Non lasciamo che uccidano i poeti

I poeti, scrivevo qualche settimana fa a proposito di Alvaro Mutis, non hanno età. E, soprattutto, non muoiono. Per questo Pasolini, soprattutto Pasolini, è vivo. Vivissimo. Lo dicono i suoi libri, i suoi film.
Vivo nonostante quella maledetta notte di trentotto anni fa sia stato brutalmente assassinato. L’omicidio di Pasolini, certo non casuale, è una ferita oscena nella storia del nostro paese, uno scandalo vergognoso di silenzi e insabbiamenti. Eppure, ripeto, Pasolini vive: la poesia è più forte, troppo più forte, di quel terribile e premeditato massacro al litorale di Ostia. Per questo il 2 novembre non è – né deve essere – un semplice anniversario. Di ricorrenze non sappiamo che farcene. Il 2 novembre, ogni 2 novembre, deve essere un grido – delicato e potente come quelli che proprio Pasolini ci ha insegnato a lanciare – per dire e ribadire ancora e ancora come la poesia sia più forte dell’orrore, dell’ingiustizia, di ogni strisciante fascismo quotidiano che ci circonda. Che la poesia, come scriveva Ferlinghetti, “esiste perché alcuni uomini cercano di mettere i fiori in prigione”. Che il poeta, come gridava Moravia dal pulpito della chiesa il giorno dei funerali di Pasolini, “dovrebbe esser sacro”.
Per dire e ribadire che i poeti non muoiono, e che noi abbiamo il dovere di non farli morire.

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