Erasmo

Sai che Rotterdam, a metà del ‘400, era un piccolo paese del ducato di Borgogna, poco meno di duemila abitanti registrati, molti mendicanti, qualche locanda, tanto vino e un mercato pieno d’animali da cortile? Niente a che vedere con l’Olanda libertaria e libertina che oggi tu hai in mente.

Eppure Erasmo nacque proprio lì, uno di quei giorni di medioevo già finito e cielo stinto, in quel groviglio di risse da poco e canali. Figlio illegittimo d’un prete, orfano, solo. La storia, quella che hai studiato a scuola, era lontana anni luce dalla Rotterdam di Erasmo.

Non era facile immaginare l’Europa da lì. Eppure lui ci riuscì. Imparò il latino, se ne andò in Inghilterra, a Parigi, in Italia, in Germania, in Svizzera. Vide più universo lui, che veniva da quel labirinto d’acqua e gelo, di quanto ne hai visto e ne potrai vedere tu, che ami viaggiare e vorresti girare il mondo e pure ogni tanto lo fai. Più universo di me e di tutti noi, che abbiamo internet e telefoniamo in Australia.

Perché per vedere l’universo non servono i mezzi. Ci vogliono gli occhi. E visitarli soltanto, i luoghi e i paesi, non serve a niente. Bisogna sentirli, viverli, farci l’amore. È questo il cosmopolitismo, che Erasmo seppe inventare senza nemmeno accorgersene. Aveva più Europa Unita in testa lui di noi, che odiamo i tedeschi perché sono più ricchi e i francesi perché…già, perché odiamo i francesi?

E poi, soprattutto, Erasmo scrisse un libro. Un libro dove disse che l’unica e suprema Signora del nostro vivere è la follia. Che se ci innamoriamo, se sopportiamo abbandoni e tradimenti, se a volte riusciamo a fare cose impossibili, se riusciamo a tollerare l’idea di invecchiare e di morire, è solo grazie alla follia.

E alla fine di quel libro scrisse però adesso sbronzatevi e non ci pensate più. Dimenticate. Io stesso ho già dimenticato tutto.

Eppure, non tutti ma qualcuno non dimenticò. E fece sopravvivere quel libro. Lo fece sopravvivere a secoli di morte e sangue, alla volgarità degli esseri umani, alla brutalità della vita. Qualcuno non dimenticò, e quel libro si trova ancora in libreria e ancora si studia a scuola. L’hai studiato anche tu e forse anche tu, subito dopo l’interrogazione, l’hai dimenticato.

Hai fatto bene, a dimenticarlo. Del resto Erasmo avrebbe voluto così. Che tutti lo dimenticassero subito dopo averlo letto. Conosceva gli uomini meglio di chiunque altro, Erasmo, e sapeva che hanno bisogno di dimenticare per sopravvivere, trovare qualsiasi cosa, qualsiasi distrazione pur di dimenticare. Fino a non ricordare cosa volevano dimenticare.

Come al solito sono io quello sbagliato, al rovescio, nato per i piedi. Io quello che non riesce a dimenticare. Dimenticare quel libro e soprattutto dimenticare te. Dimenticare tutte le passeggiate brevi nelle mattine assonnate, tutti i sorrisi rubati, tutte le sbronze a caso, tutti i sogni che ci siamo regalati, tutti gli abbracci e tutti gli istanti che siamo stati noi due. Dimenticare tutta la vita che ti ho offerto e che non accadrà mai, tutte le colazioni che ti avrei preparato, tutti i libri che ti avrei letto, tutte le lacrime che avrei versato sulla tua pancia da cui, per miracolo, un giorno avremmo generato un figlio.

Era un viaggiatore, Erasmo. Il nostro unico viaggio fu in quella città dove il castello degli Sforza si alza minaccioso sopra la nebbia. Fu in una stanza d’un albergo scalcinato con le lenzuola stinte e sfinite. Gli alberghi sono luoghi di passaggio che creano intimità improvvise e potenti, amori viscerali e maledetti, fatti apposta per guardarsi da vicino e abbracciarsi una notte intera. Dimentica anche quell’albergo dove ti abbracciai una notte intera senza riuscire a baciarti. Dimenticalo anche per me che non ce la faccio. Dimenticalo, perché quei due che stanotte si guarderanno e si abbracceranno in quella stessa stanza, non siamo noi.

Sai qual era il secondo nome di Erasmo?
Era Desiderio. Lo stesso nome con cui ancora ti chiamo ogni notte nel buio.

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