Hanno detto di “Solitudini”

Qui di seguito, una selezione delle principali recensioni e dei principali commenti detti e/o scritti su “Solitudini”  al momento della sua uscita…

***Hai scritto anche tu una recensione o un commento al libro e vorresti vederlo pubblicato in questa pagina? Segnalaci la tua opione scrivendo QUI!

AMORE E SOLITUDINE (presentazione di Solitudini, di Sara Minciaroni, giornalista)

Riccardo Lestini è tutto fuorché un solitario. Qui nella sua terra, dove è nato, lo sappiamo bene. Tutti conosciamo la generosità con cui ci regala il suo essere, la sua creatività, la sua allegria.
Eppure oggi siamo qui per la presentazione della sua ultima fatica letteraria. Un libro che è piccolo solo nelle dimensioni. Un libro prezioso come preziose sono le cose che provengono dalle nostre emozioni più intime. Dai nostri pensieri. Una raccolta di poesie che si intitola Solitudini.
37 poesie così come I suoi anni, chiederemo a lui se questa è solo una coincidenza.
Riccardo ha scelto di dividere l’ opera in capitoli che senza mezzi termini rimandano direttamente all’Odissea; c’è la volontà di descrivere la continua metafora di un viaggio in una parte della sua vita che è lunga 10 anni, così come quello di Ulisse per far ritorno alla sua Itaca.
Un viaggio in cui Riccardo attraverso i versi ci racconta quante e quali e di quale portata possano essere le solitudini. Solitudini che non significano essere o sentirsi soli. Solitudine che è più che altro ricerca di sé stessi e del proprio personale rapporto con il mondo, con la vita e con gli altri.
Solitudine vista come momento per entrare in contatto con la parte più profonda del proprio essere e da questo punto di vista osservare poi il mondo che ci circonda e da questo farsi accogliere.
“Ognuno vede il mondo con gli occhi che ha” e quelli di Riccardo sono spalancati, affamati, sensibili ad ogni accadimento che gli si presenta, sia esso sociale e macroscopico o piccolo e privatissimo.
Il libro di Riccardo è un ossimoro straordinario perché parla di solitudine e del suo contrario: l’amore.
Amore per donne che sembrano a volte di non essersi nemmeno rese conto di quanto e con quale grazia sono state amate anche per il solo tempo di uno sguardo e di un incontro.
Amore per il prossimo, per il diverso, per l’emarginato.
Amore per le sue città, Firenze e il Lago.
Amore per le sue radici e per le tradizioni di cui in alcune opere vengono fatte delle descrizioni con il suo linguaggio più tipico, che sa essere crudo e delicato al tempo stesso”

Sara Minciaroni (presentazione di “Solitudini” a Passignano sul Trasimeno, 26/10/2013)

—————————————————————————————————————————-

IL VIAGGIO DI SOLITUDINI COMINCIA DA PASSIGNANO (di Serena Maccarelli, giornalista)

PASSIGNANO SUL TRASIMENO – Davanti a un pubblico numeroso ed entusiasta è stata presentata la nuova raccolta di poesie del passignanese Riccardo Lestini, che attualmente risiede a Firenze. Sabato 26 ottobre nella sala consiliare del Comune di Passignano sul Trasimeno è partita l’avventura di “Solitudini”, che racchiude 37 poesie scritte in dieci anni dall’autore.
A presentare l’evento è stata la giornalista Sara Minciaroni, con la presenza di Riccardo Lestini che ha voluto fortemente cominciare il giro di presentazioni ufficiali dal suo paese natale. Oltre alle autorità comunali e molti cittadini desiderosi di conoscere questa nuova opera, a dare un tocco di magia è stata Manola Antonelli, attrice di teatro che attualmente collabora con la compagnia teatrale “Il Gorro” che ha letto alcune poesie tratte da “Solitudini”.
Il titolo non è stato scelto con una connotazione negativa ma, come spiega l’autore, è un inno alla diversità individuale che va conservata a dispetto della massificazione, la solitudine è intesa come una piccola e ostinata rivendicazione di se stessi.
«Sono stata una persona fortunata – commenta Riccardo – perchè nella vita ho fatto quello che ho voluto, scrivere e recitare. A 18 anni me ne sono andato da questo posto che ho amato e che amo per realizzare il mio sogno. Poi c’è stato l’insegnamento, che è sempre stata la mia passione e mi risolve il problema dello “scrivere per vivere” perché in questo modo posso scrivere veramente quando ho qualcosa da dire, in questo senso non scrivo tutti i giorni ma ci penso costantemente».
Poi Riccardo Lestini ha raccontato quello che significa per lui questo libro: «Rappresenta una cosa enorme, dieci anni della mia vita, qui dentro ci ho messo le cose più intime. Secondo me la poesia appartiene al suo autore fino al momento della sua pubblicazione, se emoziona vuol dire che ho fatto un buon lavoro ma la mia emozione non è la stessa del lettore».
Durante la lettura c’è l’impressione di intraprendere un viaggio che per l’autore è durato circa dieci anni e che ha dei richiami molto forti all’Odissea e descrive quante e quali possono essere le solitudini, spesso collegate al tema dell’amore. In questa raccolta il “viaggio” è la nota dominante, il lago Trasimeno è per Riccardo come Itaca lo è per Ulisse, un posto che «è fatto apposta per essere lasciato, ma che subito rimpiangi appena girato l’angolo, come Ulisse lascia Itaca molte volte per tornarci sempre, anche per me Passignano è il luogo del ritorno continuo». Firenze, il lago, il camminare, la notte, la visione del femminile e l’amore sono i temi ricorrenti della raccolta. «L’amore per me è la più alta forma di solitudine – spiega Lestini -, perché nella nostra concezione l’amore è fusione tra due persone, secondo me questo è sbagliato, perché solo due persone davvero sole, complete possono amare davvero».
Prima dei saluti finali e delle dediche sui libri appena comprati dal pubblico, Riccardo ha anticipato che dopo anni di lavoro, il prossimo anno è in programma la pubblicazione di un romanzo e che per adesso lo scopo è quello di far conoscere il più possibile “Solitudini”.
«La poesia è un genere un po’ trascurato – ha concluso Riccardo -, nonostante la l’enorme tradizione italiana in questo settore, per questo devo ringraziare infinitamente la casa editrice “Portaparole” che mi ha permesso di realizzare questo sogno».

Vai all’articolo originale ON LINE

————————————————————————————————————————————————————

NEL SEGNO DI ULISSE (presentazione di Solitudini, di Sara Baccioli, insegnante, scrittrice)

Tre anni fa girando per le bancarelle di un book festival, l’occhio mi è caduto su un libro. L’uomo in copertina, indefinito eppure marcato, come un carattere. Ho comprato il libro d’impulso, l’ho portato a casa, l’ho letto, per meglio dire ci sono caduta dentro, e quando sono riemersa l’unica cosa che ho potuto fare è stata prendere in mano la penna e scrivere al suo autore.
Quel libro si chiamava “Amore e Disamore” e il suo autore Riccardo Lestini.

Lestini oggi avrebbe potuto scegliere relatori molto più accreditati di me per presentare questa carezza in pugno che è Solitudini, e magari poi chiederemo a lui il motivo di questa scelta, ma il fatto che io sia qui, io che sono semplicemente una sua lettrice, testimonia di per sè quanto i libri, quando sono come quelli che scrive lui, baciati da questa luce, possano diventare ponti tra le persone, cortili nei quali fare anima, e si facciano, nel senso più puro della parola, incontri.

Solitudini è un libro neonato, la sua uscita infatti è datata 21 ottobre, la sua gestazione invece è durata più di 10 anni, infatti raccoglie poesie scritte in un arco temporale che va dal 2001 al 2011. Queste poesie hanno appena spiccato il volo eppure il successo di pubblico che stanno avendo è incredibile, soprattutto se teniamo conto della difficoltà e della lontananza con cui solitamente ci si approccia in Italia alla poesia, Solitudini esaurisce felicemente le sue copie ed ha già superato le colonne d’Ercole sbarcando in America.

Il libro viaggia nel segno di Ulisse.
Basta scorrere l’indice per ritrovarci IN MEZZO AL MARE, e poi nei DINTORNI di CIRCE, di ADE di NAUSICAA, minacciati dalle malie delle SIRENE, prima di riuscire a far finalmente ritorno ad ITACA.
Il perché della scelta di questo filo rosso, io lo cercherei direttamente nelle parole di un’opera di Lestini per il teatro dal titolo: “Odissea”.
Oltre che Agli eternulissi, nauti degli universi, l’opera è dedicata anche ad un altro illustre “ossessionato” da Ulisse: Il suo amato James Joyce:

Nel 1917 l’Europa è nel pieno dell’immane tragedia della Grande Guerra. Per l’Italia è l’anno di Caporetto, per la Russia l’anno della Rivoluzione e dell’abbandono del fronte orientale, per la Germania l’anno della fallimentare guerra sottomarina che la porterà alla catastrofe finale. La Svizzera è un’oasi di pace irreale, una mosca bianca tra la morte e il terrore. A Zurigo, quell’anno, c’è un uomo nel letto di una clinica. È stato appena operato agli occhi, per via di una brutta malattia. Quest’uomo è uno scrittore, e se la malattia gli impedisce di scrivere con le sue mani, scrive con gli occhi, e detta le sue lettere. In una di queste lettere scrive: “Il più bello e interessante dei soggetti è quello dell’Odissea, è più grande e più umano di quello dell’Amleto, superiore al Don Chisciotte, a Dante, al Faust…”.
Questo scrittore è irlandese e si chiama James Joyce, e prima di essere operato, ha iniziato a scrivere un romanzo incredibile che uscirà quattro anni dopo e che si intitolerà “Ulisse”. Joyce non poteva scrivere altro: è un uomo che ha molto a che fare con Ulisse. Anzi, Joyce è Ulisse. Prima di fermarsi a Zurigo ha viaggiato molto: Trieste, Roma, Parigi…infiniti porti, infinite avventure, e poi facce, gente, persone, storie, amori….Ma soprattutto ha lasciato la sua patria, l’Irlanda, Dublino. E da quando l’ha lasciata, come Ulisse, non riesce a pensare ad altro. Non riesce a scrivere di nient’altro che non sia la sua amata Irlanda, la sua privata e personale Itaca.
Adesso a noi interessa soltanto sapere che in quella lettera (Joyce) aveva maledettamente ragione: l’Odissea è il più bello fra i soggetti, il più grande, il più umano soprattutto.
Ma cos’è l’Odissea? È una storia semplicissima. È la storia di un uomo che se ne va di casa e a casa vuole ritornare. Perché è così che funziona. Per quale altro motivo si abbandona la casa e la terra e la madre e la sposa se non per tornarci? Per quale motivo si viaggia nel mondo se non per tornare alla nostra casa?
Ulisse è l’unico eroe che non ama la guerra: l’unica battaglia che è disposto a combattere è quella per difendere la sua casa.
Ulisse è un uomo che cerca se stesso. E se stesso vuol dire ritrovare la sua terra.
Ulisse è un uomo che non ha più nome. Viene chiamato in mille modi, ma non sa più quale sia quello vero: il suo nome nel buio.
Ulisse è un uomo.
Ulisse è l’uomo.
Ed è proprio questa la prima parola scritta da Omero nell’Odissea: anèr, l’Uomo. Segue un aggettivo, polytropos, che alcuni traducono con “multiforme”, altri con “del lungo viaggio”. Non fa nessuna differenza: essere multiforme, dare voce a ogni parte di sé, vuol dire compiere un lungo viaggio.
Sempre.

Da queste parole a mio parere emerge con grande chiarezza perchè Lestini abbia sentito il bisogno di inscrivere la sua vicenda biografica nella cornice del mito omerico, perché Solitudini nasca nel segno di Ulisse: perché non poteva essere altrimenti, perché è impossibile non mettersi in viaggio per chi è politropo e per chi ha un’Itaca da cui ricevere il viaggio.
E un Itaca Lestini ce l’ha: è la sua terra umbra, è la sua amata Passignano sul Trasimeno, dove tutti lo conoscono e conoscono il suo coraggio nell’abbracciare ogni causa, nel buttarsi in ogni impresa, in maniera eroica e fanciullesca, la sua estrema disponibilità nei confronti degli altri e del circostante. Un coraggio e una disponibilità che ben conoscono anche i suoi amici di Firenze che è la città in cui vive, ma anche tutti coloro che hanno avuto la fortuna di ascoltare una delle oltre 400 repliche del monologo inchiesta con il mio sasso, sui fatti del G8, che ha avuto il merito di toccare e risvegliare anche le coscienze civili di coloro che a Genova non c’erano, dei non addetti ai lavori. Coraggio e disponibilità che ben conoscono i suoi alunni al liceo, che lo adorano.

—————————————————————————————————————————————-

PERCHE’ LA POESIA NON E’ MORTA (di Titta Faellini, giornalista)

La poesia, si dice, è morta. Per fortuna Riccardo Lestini, con questo splendido libro, ci dimostra il contrario. Versi strazianti, tormentati, delicati. Un ritmo ipnotico e penetrante alla scoperta della parte più vera e profonda dell’Uomo. Un elogio drammatico e lucente della solitudine, intesa come diversità, unicità, irripetibilità dell’individuo.
Leggete, assaporate, innamoratevi.

————————————————————————————————————————————————

DA OMERO A KEROUAC PASSANDO PER RIMBAUD (di Francesco Poggi, giornalista e scrittore)

Se aveste la fortuna di chiedere a Riccardo Lestini (non è facile, va sempre di fretta e sembra sempre aver qualcosa di meglio da fare – una passeggiata, una sigaretta da fumarsi in santa pace, un buon vino da stappare, un qualche amore da inseguire), e gli chiedeste quale secondo lui sia la forma di poesia più alta, compiuta e totale della storia, vi risponderebbe senza esitazione “la poesia epica greca, l’Odissea in particolare”. Ma per Lestini l’Odissea non è semplicemente un’ossessione da lettore bulimico qual è. È un modello, un archetipo di scrittura che, incosciamente o no, ripropone in tutti i suoi lavori. Basta una lettura della sue opere leggermente più critica e clinica di quella semplicemente emozionale per accorgersene. Nell’epica tutta, e in Omero in particolare, la logica dell’eroe fa sì che tutte le sfumature, le contraddizioni e le complessità psicologiche gravino sulle spalle del protagonista. Il resto è frantumato in tanti micro archetipi che risultano essere, in definitiva, emanazione e irradiazione della coscienza del protagonista stesso. Spieghiamo: nell’Odissea il femminile ad esempio, la donna, l’amore, risultano frammentati in quattro personaggi: Calipso (l’eternità impossibile), Circe (la seduzione pericolosa e fatale), Nausicaa (la quiete e la purezza) e le Sirene (l’inganno). Ognuna di esse è proiezione della multiforme psicologia di Ulisse, psicologia infranta e schizofrenica che cerca disperatamente di sintetizzare e riunificare la frantumazione in un’unica donna eternamente inseguita, Penelope.

Nelle opere di Lestini questa schema si ripropone ciclicamente e ossessivamente. Nel romanzo Amore e disamore tra personaggi principali e comparse si contano, in circa 200 pagine, qualcosa come 46 presenze femminili. Non potendo per ovvie ragioni analizzarle tutte e 46, diciamo semplicemente che anche qui assistiamo a una destrutturazione del femminile, a una moltiplicazione infinita in cui ogni singolo personaggio assurge alla grandezza tragica di archetipo, in cui ogni singolo personaggio è emanazione della coscienza del protagonista, Francesco. Che, proprio come Ulisse, insegue un ideale di sintesi e pacificazione nella figura di Elena. Una pacificazione impossibile, destinata a rompersi nello stesso istante dell’agnizione e del ritrovamento. Ma anche qui il parallelismo con l’epica greca continua: nel seguito non scritto dell’Odissea Ulisse lascia ancora Itaca e Penelope, per lanciarsi nell’impresa suicida dell’attraversamento delle colonne d’Ercole.

Non solo l’amore. Ogni aspetto della vita nella letteratura lestiniana si rompe e si frantuma in miriadi di simbologie destinate a rincorrersi in eterno e senza pace. Nel breve racconto Il tempo degli eroi, oltre a dare ai personaggi nomi omerici, i tre inseparabili compagni d’infanzia della voce narrante/Ulisse sono sdoppiamenti e frantumazioni dell’amicizia, dove l’unità è possibile solo nel momento dell’impresa collettiva dell’uccisione del ratto, ma destinata a svanire tragicamente nella morte precoce di Achille.

In poesia il gioco è al tempo stesso più sottile e più scoperto. Ai vari alter ego della narrativa (così Francesco di Amore e disamore come i vari Ulisse, Boemo, Jack Lunatico, Roberto, Tommaso dei racconti), si sostituisce direttamente l’io del poeta, un io assoluto, debordante, onnipresente, quasi eccessivo e invasivo. In Solitudini, l’opera in uscita a breve che raccoglie dieci anni di poesia, Lestini ha scelto – quasi a suggello della sua più grande ossessione – di strutturare il percorso poetico palesemente come l’Odissea. Così torniamo all’amore. Ecco che nelle poesie della sezione Firenze e una donna la protagonista è una Circe, che si palesa apparentemente come immagine di candore e purezza (ed è un miracolo il tuo ginocchio/ puro più del tuo sorriso) per poi rivelarsi rivelarsi fatale e omicida (sempre tu/ nel tuo candore/ d’eterna infanzia e guerra ormonale,/ sempre tu decisa/ nell’elemosinare a ogni porta carezze/ e incapace di farne anche una soltanto). In Dall’alba all’addio troviamo invece una Nausicaa, che porta quiete e inusuali (per Lestini) versi pacificati di quotidiana intimità (Torni ogni volta alla tavola/ e l’apparecchi di te,/ di parole e disordine/ e tenacia e speranza). Ma di nuovo, la quiete si spezza e l’idillio scolora in dramma, malinconia e sofferenza (altro tempo e altra vita sarebbe stato il durare/ ma esistere e vivere è, pur se incompreso,/ unico senso e tempo eterno che resiste/ e non si spegne). Terza presenza che incontriamo è una donna iniziatica, Nina, una sorta di madre Rea che simboleggia la scoperta del sesso (Nina sei salata e piena d’acqua/ e io già ti sposo e ti piango/ nella tua mano dolce e sicura/ che mi spoglia senza vergogna). E come in Amore e disamore, anche in Solitudini l’io del poeta raccoglie i cocci dei fallimenti e si proietta verso la ricerca di una sintesi che possa portare pace e ricostruzione. Nei versi di Solitudini questa sintesi è una presenza irreale, un non vissuto immaginato e sperato (Amor di lacrima/ io saprò riconoscerti/ il giorno che t’incontrerò/ perché avrai addosso/ i vestiti semplici di sere speciali). Perché in Lestini l’amore è sostanzialmente mancanza e dolore, inaccettazione dell’imperfezione, continua ricerca verso una purezza inseguita da sempre.

Se poi a Lestini chiedeste quale sia il suo poeta preferito, di nuovo risponderebbe senza indugi “Rimbaud”. Anche l’enfant prodige della letteratura francese è senz’altro qualcosa di più di una passione poetica. Se da Omero Lestini ha mutuato la struttura epica, da Rimbaud riprende altro. Ci si accorge della presenza di Rimbaud nelle opere di Lestini nell’estrema libertà di scrittura, nell’apparente facilità con cui parole e immagini – così in prosa così in poesia – schizzano via alla velocità della luce associandosi liberamente in un flusso di pensieri potenzialmente infinito. Ma ciò che più di ogni altra cosa Lestini condivide con Rimbaud è il rapporto con lo stesso scrivere. Un rapporto estremamente complesso, di amore/odio, conflittuale, disperato. Non c’è verso o paragrafo uscito dalla penna di Lestini in cui, palesemente o indirettamente, l’autore non finisca per interrogarsi sul senso ultimo della scrittura. La domanda sul significato dell’essere scrittore è il tormento più drammatico che pervade lo scrittore Lestini. E le risposte, possibili e mai definitive, spaziano dal dissacrante all’apocalittico. Come Rimbaud, anche Lestini sembra sempre sul punto di mollare tutto e andarsene in Africa. Come Rimbaud, anche Lestini vive con i suoi scritti uno stato di perenne insoddisfazione, uno sfibrante non rassegnarsi mai ai limiti del linguaggio, un folle chiedere sempre di più alla forza di ogni singola parola, un tentativo continuo – sospeso tra esaltazione e fallimento – di andare oltre ogni confine espressivo. Leggiamo infatti in Solitudini, nella poesia Addio: quando il dolce supplizio/ dello scrivere mi dipinse addosso gli incubi del fuoco (…)/ dove il tempo in cui la suprema melodia del verso/ mi mostrò gli occhi atroci e bestiali della verità (…)/ Ma non sapevo ancora, quel tempo, quanto fosse difficile scrivere e vivere/ scrivere e amare, scrivere e sopportare (…)/ a che serve la poesia se poi tutto è sconfitta?.

Un’ossessione che si riflette puntualmente sul suo modus operandi. Ogni opera è un parto drammatico e difficile. In un mondo che va via così veloce, credo che Lestini sia uno dei pochissimi che ancora riesca ostinatamente a dedicare dieci anni alla stesura di un libro. Durante una presentazione di Amore e disamore, con gli occhi bassi per l’imbarazzo, disse: “so che sto dicendo una cosa profondamente stupida e ingenua…ma io smetterò di scrivere il giorno in cui, prendendo la penna in mano, non sentirò più addosso la pretesa di cambiare il mondo…”.

Abbiamo parlato di strutture narrative e poetiche, di immagini e senso dello scrivere. E lo stile? Ovviamente in tutto e per tutto, nonostante quest’articolo presupponga il gioco delle citazioni e dei rimandi, Lestini è e rimane esclusivamente Lestini, con strutture, atteggiamenti e soprattutto stili propri. Ma se proprio dobbiamo, anche in questo caso, accostarlo a qualcuno, diremmo senz’altro Jack Kerouac. Un altro scrittore importantissimo nella formazione letteraria di Lestini, in particolar modo per il romanzo On the road. Di Kerouac Lestini ha l’andatura jazz/blues della narrazione, il pastiche linguistico, l’invenzione verbale e la continua contaminazione dei registri. Come Kerouac, anche Lestini ha il dono di mescolare trivialità e poesia, classicismo e neologismi. Per dirla chiaramente: il dono di passare dalla brutalità del cazzo al lirismo dei tramonti. Il dono di rendere triviale un angelo e poetica una morte per overdose.

Probabilmente Lestini si arrabbierà per questo, visto che una volta, anni fa, alla mia domanda “quanto Kerouac c’è in te”, lui molto prosaicamente rispose “un cazzo”. Bella persona, Riccardo. In privato, è fondamentalmente l’amico che tutti vorrebbero avere. Una di quelle rare persone capaci di passare, nel giro di cinque minuti, dalla leggerezza più idiota e scazzona alla profondità più illuminante. Nonostante la natura sfuggente, è molto facile volergli bene. Molto difficile invece, è riuscire a costringerlo anche solo per mezzora a parlare dei suoi scritti. Non ama per niente farlo. Questo, almeno in pubblico, lo rende molto meno disponibile e molto più spigoloso. Di certo però lo rende molto più poeta. Perché i poeti non parlano. Scrivono. Ed è quello che vogliamo.

———————————————————————————————————————–

2 thoughts on “Hanno detto di “Solitudini”

  • Pingback:Solitudini – riccardo lestini

  • 18/09/2018 at 15:57
    Permalink

    Ho letto questo libro di recente, perché, fino al mese scorso, non ne conoscevo neppure l’autore.
    Per me, è stata una lettura di forte impatto emotivo, che, una volta terminata, ho sentito di poter condensare, in modo rapido ed immediato, in una sola espressione, un nome composto, in cui, però, invertire i due elementi che lo formano: chiaro-scuro.
    Un chiaro-scuro al rovescio: perché, secondo me, l’oscurità di una profonda solitudine dolorosa e sofferta si va, a poco a poco e non senza ricadute, attenuando e ricomponendo in un equilibrio, che lascia intravvedere uno spiraglio di luce e un riconquistato senso di speranza.
    Ma, pur comprendendo e condividendo, in generale, l’idea dell’autore, circa una solitudine da difendere per ricercare ed affermare sé stessi nella propria unicità, io, che mi sento sempre (anche in questo momento in cui scrivo) così fragile, vacillante e sul punto di venir meno, mi chiedo: quanto ci costa questo percorso? Quanto è alto il prezzo che dobbiamo pagare per arrivare fino infondo al tunnel, sperando di arrivarci? E quanto una riconquistata e sofferta condizione di quiete, riesce a ripagarci di tanto vissuto doloroso, a rimarginare le ferite, a non lasciar prevalere lo scuro sul chiaro?
    Sono solo spunti di riflessione personale che, data la condizione in cui mi trovo, il libro mi ha suggerito e che, a mio modesto parere, ne sottolineano la ricchezza dei contenuti, nella loro varietà di sfumature.

    Reply

Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *