Il digitale terrestre e la mia infanzia

Quando ero bambino, fine anni settanta-inizio ottanta, capitava spesso che il segnale della tv saltasse improvvisamente e senza ragioni apparenti, riempiendo lo schermo di tanti puntini grigi con quell’inconfondibile ronzio di sottofondo. Appurato che non era un problema di antenna e che tutti i fili stavano al posto giusto, mia madre sentenziava “Sono loro”, dove per ‘loro’ intendeva delle non meglio identificate entità astratte, i signori delle televisioni, i padroni dell’etere. Quel “sono loro” chiudeva ogni discussione, distruggeva ogni speranza: l’hanno deciso loro, la tv non si vede fino a nuovo ordine, siamo nelle loro mani, non possiamo farci niente. E io rimanevo lì, inebetito e fanciullo, impotente, costretto di colpo a implorare queste strane divinità del tubo catodico nelle cui mani era riposta ogni mia speranza di sapere il finale dell’ultima puntata di Mazinga.
Col passare degli anni questi incidenti si sono diradati fino a scomparire del tutto: ‘loro’ hanno progressivamente abbandonato queste pratiche sadiche.
Poi in questi giorni arriva il ‘passaggio definitivo al digitale terrestre’. Ci avvertono che nei primi tempi, per motivi d’assestamento, potrebbero esserci alcuni problemi di segnale. E i problemi, puntualmente, ci sono.
Oggi torno a casa dai miei. Accendo la televisione e, dopo dieci minuti, il segnale salta. Dico “Che succede?”. E mia madre dall’altra stanza: “Niente, sono loro…”.
Ecco fatto. ‘Loro’ sono tornati. E io, ma solo per un attimo, di colpo torno bambino.

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