Satira, Sanremo e la morale degli italiani

C’è qualcosa, in Italia, di profondamente distorto. L’essere un paese più di tifosi che di cittadini, fa sì che circa la ‘cosa pubblica’ – che lo dice la parola stessa, dovrebbe essere prioritario e continuato interesse di tutti – gli animi si accendano esclusivamente nel mese di campagna elettorale. Una passione che però, per forza di cose, risulta inevitabilmente grottesca, malata. Distorta appunto. Come potrebbe essere altrimenti? Gli italiani vivono il normale svolgersi delle legislature nel disinteresse e nella disinformazione più assoluti. Difficile (impossibile?) che un mese di improvvisa (e tardiva) passione dopo anni di sonno beato possa produrre qualcosa di anche solo lontanamente intelligente.
Una situazione paradossale di partenza che nel suo svolgersi porta alla luce gli aspetti più assurdi e inconcepibili della morale degli italiani. Ecco allora che anziché interrogarsi sui contenuti dei programmi, sulle occupazioni, sull’Imu, sul ruolo dell’Italia in Europa, si preferisce discutere sull’opportunità o meno di mandare in onda il Festival di San Remo in piena campagna elettorale. Ma perché non sarebbe dovuto andare in onda? Dov’è il problema? Nel fatto che Fabio Fazio e Luciana Littizzetto sono due artisti di sinistra? Che per par condicio Fazio avrebbe dovuto chiamare almeno una gnocca muta e scosciata che fa tanto Arcore style? Ma si pensa veramente che cinque giorni di kermesse canora possa influenzare in maniera determinante le intenzioni di voto?
Davvero incredibile, la morale degli italiani: nessuno si indigna del fatto che il sei volte candidato premier Silvio Berlusconi sia padrone di tre televisioni (che quindi possono fare beatamente gli interessi di una parte politica undici mesi l’anno), ma tutti sono pronti a gridare allo scandalo se per quaranta minuti si esibisce sul palco dell’Ariston Maurizio Crozza. E lasciamo stare il fatto che Crozza ha presentato quaranta minuti di spettacolo dove ha satireggiato su tutte le parti politiche, di fatto non danneggiandone alcuna.
Il problema è un altro. La domanda martellante e ossessiva che ha egemonizzato qualunque mezzo d’informazione, dal diluvio dei post di facebook in materia ai titoli dei quotidiani, è stata: perché si deve parlare di politica a San Remo, un festival di canzoni? Ed è in questa domanda che si nasconde la distorsione più enorme. Il Festival di San Remo, con tutti i suoi difetti e le sue mediocrità, è una manifestazione artistica, fatta da artisti per altri artisti. E l’arte è libera, deve esserlo. L’artista, per sua stessa natura e definizione, è un essere umano che esprime pubblicamente il suo punto di vista sulle cose, siano esse grandi temi esistenziali o questioni più strettamente politiche. Così in campagna elettorale così fuori da essa. La questione quindi non riguarda più nello specifico l’esibizione di Crozza, ma il Festival nel suo complesso. Nel senso: seguendo il principio che ‘a San Remo non si parla di politica’, allora andrebbe immediatamente eliminato dalla competizione Daniele Silvestri, che con la sua canzone “A bocca chiusa”, un pezzo sicuramente più scomodo, polemico e profondo delle inoffensive imitazioni di Crozza. Seguendo questo principio, per un mese, andrebbe chiusa la bocca a ogni artista. Ma un paese che imbavaglia la libertà d’espressione, che tappa la bocca ai suoi poeti e ai suoi giullari, che paese è? Di certo non un paese civile e democratico. Gli artisti vengono messi al bando nei regimi totalitari, non nelle democrazie. Una democrazia degna di questo nome dovrebbe saper separare tra una campagna elettorale dedicata ai contenuti (e perché no, anche agli attacchi frontali) e un libero fluire delle idee e delle opinioni.
Se non vogliamo questo, allora andiamo fino in fondo e per un mese chiudiamo i teatri, interrompiamo i concerti, spranghiamo le sale cinematografiche, serriamo le librerie. Ma, come ho avuto già modo di scrivere altrove, questa non è democrazia, è fascismo. E scrivo ‘fascismo’ ancora una volta sapendo perfettamente come questa parola faccia emergere altre stravaganti stranezze della morale degli italiani. Identificare attività di censura con la politica fascista scatena immediatamente polveroni inquietanti che spingono molti (troppi) a ribattere: che c’entra il fascismo? e le dittature comuniste allora? Come se l’esistenza delle dittature comuniste ridimensionasse in qualche modo la ferocia fascista. Come se l’esistenza delle dittature comuniste riabilitasse gli orrori del ventennio. Mi dispiace, ma ripeto: sono italiano, e in quanto italiano il fascismo è l’unica dittatura che ha subito il mio paese, che ha ferito e torturato i miei antenati. Perciò il mio vocabolario italiano e di italiano vede nel fascismo il sinonimo di censura, violenza, totalitarismo.
È pazzesca la morale degli italiani. Abbiamo permesso alla più truce, superficiale e violenta cultura da stadio di trionfare senza appello in ogni settore della nostra vita, e così non sappiamo più vedere differenza tra una campagna elettorale e una finale di Champions League, tra una campagna elettorale e un reality show. Quanto successo ieri è molto più che una triste bagarre da avanspettacolo. La veemenza, l’alacrità e la violenza con cui milioni di italiani si sono gettati a capofitto nel dibattito (un dibattito – ed è bene ribadirlo – completamente inutile ai fini del nostro destino che si deciderà alle urne tra dieci giorni), sta a simboleggiare tutta la miseria oscena del nostro paese. Un paese incapace di interrogarsi e di scegliere. Capace soltanto di urlare, impedire agli altri di parlare, tirare pugni e rotolarsi nel suo stesso fango.

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