Dove l’omosessualità è ancora un tabù

C’è un’Italia che fa tristezza, dove la parola ‘tristezza’ è un puro eufemismo da titolo. In realtà c’è un’Italia che fa orrore, ribrezzo, sdegno. E’ l’Italia omofobica, quella che ancora considera l’omosessualità un tabù imbarazzante, un chiacchiericcio da rotocalco.
In questo c’è un’Italia vergognosamente violenta e un’Italia vergognosamente ipocrita. La prima è quella che grida ‘froci schifosi’, ‘froci pervertiti’, quella che teorizza con presunte prove scientifiche degne di Mengele l’identità tra omosessualità e pedofilia. La seconda è quella dei sorrisi tirati, quella che bisbiglia, quella che non dice ma borbotta, quella che nasconde l’omofobia dietro frasi tristemente diplomatiche. Forse, la seconda, è la peggiore.
Queste considerazioni sdegnate e arrabbiate vengono da quanto accaduto attorno al funerale del grande Lucio Dalla. Dispiace. Dispiace davvero. Oggi avrei voluto parlare e scrivere delle sue canzoni, o magari tacere e ascoltarle in silenzio. Ma il vergognoso teatrino andato in scena tra ieri e oggi su tv e carta stampata mi costringe a parlare di questo.
Il funerale di uno dei più grandi poeti e interpreti che la musica italiana abbia potuto vantare, è stato una colossale e commovente dimostrazione d’affetto di una città, di un popolo di fan e appassionati che hanno voluto accompagnare il cantastorie emiliano nell’ultimo viaggio, per ringraziarlo, salutarlo, continuare a tenerlo nel cuore e nell’anima. Chi lo ha amato, era lì, presente o semplicemente con il cuore. E soprattutto c’era Marco Alemanno, il suo compagno, il suo amore, colui che con Dalla in questi ultimi anni aveva diviso la casa, il letto, i sogni, la vita. C’era Marco Alemanno che dal pulpito della basilica recitava “Le rondini” con la voce rotta dal pianto, il pianto di chi ha prima di tutto perso per sempre il respiro confortevole sul collo nelle ore notturne. Un momento vero, straziante, umano. Un momento da rispettare in silenzio, nella compostezza del dolore che si addice a momenti come questo.
Ma le due Italie di cui sopra, quella violenta e quella ipocrita, non conoscono rispetto, né umanità. E allora costruiscono il teatrino. Becero, vergognoso, indegno.
La Rai, la tv di Stato, quella per cui paghiamo il canone, non trova di meglio da fare che interrogarsi, per un intero pomeriggio, sulla sessualità del cantautore scomparso. Sia chiaro: in un paese ottuso e omofobico come l’Italia è giusto, se non necessario, dedicare non uno, ma almeno ottocento programmi di approfondimento sul tema. Il problema è un altro. Sulla Rai non si è chiesto: “ma è mai possibile che nel 2012 l’omosessualità debba essere un problema, un tabù?”. No. Ci si chiedeva: “se Dalla avesse fatto ‘coming out’ la chiesa avrebbe comunque acconsentito a far celebrare il funerale in basilica?”.
Coming Out. Che cosa assurda, ridicola. C’è bisogno di fare coming out? C’è bisogno che un uomo debba fare pubblica ammissione della sua sessualità, come a fare pubblica penitenza? Come a mettere in guardia il prossimo, del tipo: ‘ebbene sì, lo ammetto, sono gay, statemi alla larga’. Ma ci rendiamo conto? Vi rendete conto? E se la propria sessualità è necessario dichiararla, perché mai devono farlo solo gli omosessuali?
Ecco. Massimo Giletti e tutto l’imbarazzante seguito di ospiti vocianti di Rai Uno, quelli che hanno sputtanato un pomeriggio a parlare di ‘coming out’ e del senso di un funerale omosex in basilica, fanno parte dell’Italia ipocrita. Quell’Italia che nasconde il proprio becero bigottismo dietro il dolce suono della locuzione inglese ‘coming out’. Così come all’Italia ipocrita appartiene l’onorevole Casini, che su twitter, riguardo al discorso di Marco Alemanno, scrive: “una bella testimonianza di amicizia e affetto”. Amicizia? Affetto? Ma perché si ha paura di scrivere: “una straziante e meravigliosa testimonianza d’amore vero e viscerale”?
All’Italia violenta appartiene invece la Cei, quel vetusto e deprecabile organo cattolico che ha vietato di riprodurre le canzoni di Dalla in piazza Maggiore e nella basilica. Non si può ‘sporcare’ una cattedrale con la voce innamorata di un gay. Buffo. Eppure tredici anni fa, nella basilica di Genova, andarono a tutto volume le canzoni di Fabrizio De André, durante il suo funerale. Canzoni come “Via del campo” o “Princesa”, dedicate a transessuali. Ma all’Italia violenta non interessano i contenuti. La superficialità della violenza tiene conto soltanto dei contenitori: eterosessuale uno, omosessuale l’altro, uno in, l’altro out. Poco importa se in comune avevano la stessa ostinata e miracolosa ricerca della libertà, la stessa ostinata e miracolosa voglia di cantare l’amore in tutte le sue forme.
Si vergogni l’Italia. Si vergognino tutti.
Restino nel loro agghiacciante buio medievale.
Violenza, ipocrisia, bigottismo e chiusura mentale, quelle sì, muoiono nella miseria che meritano.
L’amore, quello vero, quello cantato con sincerità e passione, resta. Per sempre.

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