanziaria (Bukowski, “Me” da “L’amore è un cane che viene dall’inferno”)
Poesie splendide, queste qua, confessioni disperate, novelle in versi scritte con la lingua della pancia, in uno stile ineguagliabile e irriproducibile.
Cinquanta e passa “grattate di ascelle” pazzesche e meravigliose. Ché i latini, il grattarsi d’ascelle dei poeti lo chiamavano otium e oggi si studia a scuola. Bukowski no, non si studia a scuola. Troppo sbronzo, troppo sboccato. Impresentabile. Peccato, ci sarebbe da imparare un oceano, tra questi versi.
L’amore è un cane che viene dall’inferno è un libro da leggere assolutamente, spero di avervi convinto. Edizioni Guanda, costa appena 10 euro. Capace però che vi tocchi ordinarlo, che in libreria può darsi non lo troviate, che della poesia oggi come oggi non frega un cazzo a nessuno, della poesia vera non frega proprio un cazzo a nessuno, dentro e fuori la scuola.
Lo diceva anche lo zio Buk, sempre in questo libro, che “quel pugno di/ ottusi/ incapaci di esprimersi/ prudenti/ tetri/ ammiratori/ di carnevalate” non vuole la poesia, ma vuole soltanto lo show, lo spettacolo, vuole “l’orecchio di van gogh rifiutato/ da una troia;/ Rimbaud che scappa in Africa/ a cercare oro e trova/ un caso incurabile di sifilide;/ Beethoven diventato sordo;/ Pascal che si taglia i polsi/ nella vasca;/ Artaud rinchiuso coi matti;/ Lorca fucilato per strada da una milizia/ spagnola” (Bukowski, “Cosa vogliono” da “L’amore è un cane che viene dall’inferno”).
E basta così. Comprate se volete questo libro da due soldi. Altrimenti spendetene tanti, di soldi, e iscrivetevi alla Holden.
Io non ho più niente da fare&dire&scrivere, se non che voglio dedicare questo articoletto a Carlo Monni, che amava Bukowski e lo ha letto e interpretato come nessuno al mondo, ché lo zio Buk l’hanno letto cani e porci, ma il grande Carletto Monni aveva capito tutto mentre la maggior parte del mondo non ci ha davvero capito un cazzo.
Più niente da fare&dire&scrivere, solo pensare ancora a Buk, a Carlo Monni, piangere come ogni volta che penso a Buk e a Carlo Monni, all’affitto da pagare, alle donne col culo alto, alla lotta per arrivare a fine mese, a questo cielo così azzurro, alle birre ghiacciate, ai piccioni che snidano sopra la mia finestra.
Alla vita. Come sempre, alla vita.

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