L’alba della Terza Repubblica

Dal momento della caduta dell’ultimo esecutivo guidato da Silvio Berlusconi e dall’insediamento del governo tecnico di Mario Monti che avrebbe dovuto traghettare il paese fuori dalla crisi economica e condurlo serenamente a nuove consultazioni elettorali, si è sempre parlato di fine della Seconda Repubblica e nascita imminente della Terza. Da allora sono passati due anni, in mezzo c’è stato un governo tecnico incapace di risolvere la crisi ma in compenso capacissimo di creare nuovi drammatici ingorghi (un esempio da diretto interessato nonché da testimone oculare: il disastro grottesco del ‘concorsone’ nazionale per le assunzioni a cattedra del personale docente), una tornata elettorale fratricida e senza sbocchi, la più tragicomica elezione di un Presidente della Repubblica che la storia ricordi e un governo di larghe intese impallinato dai suoi stessi animatori. Materiale in abbondanza per almeno un ciclo di drammi dell’assurdo di Samuel Beckett. Ma della tanto evocata Terza Repubblica nemmeno la più lontana parvenza.
Non c’è, nella sterminata manualistica secolare della scienza politica, una legge universale e matematica in grado di poter tracciare in maniera inappellabile l’ante quem e il post quem della numerazione delle repubbliche. Eppure una prassi, pur se più afferente alla metafisica che alla fisica, prevede che l’avvicendarsi tra gli ordinamenti repubblicani sia determinata dal crollo di un sistema, partitico, costituzionale o legislativo che sia, e la nascita di un altro. Così, se la Prima Repubblica si identificava nella legge proporzionale, nelle coalizioni post elettorale, nella logica dei singoli partiti, la Seconda ha trovato il suo volto nella logica dei blocchi contrapposti, del bipolarismo e del maggioritario imperfetto. La Terza, pur se annunciata arcangiolescamente come una buona novella, non avendo un quid in cui definirsi e riconoscersi, non è quindi ancora pervenuta.
Almeno fino a oggi, laddove per oggi si intende questi giorni, dalla frana del governo Letta in poi. Credo infatti che oggi siamo nella posizione di poter attestare ufficialmente la nascita della Terza Repubblica, il cui tratto distintivo è da individuarsi, a mio avviso, in due concetti che definirei postpartitismo e postparlamentarismo. Ovvero, nel superamento del concetto stesso di partito e di parlamento.
Partiamo dal postpartitismo e partiamo da Matteo Renzi. Prima di tutto, Renzi non è Berlusconi, sono due leader profondamente diversi sia nei modi sia nelle prospettive, e mi sento di dire che sbaglia, e non di poco, chi tende costantemente ad avvicinarli. Berlusconi è un avventuriero, Renzi un machiavellico spregiudicato, più passionale il primo, completamente razionale il secondo, oggettivamente impresentabile e sfacciatamente pericoloso l’Unto di Arcore, geneticamente antipatico ma cupamente rassicurante il figlio dell’Arno. Renzi non è figlio né appendice di Berlusconi, ma semmai è il prodotto ultimo ed estremo del berlusconismo, o meglio di quell’aspetto del berlusconismo che ha demolito la struttura tradizionale del partito fino a svuotare completamente di senso la sua stessa esistenza. Mi spiego meglio: Berlusconi, imprenditore, uomo d’azione e di comando per genetica e per tradizione, insofferente all’idea stessa di azione o decisione condivisa, si è creato un partito da solo (Forza Italia, poi PDL, poi di nuovo Forza Italia), da solo si è posizionato nella cabina di comando e sempre da solo ne ha determinato la struttura, appunto, antipartitica, verticistica e personalistica, il cui credo non si identificava in una ideologia, ma nella sua stessa persona. L’onda lunga del berlusconismo, nei suoi effetti più dirompenti, è andata risaputamente ben oltre tutto questo, condizionando anche le altre forze politiche, inchiodandole e costringendole a un confronto personale e non di partito (era Prodi contro Berlusconi, non l’Ulivo contro la Casa delle Libertà). Tuttavia, pur nell’entità ciclonica del suo ventennio, l’operazione antipartitica di Berlusconi è rimasta sempre incompiuta, dal momento che il continuo riemergere e rifluire delle logiche di partito è sempre riuscita a frenarla, soprattutto all’interno della sua stessa coalizione. È in questo senso che leggo nella politica di Renzi il compimento di un certo aspetto del Berlusconismo, nell’essere cioè riuscito a trionfare laddove il Cavaliere ha dovuto scontare la sua più bruciante sconfitta e frustrazione personale. Renzi non si è fabbricato un partito su misura dal nulla, ma si è al contrario inserito nel solco del partito più tradizionalmente organizzato, frutto della fusione a freddo tra i discendenti dei grandi partiti di massa del passato. E in quel solco ha scavato e scalato fino a raggiungere le vette più alte e, a quel punto, complice un sistema al collasso, ha potuto distruggerne le strutture e gli apparati più radicati, le consuetudini più ovvie, fino a trasformarlo nella propria emanazione personale. Con un procedimento contrario, ma per molti versi – evidentemente – socialmente più accettabile, Renzi trova il suo trionfo più completo proprio nel terreno del sogno berlusconiano: un partito ‘ad personam’, o meglio un non-partito, identificato nella linea dettata esclusivamente dal suo leader, che al suo leader risponde e obbedisce.
La reazione (a catena) che si è innescata è stata rapidissima, così breve da non dare quasi il tempo di accorgersene. In uno sbattere di palpebre Renzi si è trovato a essere sindaco di Firenze, segretario del PD, leader maximo e impallinatore di Letta nonché premier in pectore del prossimo imminente governo. E artefice, di fatto e di conseguenza, della nascita della Terza Repubblica.
Anche se ormai noi, dove il noi ha il senso di un generico humus sociale, tendiamo ad attribuire significati negativi e deprecabili a qualsiasi tecnicismo della politica, compreso quindi il concetto di ‘partito’, la sua sparizione definitiva comporta anche l’annullamento di uno dei principi chiave della democrazia, vale a dire la presenza, attraverso l’attività dei partiti e la loro dislocazione fisica sul territorio, di spazi quotidiani di confronto, attivismo e partecipazione. Un processo già in atto da anni cui l’operazione Renzi è riuscita a dare la spallata definitiva. La conseguenza è che non esistono più i partiti, ma semplicemente i simboli e le segreterie. Una regola che vale sia per le piccole forze (il Centro Democratico, tanto per fare un esempio, non è un partito, ma è Tabacci circondato dai suoi stretti collaboratori), sia per le grandi rappresentanze istituzionali. Le stesse scissioni, operazioni mortalmente care alla politica italiana, non avvengono più sulla spinta di sommovimenti della base, al termine di discussioni di sezione, ma risultano esclusivamente il frutto di un litigio fra due leader (vedi “l’affaire” Berlusconi-Alfano), e per sancirle è sufficiente il semplice atto formale di un comunicato stampa a firma dello scissionista di turno. Non esiste più quindi un partito in grado di anteporre il noi all’io, che possa quindi sopravvivere al di là del proprio leader. Forza Italia è Berlusconi, il PD è Renzi, il Nuovo Centro Destra è Alfano. Dopo di loro, in piena sintassi napoleonica, l’uragano.
Ma l’annullamento degli spazi di confronto e di discussione della democrazia, è un fenomeno per nulla limitato alle sezioni locali e alle basi elettorali. Esso comporta, e gli eventi di questi ultimi giorni ne sono tragicamente testimoni, la sostanziale esautorazione della funzione del Parlamento. Dal momento in cui il cambio della guardia a Palazzo Chigi viene deciso dallo stato maggiore di una forza politica, si attesta ufficialmente l’inesistenza e l’inutilità del Parlamento, e la Democrazia Parlamentare su cui l’Italia Repubblicana è stata costruita, viene fatta a pezzi. E se la Democrazia viene privata dei propri spazi, cessa di essere Democrazia.
Chiudo questa analisi fiume e funerea con due parole sul Movimento Cinque Stelle. Per quanto sia sempre stato affatto tenero verso questa formazione, essa è di fatto l’unica, in questi giorni, che sta tentando insistentemente di porre l’attenzione su questi temi con la rilevanza che meritano. Ma la necessità, l’urgenza e la legittima e oggettiva drammaticità di questi contenuti, rischiano di essere stritolate da un modus operandi, a mio avviso, completamente avventuristico, dove la provocazione bypassa, schiaccia e distrugge la sostanza, dove l’impreparazione e l’avventatezza annullano la giustezza delle proposte scatenando effetti boomerang continui. Anzitutto, anche il M5S, è vittima di un totale leaderismo e di una completa identificazione col suo capo: mi chiedo, in sintesi, allo stesso modo delle altre forze politiche, che ne sarà di loro dopo Grillo? Ed è proprio il Tribuno Grillo, a mio avviso, ad aver commesso l’errore più grave in questi giorni. La linea decisa e intrapresa nelle consultazioni con Renzi è stata un suicidio e, di fatto, un allinearsi all’antidemocrazia di questa sciagurata e neonata Terza Repubblica. Un attacco così frontale, così colmo di accuse e spunti di discussioni condotto in quel modo, senza dare l’opportunità all’interlocutore di proferire parola, ha di fatto distrutto lo strumento democratico delle consultazioni, demolendo un altro tassello della già agonizzante Repubblica Parlamentare. Chi attacca, contesta e denuncia la mancanza di democrazia, non si comporta a sua volta da antidemocratico. Chi pensa che Renzi, arrivato dove è arrivato con mezzi e strumenti che sono la negazione stessa dei più elementari principi costituzionali, non meritasse un confronto democratico, sbaglia, e di grosso. All’antidemocrazia si risponde con la democrazia. Altrimenti applichiamo la legge del taglione e scendiamo sullo stesso piano. Occhio per occhio e il mondo resta cieco, recitava un vecchio adagio che oggi nessuno ricorda più. Inoltre una simile arringa meritava altra platea. Meritava un passaggio parlamentare. Ma anche Grillo sembra aver dimenticato la valenza dell’organo simbolo degli ordinamenti repubblicani. E se attraverso lo streaming il M5S aveva imbarazzato e ridicolizzato Bersani, stavolta il vincitore unico di quel match in diretta web è stato solo e soltanto Matteo Renzi.
Eppure Grillo, che è uomo di spettacolo, dovrebbe saperlo che alla fine, negli occhi e nella testa, restano solo le urla.

RL

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