In Italia comandano i morti

“In Italia comandano i morti” è il tetro, cupo, inquietante e drammaticamente vero ritornello dell’ultimo (splendido) film di Marco Bellocchio, “Il regista di matrimoni”.
Una frase e un concetto ripetuti fino allo sfinimento in due ore di pellicola che stanno a significare non tanto (o almeno non solo) una secolare immobilità nella gestione del potere che – da sempre – ammorba il nostro paese e in cui manca il minimo slancio vitale, la minima attenzione al nuovo e al cambiamento, quanto la scarsa – o nulla – attenzione ai vivi.
Paese “postumo” per eccellenza, in Italia la competenza, l’eccellenza e il talento dei vivi sono dati tragicamente trascurabili. A meno che il vivo non sia un fenomeno momentaneo da scatenare rumori fasulli (così fasulli da esaurirsi nel brevissimo tempo di una stagione), non interessa. La celebrazione, il riconoscimento reali, arrivano sempre post mortem. Come se la morte fosse il passepartout essenziale per vedere riconosciute le proprie doti e le proprie capacità.
Ma non si tratta di un risarcimento tardivo dell’indifferenza. E’ qualcosa di ben peggiore. E’ il neutralizzare – attraverso la morte – la vitalità, e con essa qualsiasi impulso. E’ la smania di trasformare persone (e idee) in monumenti e quindi renderle innocue e inoffensive.
Ed è proprio questo il messaggio apocalittico che il capolavoro di Bellocchio, non a caso ambientato in una Sicilia senza tempo, preistorica e primordiale (quasi un Quasimodo prima maniera), ci scaglia addosso come una scarica di schiaffi in pieno viso: siamo un paese di sepolcri, che vive nei sepolcri e per i sepolcri. Laddove i sepolcri non sono, foscolianamente, trama di un passato glorioso da tenere avvinta per un futuro ancora più glorioso, ma oppio immobile e ubriacante dove annegare.
E dove vivere senza essere mai vissuti.

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