Per Victor Jara

Prima che scivoli via anche questo ennesimo maggio incolore  mi piacerebbe dedicare due parole a una storia remota e purtroppo dimenticata, iniziata nella polvere e finita nel sangue.
È la storia di un ragazzo di nome Victor Jara, nato il 28 settembre del 1932 a San Ignacio, estrema provincia rurale del Cile più profondo e sconosciuto. La famiglia di Victor, contadina, come la quasi totalità della popolazione cilena del tempo lotta quotidianamente con fame e miseria, quasi sempre perdendo. I pochissimi soldi fruttati da un minuscolo e polveroso appezzamento di terra si esauriscono all’istante nelle spese per zucchero, farina e, una volta all’anno, qualche striscia di tela per confezionare abiti. Ma la madre, Amanda, di sangue Mapuche, è anche una straordinaria cantante e chitarrista, richiestissima nelle veglie estive davanti ai falò, nei battesimi, nei matrimoni, nelle veglie funebri. Una donna forte e coraggiosa, che nonostante la miseria riesce a mandare tutti e tre i figli a scuola, anche quando la famiglia è costretta a trasferirsi nella capitale Santiago, dove la vita è senz’altro più dura e complicata.
Victor è un ragazzo che conosce povertà e sacrificio, proviene dagli angoli più disperati della terra e conosce sulla propria pelle la tragedia di un popolo in catene. Giovanissimo entra in seminario con l’intenzione di diventare sacerdote. Ma la madre gli ha lasciato in dono una chitarra e una voce straziante e meravigliosa, gli ha lasciato addosso la smania di usare la propria voce per gridare emozioni, sentimenti, poesia, denuncia.
Gli anni sessanta della meglio gioventù arrivano anche in Cile, anche tra il fango, la terra e l’acqua avvelenata dei maledetti barrios del sud del mondo. In quegli anni Victor incontra il teatro, il cinema, e soprattutto riscopre la musica, il dolce manifesto della sua infanzia. Nel giro di pochi anni Victor Jara è uno dei più importanti artisti sudamericani, militante del Partito Comunista Cileno: dirige spettacoli di forte impegno sociale, compone canzoni indimenticabili, figlie del più antico folclore cileno e che denunciano le mostruose condizioni dei contadini e dei minatori latinoamericani.
Nel 1973 Victor si impegna anima e corpo nella campagna elettorale per le elezioni presidenziali a fianco di Salvador Allende, nella cui figura vede finalmente la concreta speranza di riscatto per gli ultimi del mondo. Il resto è, purtroppo, storia nota: dopo la netta vittoria di Allende, l’11 settembre del 1973 (data ormai oscurata e sepolta dall’altro e più recente 11 settembre) con un golpe appoggiato dalla CIA del periodo Nixon, il generale fascista Augusto Pinochet fa bombardare la casa presidenziale, uccidendo Allende e impadronendosi del potere, dando vita a una delle più terrificanti (e mai del tutto approfondite) dittature del secolo scorso.
Meno noto è il destino di Victor Jara dopo il colpo di stato dei militari. Da tempo in cima alle liste nere dei fascisti di Pinochet, privo, a differenza di Pablo Neruda, di un riconoscimento come il premio Nobel che potesse proteggerlo agli occhi della comunità internazionale, Victor viene catturato nel corso dei brutali rastrellamenti compiuti dagli squadristi del generali nei giorni successivi al golpe.
Assieme ad altre migliaia di persone (per lo più studenti, artisti e professori), Victor viene rinchiuso all’Estadio Nacional di Santiago, dove nei mesi precedenti si era più volte esibito a sostegno di Salvador Allende. Lo stadio si trasforma nel giro di poche ore in un lager di disperazione, tortura e morte: lì dentro, in appena cinque giorni, gli aguzzini del regime seviziano e uccidono oltre ventimila persone tra studenti e intellettuali. Di tutte quelle migliaia di anime innocenti, Victor è il più noto. A lui sono così riservate le torture peggiori.
Accerchiato, percosso, torturato e deriso, Victor Jara viene esortato dai militari che gli sputano addosso a cantare una delle sue canzoni, se ne ha ancora il coraggio. Nonostante sanguini da ogni dove, Victor trova la forza di impugnare la chitarra e intonare alcune note, in segno di estrema resistenza alla violenza:

“Non mi spaventano le minacce,
padroni della miseria:
la stella della speranza
continuerà ad esser nostra”

Per i militari può bastare. Dopo un’altra notte di torture e agonie, si accaniscono sulle sue mani, colpendole ripetutamente con il calcio delle pistole fino a deformarle e a spezzarle, finché, la mattina del 16 settembre, lo uccidono a colpi di pistola.
La moglie Joan racconta così il riconoscimento del corpo:

“Siamo saliti al secondo piano, dove erano gli uffici amministrativi e, in un lungo corridoio, ho trovato il corpo di Víctor in una fila di una settantina di cadaveri. La maggior parte erano giovani e tutti mostravano segni di violenze e di ferite da proiettile. Quello di Víctor era il più contorto. Aveva i pantaloni attorcigliati alle caviglie, la camicia rimboccata, le mutande ridotte a strisce dalle coltellate, il petto nudo pieno di piccoli fori, con un’enorme ferita, una cavità, sul lato destro dell’addome, sul fianco. Le mani pendevano con una strana angolatura e distorte; la testa era piena di sangue e di ematomi. Aveva un’espressione di enorme forza, di sfida, gli occhi aperti”.

I suoi dischi non solo vengono proibiti dal regime, ma ne vengono distrutte anche le matrici, per impedire che ne resti traccia nel mondo.
Per fortuna Joan, cittadina inglese, subito dopo aver organizzato clandestinamente i funerali, lascia il Cile riuscendo a portarsi via alcuni nastri superstiti. È grazie a quei nastri se, negli anni successivi, artisti come gli Inti Illimani o Daniele Sepe, sono riusciti a far conoscere al mondo la poesia di Victor Jara.

La storia di Victor è atroce e straziante. Ma è anche piena di speranza.
Penso spesso a quelle mani deformate, distorte, all’accanimento di una violenza cieca e furiosa contro la parte del corpo che più rappresentava quello spirito libero: le mani, quelle dita che avevano per anno pizzicato dolcemente le corde di una chitarra denunciando ingiustizie ed esortando alla libertà.
Il potere feroce, così avvezzo a far morire nei modi più atroci chi non riesce a controllare, così avvezzo ad annientare poeti, si era illuso, tagliandogli le mani, di recidere le sue idee.
Ma le idee non possono morire, e quelle mani dilaniate sarebbero state riconosciute dal popolo come nuovi simboli immortali. E nemmeno la musica può morire: Joan, che amava Victor, ci ha portato quei nastri, ultimo ed estremo gesto d’amore per renderlo immortale.

Non dovremmo mai lasciare che uccidano i poeti.
Ricordare Victor, vuol dire cercare di non farlo morire di nuovo.

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